Dal blog krisisinfo@substack.com
Un viaggio nella campagna boema rivela le contraddizioni di un Paese che si destreggia fra nucleare e dipendenza dall’import russo.
| Raffaele Palumbo |
| feb 7 |
Praga è impegnata in un ambizioso progetto di indipendenza energetica, ma il percorso è disseminato di sfide geopolitiche e opzioni controverse. Tra il rafforzamento del nucleare, l’alleanza con grandi attori globali e la persistente dipendenza dal gas russo, il governo si destreggia fra sostenibilità, sicurezza energetica e pressioni interne. La centralità della centrale nucleare di Temelín e le contraddizioni di una politica energetica che oscilla tra Occidente e Oriente mettono a rischio l’equilibrio su cui si regge la Repubblica Ceca.
Con un po’ di dispiacere lasciamo Český Krumlov, incantevole cittadina medioevale della Boemia meridionale, con il castello del XIII secolo, le architetture che spaziano dal gotico al barocco e il flessuoso fiume Moldava che ne avvolge il centro storico.
Per chilometri e chilometri, il paesaggio rimane rarefatto: foreste fitte che si alternano a campi coltivati, qualche laghetto che riflette il cielo, fattorie isolate, qua e là un castello o un birrificio storico. Superata České Budějovice, tutto cambia. All’orizzonte si stagliano quattro gigantesche colonne di fumo bianchissimo. Nel giro di qualche minuto, la curiosità si trasforma in incredulità. E poco dopo, in sgomento. Stiamo passando in automobile in mezzo a una centrale nucleare. E non una qualunque, ma Temelín, il più grande impianto nucleare della Repubblica Ceca.
Il netto contrasto tra l’idilliaco paesaggio della campagna boema e l’imponenza della centrale nucleare riflette le contraddizioni della Repubblica Ceca nel suo percorso verso l’autosufficienza energetica. Gestita dalla Čez, azienda controllata per il 70 per cento dallo Stato, la centrale nucleare di Temelin ha iniziato a svilupparsi dopo la Rivoluzione di velluto e l’addio della Slovacchia. Più antica la centrale di Dukovany, che risale invece agli anni Settanta, ma il programma statale ceco prevede la costruzione di altri quattro reattori nucleari a partire dai prossimi anni, da completare entro il 2040.
Non è solo una questione di infrastrutture: si tratta di una scelta strategica e politica. L’obiettivo è chiaro e si chiama indipendenza energetica. Il governo di Praga, che punta a ridurre la dipendenza da forniture estere, mette in cima all’agenda politica la sicurezza energetica. Ma la strada che la Repubblica Ceca sta percorrendo per affrancarsi da Mosca e da Bruxelles è tutt’altro che lineare. A partire dai rapporti con i Paesi confinanti. L’Austria, per esempio, di queste centrali non è contenta: troppo vicine alla sua frontiera.

Alla base delle quattro torri di Temelin, è possibile notare gli scarichi d’acqua tipici dei reattori VVER 1000/320, che sono appunto reattori ad acqua pressurizzata, progettati per garantire elevati standard di sicurezza. Ogni reattore ha una potenza netta di circa1026 MW, per un totale complessivo di circa 2052 MW. Questo rende Temelín uno degli impianti più potenti della Repubblica Ceca. Nel 2022, la centrale ha prodotto circa 16 tera wattora di elettricità, contribuendo in modo significativo al fabbisogno energetico nazionale.
Lo sviluppo dell’energia nucleare è anche frutto di una scelta di campo geopolitico squisitamente atlantista fatta dalla Repubblica Ceca. La centrale di Temelín aveva visto la posa della prima pietra nel 1987 e il progetto era sovietico. Poi lo sguardo si volse verso Ovest, e in particolare verso la francese Areva, che sul nucleare è leader in Europa.
La scelta cadde invece su una società americana molto nota, la Westinghouse Electric Company. La società ha sede in Pennsylvania, dove nacque nel 1886 e dove incrociò di suoi destini con Thomas Edison e con le cascate del Niagara. Ma oggi è di proprietà giapponese, della Toshiba Corporation per la precisione. Ed era stata la prima – già negli anni Cinquanta – a produrre impianti nucleari ad acqua pressurizzata. È il vero gigante del settore, responsabile della più grande base installata di reattori nucleari operativi al mondo.
Dunque, una storica società americana, controllata dai giapponesi, fa il nucleare in Repubblica Ceca. Questa scelta riflette una strategia ben precisa: affrancarsi dalle politiche energetiche europee, prendere le distanze da Mosca e sostenere incondizionatamente l’Ucraina. Si tratta di una volontà politica chiara, che mira a ridurre ogni forma di dipendenza esterna.Persino con la Cina i rapporti si sono fortemente deteriorati, dopo i rapporti idilliaci del primo decennio della repubblica indipendente. Che, pur stando dentro l’Unione europea dal 2004, non ha mai adottato l’euro come moneta. Anzi, la Repubblica Ceca vende parte della propria produzione energetica, la esporta, proprio verso Paesi dell’Unione europea. Ma è veramente tutto così lineare? I toni di Vaclav Bartuska, ambasciatore generale della Repubblica Ceca per l’energia con 19 anni di servizio alle spalle, sono a dir poco trionfali. «A differenza di altri primi ministri, il mio primo ministro [Petr Fiala] non andrà a Mosca a mendicare gas» ha detto in un’intervista rilasciata il 3 febbraio a Birn. E ancora: «Dal 90 per cento di dipendenza dal gasdotto russo, questa è scesa a ‘praticamente zero’ alla fine del 2022».

Ma, a guardare bene a fondo sembra che la Repubblica Ceca con un occhio controlli il gatto e con l’altro frigga il pesce. Nonostante i roboanti proclami contro Mosca, nel 2024 le importazioni di gas russo sono aumentate del 530% rispetto all’anno precedente, mentre quelle di petrolio hanno raggiunto il 58%. Il governo mira ora a mantenere le importazioni sotto il 65% entro il 2030 e ad aumentare la quota di energie rinnovabili dal 15% al 30% entro lo stesso anno. L’Unione europea giudica questi obiettivi troppo poco ambiziosi.
A questo proposito Pavel Havlicek, del think tank AMO di Praga, accusa lo Stato ceco di aver pagato di più per il gas russo nei 32 mesi successivi all’inizio della guerra, in parte a causa dell’aumento dei prezzi, rispetto ai 32 mesi precedenti. «Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022, la Repubblica Ceca ha speso oltre 7 miliardi di euro per petrolio e gas russi, più di cinque volte gli 1,29 miliardi di euro forniti in aiuti all’Ucraina» ha dichiarato Havlicek, parlando di una posizione doppio giochista del governo ceco nel cercare una sua via all’indipendenza energetica.
L’ambasciatore per la Sicurezza energetica Bartuska conta molto sull’ampliamento della capacità dell’oleodotto TAL, che va da Trieste alla Germania, ed è convinto che «i flussi di petrolio attraverso l’oleodotto Friendship dalla Russia non saranno più necessari dopo che l’espansione TAL diventerà pienamente operativa, raddoppiando la capacità a 8 milioni di tonnellate di greggio, coprendo il consumo ceco». E aggiunge sicuro: «Non ci siamo nemmeno preoccupati di parlare con Mosca».
Mentre il governo sottolinea che la Repubblica Ceca non è né la Slovacchia né l’Ungheria, le opposizioni, tra cui ANO 2011 di Andrej Babiš e Libertà e Democrazia Diretta di Tomio Okamura, lo incalzano apertamente. Alla Camera, le opposizioni hanno solo otto seggi in meno della maggioranza e (a parte Partito pirata ceco, uscito dal governo lo scorso ottobre) sono tutte anti-europeiste e hanno lo sguardo rivolto a Est. Con una maggioranza parlamentare risicata, dunque, il primo ministro Petr Fiala potrebbe dover cercare compromessi, rendendo meno netta la posizione del Paese rispetto a Mosca e Pechino.
Allo stesso tempo, alcuni attori economici di primo piano legati ai combustibili fossili, come Daniel Křetínský, Pavel Tykač e Zdeněk Bakala, dominano il settore energetico e influenzano il dibattito pubblico, grazie anche al controllo di importanti media. Questo intreccio tra politica, economia e informazione complica ulteriormente la transizione energetica.Pur puntando sull’indipendenza energetica, la Repubblica Ceca resta legata ai combustibili fossili e alle importazioni russe più di quanto dichiari. Il futuro energetico del Paese dipenderà dalla sua capacità di superare questa dipendenza strutturale, affrontando le sfide della sostenibilità e le pressioni geopolitiche con maggiore determinazione. In questo scenario, la centrale di Temelín, con le sue torri maestose che dominano la campagna boema, simboleggia le ambizioni e le contraddizioni della Repubblica Ceca.
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Autore
Raffaele Palumbo Giornalista, è dottore di ricerca in Sociologia della comunicazione. Vive a Firenze, nel cui Ateneo insegna Teorie e tecniche della comunicazione pubblica, Giornalismo radiofonico e Linguaggi della comunicazione. Collabora con Controradio, Radio Popolare, Radio Svizzera, Corriere fiorentino, corriere.it. Ha lavorato per Radio Rai e collaborato con media italiani (L’Unità, Il Manifesto, Micromega) e internazionali (Haaretz). Ha pubblicato saggi accademici e testi di taglio giornalistici. Dal 1992 ha seguito la guerra nei Balcani, dal 2004 il conflitto in Medioriente e gli sviluppi in Nord Africa.