V come Vecchiaia

dal blog https://effimera.org

di Rosella Simone

La donna nella foto non è l’autrice

Ho compiuto 81 anni da poco, sono vecchia. La prima ad esserne sorpresa sono io, mai avevo pensato di arrivare a tanto. Proprio non lo avevo messo in conto. A 16 anni, stravedevo per Elvis Presley e andavo in giro per Alassio tirandomela da pessimista cinica e perduta proclamando:
“Voglio un posto di prima fila all’apocalisse”, e, maledizione, gli dei devono aver ascoltato la mia audacia ed eccomi qui all’apocalisse personale e globale. Solo che non è quella gloriosa catarsi di fuoco e fiamme che in un attimo di enorme potenza polverizza il tutto, spettacolo definitivo.
Quello mi sarebbe piaciuto, esplodere con eleganza nell’universo, non questa merda di fatica, disfacimento, fragilità, superficialità, puzza di morte.

Gli dei bricconi hanno esaudito quell’unico incauto desiderio e per tutti gli altri invece mi hanno tirato un pacco! Ad esempio, vincere miliardi alla lotteria e distribuirli tra le amiche mie e vedere cosa saremmo riuscite a mettere in piedi insieme. Ammetto lo scoraggiamento per questo
miserabile fine di partita. L’andamento del mio umore, però, è sempre stato oscillante tra l’onnipotenza e lo sbigottimento. Lievemente bipolare, come tutt@.

Non ho avuto figli, un aborto a trent’anni, allora avevo pensato: “Quando avrò tempo, se mi verrà la voglio ne farò un altro”. Non mi è venuta la voglia o forse ho aspettato troppo, ma quel bambino non nato non l’ho dimenticato. Ho avuto però un tot di adottivi, che ho amato al mio modo solito, un po’ sgangherato ed egoista. Ho persino un figlio adottivo che sembra proprio un figlio di pancia, alla ricerca disperata di un riscatto, per ora, non ha tempo. Né io glielo chiedo. Però, a tarda età, ho capito una cosa: per diventare davvero adulti un figlio lo devi avere, serve per incarnare il tempo.

Vivo a Milano e lo preferisco ad Alassio, anche se non ha il mare. Il mare è stato il mio grande amore, ma ormai è troppo, troppa luce, troppe forme, troppa energia, guardarlo mi fa venire voglia di vivere e non è più il tempo. Milano, intanto è piatta e la posso ancora camminare, e
siamo tante le donne che non si sono fatte una famiglia e che vivono orgogliosamente sole, e nessuno ci fa caso. Così ogni tanto mi esalto e penso: non sanno con chi hanno a che fare. Chi sono poi non lo so nemmeno io, i miei ricordi sono confusi, spesso non mi riconosco in quella che in passato mi sembra di aver creduto di essere. E poi a Milano posso trovare giochi per non pensare ai debiti o alla malattia che, prima o poi, mi afferrerà. A Milano posso andare a riunioni, al cinema, a teatro persino a dei concerti e non ho bisogno dell’automobile che ormai guido con timore di giorno e di sera preferisco evitare. La cosa più difficile da sopportare, è che non ci sia più nessunoche si ricordi di me come ero, come eravamo, cosa volevamo; quasi quasi, non ce lo ricordiamo neanche noi. Tanti se ne sono andati prima e li invidio, che almeno hanno smesso di inventarsi tutti i giorni la vita, una cosa che con gli acciacchi diventa pesante. Per gente come me che sente
tutto il peso dell’età ma non riesce ad invecchiare, e non ha abbastanza soldi per non doverci pensare ai soldi, il presente è molto faticoso. Mi sento vissuta da quelli ancora con le gambe salde, come un impiccio, un peso, uno spreco. Sono il target di questa cultura dello scarto che viene
veicolata per noi anziani via tv: i nonni, i grandi rincoglioniti, quelli che regalano al nipotinoindulgente la stessa inutile sciarpa ogni anno o che sollevano fieri tre nipotini perché hanno dormito e che non fanno altro che pisciarsi addosso.

La vecchiaia però m’incuriosisce, si dà un gran da fare, c’è un lento trasformarsi del corpo che è come si prosciugasse, disidratato. Ogni giorno vi vedo fiorire qua a là macchie ed escrescenze sempre nuove, sul viso, sulle gambe, sulla schiena come se la vecchiaia fosse un nuovo vestito-pelle che progredisce direttamente sulle mie ossa e muscoli sino a soffocarli. Sono rimpicciolita di almeno 4 centimetri, la pressione sbalza in su e in giù, crampi feroci mi costringono la notte a svegliarmi, ad alzarmi e a forzare il muscolo a distendersi, camminare acquetarsi mentre io piango dal dolore. Alle rughe è da un pezzo che ho fatto l’abitudine. I capelli che si rizzano sul coppino sono cosa nuova, m’incuriosisce queste lento andare verso la pelata. Per non parlare dei denti che non c’è servizio sanitario nazionale che ti aiuti e costano una schioppettata mentre i tuoi denti, uno dopo l’altro, ti lasciano. Mi hanno clonato la carta di credito e il gestore Nexi mi considera una vecchia facile alla truffa e non paga. Da un paio di settimane non riesco più ad aprire le bottiglie dell’acqua con le mani. Sono zavorra e, nel migliore dei casi, merce per RSA. Che sono l’inferno. Un mondo di soli vecchi guardati a vista.

Mi pare però di aver fatto una scoperta: che la fragilità e la debolezza potrebbero essere emozioni anticapitaliste. L’opposto della forza e della prepotenza. La vecchiaia ridimensiona quell’illusione di onnipotenza che hai da giovane e ti fa spostare lo sguardo dalla fine, a quella rivoluzione della carne che si decompone in energia e formerà parte dell’infinito inconsapevole dove tutto cambia di senso e prospettiva. Per riuscirci, però, avremmo dovuto vivere altre e più saggie geografie, la mia generazione non aveva altri strumenti se non quelli delle religioni o della scienza o delle ideologie.

Penso spesso a come si manifesterà la mia morte. La speranza sarebbe seguire le orme materne, un bel infarto del miocardio sarebbe una via d’uscita rapida e dignitosa, ma magari arriva con una di quelle malattie debilitanti, al seno, alle budella; di quelle che non ti lasciano morire e allora la malattia diventa tutto il tuo mondo che il corpo occupa ogni spazio, perché duele, perde liquidi maleodoranti da ogni parte, la mente vaga tra la morfina e il dolore che bussa e vuole farsi ascoltare. Me lo aveva detto un amico, anni fa, mentre moriva di tumore.

Essere vecchi senza essere ricchi o almeno famosi in questo secolo è come non esistere. Sparisci, ogni giorno di più come se ti cancellassero dal fumetto, come stracci usati da buttare nell’immondezzaio. Poche righe, un po’ di gomma e, nella striscia di quel fumetto che è la nostra
vita ce ne sarà un’altra , qualcuno occuperà la casa dove sto adesso e i ricordi verranno buttati nell’immondizia. Non mi lamento perché la prima a non sapere cosa ci faccio qui sono proprio io. In questo mondo di oggi, io ho poco a che giocare. Non ho neanche più una lingua in comune. Mi si chiede di misurarmi con password, defualt, app, app store, screen shot, e via inglesizzando; termini e funzioni che mi molestano tantissimo, derivati da questa tecnologia invadente che occupa gran parte del mio tempo. Ho quasi dimenticato come si fa a scrivere a mano, l’esitazione non è più compatibile con la scrittura, come non la è la cancellazione, quel segno importante di un ripensamento, di un dubbio, come una lacrima su una lettera d’amore. Il computer lo uso come una macchina da scrivere veloce ma “lui” pretende da me sempre nuovi aggiustamenti, backup, cloud, eccetera. Da me, che quando sono nata non c’era neanche la televisione. A proposito.

Chiedendo un certificato di nascita integrale ho scoperto di essere nata sotto la monarchia e di essere di razza ariana. Mi ha fatto un effetto terribile: sono nata in un passato remoto orribile e vado, o meglio andrei se vivessi ancora più a lungo, verso un futuro breve e terrificante. E tutto ciò da sola, ché ogni comunità si è dissolta. Lo dico e lo nego che qualcosa rimane e qualcosa di nuovo nasce. Vedo le ragazze di oggi, le millenial e sono belle, vitali e colte ma non riesco ad immaginare per loro un futuro. Neanche loro ci riescono. In zona Ticinese, qualche tempo fa, era apparsa questa scritta: “Il futuro non è più quello di una volta”, e loro, i ragazz@, lo sanno ed è per questo che saranno pronti a giocarsi il tutto per tutto, non hanno niente da perdere. Lo sanno anche i potenti di turno e, come sempre, per sfiancarli li mandano a morire in qualche stupida guerra per timore, chissà mai, venisse loro voglio di alzare la testa. E allora li convince di qualche stupida idiozia, come la fede, la patria, la supremazia bianca, gialla, rossa, a pallini e li manda a morire.

Dopo l’orgia del consumo, l’orgia del nonsenso per coprire quel bisogno innato delle nuove generazioni di esserci e di dare un nobile scopo a quella loro prepotente vitalità, di riempire di senso ogni giorno. Dovremmo invece spiegare loro il morire non la morte eroica che poi non esiste
che si muore sempre soli.

Mi dispiace per loro e non posso fare niente, a volte sono così stanca da non avere tempo neanche per rammaricarmi. A volte, invece, mi faccio sorprendere da una rinnovellata audacia e mi lancio persino a programmare un futuro a media distanza, non perché ne abbai veramente voglia ma costretta dalla necessità del denaro. Allora ci provo a lottare, ma poi mi viene da ridere e sale il desiderio di lasciar andare il tempo così come viene e, per sopravvivere, fare debiti che non pagherò mai più. Anche questo però è ormai diventato difficile, nessuno presta soldi a una vecchia povera. Neanche lo stato, ho fatto la cessione del quinto e ho scoperto che, se dovessi sopravvivere sino alla fine del mutuo lo avrei pagato il doppio. Grazie stato, che generosità da usuraio!

Ho un conflitto duraturo e molto personale con il maledetto cellulare, ruba un mare di tempo. Anche gli amici ormai non telefonano più, per non parlare delle giovani generazioni, solo messaggini. E “il coso” suona ogni volta, anche a raffica, potrei silenziarlo ma mi è già successo di
perdere un avviso importante e così, pungolata da una curiosità indotta, lo tengo vicino e lo sbircio in continuazione dlin dlin dlin. Non solo gli amici ma gli aggiornamenti dei siti d’informazione (giornali non ne compro più), ne ho almeno quattro di fonti differenti, e i messaggi mi si
accumulano uno sull’altro e io mi sento in colpa perché non sto aggiornata al secondo su quello che succede in Siria piuttosto che in Messico e poi non resisto e mi metto a leggere, ma confesso, quello che leggo sul telefonino non mi rimane in mente. Capisco bene solo le parole scritte su
carta, pagine da sfogliare umettando il dito indice.

Le novità mi affaticano, mi fanno quasi paura, richiedono una energia che sento di non dover disperdere. Quella che mi rimane la voglio usare per diventare la testimone di una geografia perduta, testimone di una generazione non di una individua, mi vedo insieme alle altre. Non
sopporto questo svanire senza storia, da bambina andavo al cimitero per portare fiori alle tombe di giovani morti dimenticati, bastavano pochi indizi, un certo modo di piegare il capo, un certo vestito, una collana e da là nasceva una biografia. Nessuno scriverà la mia biografia e allora, un
pezzo qua un pezzo là, me la scrivo io, per ricordare le mie amiche e i miei amori.

Sento di appartenere ormai a un’altra specie, sono un dinosauro, anche se ci fosse un futuro non mi riguarda. Capisco adesso le mie nonne contadine che mi guardavano e pensavano mi avessero scambiata in ospedale. Non potevano amarmi, per loro appartenevo a un altro clan, volevo tutto senza possedere niente. Credo che mia madre mi abbia amato anche se non sapeva come collocarmi, mi amava come una parte del suo corpo che se ne andava alla ventura o alla sventura o in cerca di un destino. Lo volevo un destino e adesso che l’ho vissuto mi chiedo se ne valeva la pena.

La rivoluzione? Se devo essere sincera non ci credo più tanto, ho una forte sfiducia nella specie degli umani, mi sembrano delle formichine balorde, annuso la catastrofe. Vorrei credere che fosse solo il desiderio rancido di una vecchia che ha già stretto la mano alla morte e rancorosa sogna la fine di Sansone e tutti i filistei. Non è così. È che dopo aver desiderato così a lungo di realizzare una comunità rispettosa, libera e solidale mi toccherà morire guardando questa carneficina. È allora che mi ritorna la voglia dell’Apocalisse, e sogghigno pensando: quasi ci siamo. Il passaggio dalla Guerra Mondiale a Pezzi, di cui parla papa Francesco, alla Guerra Mondiale Dispiegata, un bel falò che si vedrà dalle stelle, e poi, forse, qualcuno si salverà e, forse, avrà imparato a non ripetere gli stessi ingordi errori. Una deflagrazione definitiva e verremo assorbiti da un buco nero. Lì è ancora tutto da scoprire!

Poi, penso a Giuggi, Carolina, Halimeh, Laura, Serena, Jessica, Letizia, Giulia e tante altre e alla loro, e anche un po’ mia, Rivoluzione delle donne, dono del movimento curdo, e allora, per osmosi, credo, mi torna la voglia di esserci e resistere, anche se alle riunioni faccio perdere un
mucchio di tempo per la mia pigrizia e stupidità tecnologica, e mi vergogno della superficialità con cui chiudo con la specie. Loro le vedo luminose e tenaci. E allora spero che non ci sia l’apocalisse, che riusciranno a fermare, con un colpo di grazia, l’imbecillità feroce dei potenti, e pongo in loro la mia unica speranza. Il mio tempo è scaduto, siamo prodotti a termine e poi, il mistero. La morte è questo mistero, pensate forse che avrebbe un qualche interesse una vita senza mistero? Edgar Lee Master scriveva: “Figli e figlie degeneri, ci vuole vita per amare la vita”.

E con ciò vi saluto car@ amic@ e compagn@, buona comunità e buona avventura a tutt@.

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