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di Maria Pappini12 Febbraio 2025
La stampa tradizionale la definisce una delle figure più controverse dell’amministrazione Trump. Eppure la nuova Direttrice della National Intelligence è molto di più di un’opportunista che ha abbandonato il suo partito per schierarsi con i repubblicani. Tulsi Gabbard è una delle personalità più atipiche e divisive della politica americana contemporanea. Ex deputata democratica delle Hawaii, è passata dall’essere una stella nascente progressista a diventare una voce influente nella destra conservatrice. Profondamente pacifista, ma tenente colonnello dell’esercito statunitense. Induista, ma ferma nella lotta a ogni fondamentalismo religioso. Sostenitrice dei diritti civili, ma critica della cultura woke. Tulsi Gabbard continua a sfidare le etichette. La sua nomina a Direttrice della National Intelligence, osteggiata anche da molti repubblicani, segna l’apice di una trasformazione. Per alcuni è puro opportunismo. Per altri, un atto di ribellione contro l’establishment di Washington.
In breve
- 2012 – Eletta alla Camera dei Rappresentanti per il 2º distretto delle Hawaii, diventa la prima americana di origine samoana e la prima induista a servire nel Congresso.
- 2016 – Si dimette dalla carica di vicepresidente del Comitato Nazionale Democratico per appoggiare Bernie Sanders nelle primarie presidenziali.
- Gennaio 2017 – Visita la Siria e incontra il presidente Bashar al Assad.
- 2019 – Annuncia la sua candidatura alle primarie presidenziali democratiche per il 2020.
- Luglio 2019 – Durante un dibattito televisivo, attacca Kamala Harris minando la sua immagine tra i progressisti.
- Marzo 2020 – Sospende la campagna presidenziale e appoggia Joe Biden.
- Ottobre 2022 – Lascia ufficialmente il Partito Democratico, accusandolo di estremismo e intolleranza ideologica.
- 2024 – Si avvicina ai Repubblicani e sostiene la rielezione di Donald Trump.
- Gennaio 2025 – Trump la nomina Direttore dell’Intelligence Nazionale.
- 30 gennaio 2025 – Partecipa all’udienza di conferma al Senato per la sua nomina.
- 6 febbraio 2025 – La Commissione Intelligence del Senato approva la sua nomina con un voto di 9-8.
- 10 febbraio 2025 – Il Senato conferma ufficialmente Tulsi Gabbard come Direttrice della National Intelligence, segnando il culmine della sua trasformazione politica.
«Mi sono unita al Partito Democratico alle Hawaii nel 2002 perché vedevo un partito che, a quel tempo, sembrava essere il partito del popolo, un partito che valorizzava la libertà di parola (…) Il partito cui ho aderito più di vent’anni fa, oggi non esiste più». Con queste parole, scritte poco più di un anno fa nel suo libro For love of country, la ex deputata democratica Tulsi Gabbard sanciva il suo distacco da un partito in cui non si riconosceva più. Accusata dai democratici di opportunismo, acclamata dai trumpiani come il simbolo della rivolta contro l’establishment di Washington, la Direttrice della National Intelligence, 42 anni, sposata con il fotografo Abraham Williams, è una figura complessa che non può essere ridotta alla dicotomia opportunista/outsider. Krisis ha cercato di decifrarla a partire dal suo libro: For Love of Country.
Da stella nascente a critica del sistema
Quando entra in politica, nel 2012, Tulsi Gabbard ha tutte le caratteristiche per diventare una delle protagoniste del Partito Democratico. È giovane, è bella, è una veterana della guerra in Irak e ha posizioni progressiste su molte questioni sociali. Non passa molto tempo ed entra nella Direzione Nazionale del Partito Democratico. Ma Gabbard è soprattutto una pacifista convinta e quando il presidente Barack Obama dichiara guerra alla Siria, lei non ha dubbi sulla posizione da prendere: non ha senso inviare le truppe americane in un Paese lontano esclusivamente per favorire un regime change con una figura più gradita a Washington. È il primo di una lunga serie di strappi che la allontaneranno sempre di più dall’establishment del partito. Nel suo libro, Gabbard ricorda con amarezza la telefonata ricevuta proprio in quell’occasione dalla First Lady: «La sua voce era tesa e arrabbiata. Il suo messaggio era chiaro: come osi? Chi credi di essere? Sei una deputata democratica alle prime armi. Come osi andare contro il presidente del tuo stesso partito, e per di più uno che viene dal tuo stesso stato, per l’amor del cielo?!»
Sono però le primarie i momenti in cui Gabbard si allontana pubblicamente dalle direttive ufficiali. Nel 2016 sostiene la corsa di Bernie Sanders contro Hillary Clinton, principalmente per la posizione pacifista del Senatore del Vermont. Nel 2019 decide di candidarsi in prima persona per le presidenziali del 2020: è in occasione del dibattito con gli altri candidati, il 30 luglio, che giunge alla notorietà nazionale. Con una mossa che lascia il pubblico americano sconcertato, Gabbard attacca frontalmente Kamala Harris, allora considerata una delle tre favorite alla nomination. «La senatrice Kamala Harris era in una posizione che le avrebbe permesso di fare la differenza quando ricopriva il ruolo di procuratrice generale (…). Ha preso decisioni che hanno finito per danneggiare le persone, colpendo le minoranze e le fasce più povere dello Stato della California».
In sostanza, Gabbard accusa l’ex Procuratrice generale della California di aver incarcerato in modo sproporzionato le minoranze, specialmente le comunità afroamericane, per reati minori, come quelli legati alla marijuana. E sottolinea il suo passato di politiche repressive, come il prolungamento di condanne per sfruttare il lavoro carcerario a basso costo.
Secondo la ricostruzione che fa Gabbard nel suo libro, la reazione dell’establishment non tarda ad arrivare. La prima mossa dei democratici è cooperare con Google per renderla irrintracciabile sul principale motore di ricerca internazionale. «Agiscono nell’ombra, senza alcuna trasparenza» denuncia nel suo libro, «e possono manipolare le informazioni a cui gli elettori hanno accesso su un candidato, influenzando così direttamente le loro decisioni su chi votare». Come conseguenza, Gabbard si ritira ufficialmente prima del Super Tuesday e decide, pur con poca convinzione, di appoggiare Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca.
L’intervento puntuale e argomentato di Gabbard (che durante le presidenziali del 2024 diventerà un video di culto) ha però successo. L’ex procuratrice tenta di sminuire la questione e la stessa Gabbard per le sue posizioni sulla politica estera, così lontane da quelle ufficiali del partito. Eppure molti elettori iniziano a rivedere criticamente il passato di Harris, che fino a quel momento aveva rappresentato il suo maggior punto di forza. Come risultato, crolla nei sondaggi e si ritira dalla corsa alle primarie il 3 dicembre 2019.
Nel novembre 2022 Gabbard abbandona definitivamente i democratici e si avvicina agli ambienti della destra conservatrice, partecipando a eventi come la Conservative Political Action Conference del 2023, dove raccoglie un successo che nel Partito Democratico non si era mai concretizzato. Nel 2024 si schiera definitivamente a fianco di Donald Trump, partecipando attivamente alla sua campagna elettorale. Il riconoscimento per il suo impegno arriva il 10 febbraio, con la nomina a Direttrice della National Intelligence.

Temi sociali, l’altro strappo con i democratici
I motivi di attrito con i democratici si snodano su tre direttrici sociali principali: la religione, i diritti delle persone (in particolare dei bambini transgender) e la libertà educativa delle famiglie. Gabbard accusa l’establishment di Washington di volersi dipingere così tanto come progressista, da aver perso contatto con la realtà, con il popolo americano e persino con la Costituzione. «L’attuale Partito Democratico non crede nella libertà. Rifiuta la Costituzione, che riconosce che i nostri diritti vengono da Dio, non dal governo», accusa dalle pagine del suo libro.
Tulsi Gabbard è cresciuta in una famiglia che praticava l’induismo. Suo padre, Mike Gabbard, è un cattolico convertito all’induismo, e sua madre, Carol Porter Gabbard, di origini samoane, ha abbracciato anch’essa l’induismo. Secondo la nuova direttrice della National Intelligence, il Partito Democratico non solo considera socialmente arretrate le persone che ancora credono in Dio, ma ostacola persino la nomina in ruoli chiavi dell’amministrazione a chi ha una fede. «La Costituzione» sottolinea, «contiene un linguaggio chiaro e conciso, che vieta test religiosi come requisito per ricoprire incarichi governativi».
Ancor più accesa la polemica sulla questione transgender. «Mi sconvolge che, in pochi anni, siamo passati da un’accettazione quasi universale del fatto che esistono differenze biologiche tra uomini e donne a vivere in un mondo in cui l’élite del Partito Democratico rifiuta attivamente i fatti biologici» osserva. E aggiunge: «Negando le differenze biologiche tra uomini e donne e affermando che chiunque, in qualsiasi momento, possa diventare donna semplicemente dichiarando di sentirsi tale, l’élite democratica nega l’esistenza della verità oggettiva. Così facendo, stanno distruggendo le basi della società civile». Gabbard accusa in particolare gli atleti transgender che partecipano alle competizioni sportive femminili di godere di vantaggi poco leali nei confronti di chi è biologicamente nato donna. Un’anticipazione del decreto presidenziale firmato dal presidente Trump il 27 gennaio sull’esclusione dall’esercito e dalle competizioni sportive delle persone transgender.
Secondo Gabbard, la cultura woke promossa dal Partito Democratico sessualizza i bambini con film, libri e trasmissioni televisive. L’ufficiale di riserva dell’Esercito denuncia come i democratici deridano i genitori che si definiscono preoccupati nel momento in cui il loro figlio o la loro figlia manifestano il desiderio di avviare il percorso di cambio di sesso. Il risultato è, a suo avviso, un inevitabile allontanamento della popolazione dal partito, come accaduto nel 2022 in Virginia, quando il candidato democratico vicino alla cultura woke Terry McAuliffe ha perso le elezioni proprio su questo terreno.
Gabbard accusa i medici di dichiararsi favorevoli a queste mutilazioni irreversibili solamente per fini economici. Cita ospedali come il Boston Children’s Hospital, che avrebbero promosso isterectomie per giovani ragazze transgender, e dati che indicano un aumento significativo delle transizioni nei minori. «I media di propaganda e le Big Tech svolgono un compito essenziale per conto dell’élite democratica, amplificando la loro narrativa e mettendo a tacere chiunque osi dissentire, cancellando account e censurando contenuti che non supportano la loro agenda, indipendentemente da quanto siano basati sui fatti» conclude.
Persino l’educazione scolastica, secondo Gabbard, è ormai monopolizzata dai democratici. Nel suo libro, racconta di essere stata istruita a casa fino al liceo, così come i suoi fratelli. Quest’esperienza le ha permesso di apprendere secondo i propri ritmi, integrando lo studio con esperienze pratiche, come aiutare i genitori nella gestione del loro ristorante. La sua famiglia, che ha affrontato per anni la diffidenza verso l’homeschooling, ha voluto garantire ai figli un’educazione basata su valori, pensiero critico e indipendenza. Gabbard critica fortemente il sistema scolastico pubblico, sostenendo che l’istruzione sia compromessa da politiche pubbliche inefficienti e dall’influenza dei sindacati degli insegnanti, che ostacolerebbero la libertà di scelta educativa. E denuncia l’ipocrisia di alcuni oppositori della «school choice», in particolare democratici, che mandano i propri figli nelle scuole private negando però questa possibilità alle famiglie meno abbienti.

Dal pacifismo all’Intelligence
In politica estera, il tenente colonnello Gabbard si è sempre distinta dal Partito Democratico, che oggi non esita a definire una «cricca di guerrafondai». La sua fede induista influenza la sua scelta pacifista. L’induismo, specialmente nella tradizione Vaishnava a cui Gabbard si ispira, enfatizza il concetto di ahimsa (non violenza). La combinazione di cultura cattolica e induista porta Gabbard da una parte a condannare ogni forma di estremismo religioso, in particolare di matrice musulmana. Dall’altra fa sì che difenda con forza il pluralismo e la tolleranza interconfessionale.
Nel suo libro, esprime una forte opposizione a tutti presidenti democratici a partire persino da Franklin Delano Roosevelt, per arrivare fino a Bill Clinton, Barack Obama e a Joe Biden, ma non risparmia critiche neppure a George W. Bush. Nel 2017 Gabbard, in visita in Siria, incontra il presidente Bashar al Assad, commentando poi l’avvenimento in un’intervista alla CNN: «Se diciamo di preoccuparci davvero del popolo siriano e delle sue sofferenze, allora dobbiamo essere disposti a incontrare chiunque sia necessario, se c’è la possibilità di raggiungere la pace». L’incontro provoca una presa di distanza da parte dell’establishment del Partito Democratico che, attraverso la speaker della Camera Nancy Pelosi, dichiara di esserne stata all’oscuro.
Anche i repubblicani la accusano di aver portato «vergogna e disgrazia» sugli Stati Uniti. Il deputato repubblicano Adam Kinzinger, anche lui veterano dell’Iraq dichiara: «In nessun caso un membro del Congresso o un funzionario governativo dovrebbe mai viaggiare per incontrare un uomo che ha ucciso 500.000 persone e 50.000 bambini». Anche riguardo all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, Gabbard assume un atteggiamento molto distante da quello del Partito Democratico. «Questa guerra e questa sofferenza avrebbero potuto essere facilmente evitate se l’amministrazione Biden/NATO avesse semplicemente riconosciuto le legittime preoccupazioni di sicurezza della Russia» scrive su Twitter nel 2022.
La sua recente nomina ha riportato queste controversie all’ordine del giorno negli Stati Uniti. Da un lato, il vicepresidente JD Vance difende la scelta del presidente Trump, enfatizzando l’esperienza di Gabbard e il suo approccio critico nei confronti della politicizzazione dei servizi di intelligence. Dall’altro lato, alcune voci tra i repubblicani più tradizionalisti sollevano dubbi sulla sua lealtà alla politica di sicurezza nazionale. Ma alle critiche Gabbard, durante l’udienza di conferma, risponde in modo rigoroso e chiaro: «Chi si oppone alla mia nomina implica che io sia leale a qualcosa o a qualcuno diverso da Dio, la mia coscienza e la Costituzione degli Stati Uniti, accusandomi di essere una marionetta di Trump, di Putin, di Assad, di un guru, di Modi, senza riconoscere l’assurdità di essere contemporaneamente la marionetta di cinque diversi burattinai».
Neppure in campo democratico, però, le posizioni sono unanimi. Rishi Kumar, ex membro del Consiglio del partito democratico californiano, per esempio, in un articolo su The Hill difende la nomina di Gabbard, evidenziando la sua esperienza militare, il suo lavoro al Congresso e la sua critica al complesso militare-industriale. Kumar sottolinea che Gabbard rappresenta un tipo di leadership che sfida lo status quo, concentrandosi sulle necessità del popolo americano e sulla diplomazia piuttosto che sui conflitti interminabili. Ritiene che dovrebbe essere valutata per le sue qualifiche, piuttosto che per le accuse infondate che le sono state rivolte.

«Top spy»: il banco di prova
La figura di Tulsi Gabbard è una delle più affascinanti della politica statunitense. Il suo innegabile coraggio, la sua capacità di andare contro corrente e la coerenza nelle sue posizioni sembrano dimostrare che forse è davvero il Partito Democratico a essere così profondamente cambiato negli ultimi anni da lasciare smarriti anche i sostenitori più accaniti. Certo è che i risultati elettorali innegabilmente dimostrano come i democratici si siano allontanati così tanto dalla società americana da aver perso contemporaneamente sia la Casa Bianca, sia i due rami del Parlamento.
Gabbard è stata la prima ad opporsi a Kamala Harris. E la sua recente nomina chiude un cerchio. Mentre Gabbard siede a una delle scrivanie chiave sullo scacchiere mondiale, Harris abbandona la scena politica dopo una sconfitta cocente. Opportunismo o lungimiranza? Riuscirà a mantenere la sua immagine di outsider antisistema o si piegherà alle regole dell’apparato diventando una grigia burocrate?
Certo è che la sua parabola non è solo la storia di una leader politica, ma il riflesso di una trasformazione più ampia. La politica americana sta vivendo una fase in cui le vecchie categorie – destra e sinistra, progressismo e conservatorismo – sono sempre meno definite. Ciò che conta sempre di più non è l’ideologia in sé, ma l’atteggiamento verso il potere: combatterlo o farne parte. E Tulsi Gabbard, nel bene e nel male, è il simbolo di questa nuova era.
Intanto, il giorno del suo insediamento il commentatore ebreo-canadese Aaron Maté scrive su X: «Ho le mie critiche nei confronti di Tulsi Gabbard, prima di tutto per il suo abbandono di una posizione relativamente (per gli standard di Washington) decente su Israele-Palestina per unirsi al campo MAGA. Tuttavia, ha anche assunto posizioni coraggiose e solitarie e le ha mantenute». E conclude: «A causa di queste posizioni, è stata diffamata come una risorsa russa dall’élite del Partito Democratico e dai suoi stenografi dei media. Dopo anni di tentativi maliziosi di sabotare la sua carriera, è storico che ora supervisionerà la stessa comunità di intelligence che lei, più di ogni altra importante figura politica statunitense nella memoria recente, ha coraggiosamente messo in discussione».
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Autore
Maria Pappini Nata nel 1987, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales in Lyon. Dopo più di dieci anni come account manager in diversi settori e attivista politica, nel 2023 decide di riprendere gli studi presso l’Università Statale di Milano frequentando il corso di Scienze Storiche. La sua attività di ricerca è concentrata sulla storia dei partiti politici e sulla storia delle relazioni internazionali.