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di Andrea D’Addio14 Febbraio 2025
Radiografia della co-presidente di Alternative für Deutschland, fra ambiguità e propaganda.
È a capo di un partito nazionalista, maschilista e anti-LGBTQ+. Ma sembra il ritratto della perfetta «globalista»: lesbica, una compagna srilankese che vive in Svizzera, due figli adottati. Non solo. Analista finanziaria, ha lavorato per Goldman Sachs e per Bank of China. Ha vissuto per sei anni a Shanghai e parla mandarino. Alice Weidel incarna le contraddizioni, ma anche la complessità dell’AfD. E il suo ultimo volantino elettorale ha suscitato polemiche per un dettaglio che, sebbene probabilmente casuale, è stato considerato inquietante.
Un utente di X ha appena scoperto che un volantino elettorale di Alternative für Deutschland, stampato a Lipsia in vista delle elezioni federali del 23 febbraio, nasconde un inquietante gioco di luci e prospettive. Il pieghevole del secondo partito più popolare di Germania è suddiviso in sei sezioni. In una di queste appare la foto di una famiglia: un uomo, una donna e il loro figlio, tutti rigorosamente caucasici e biondi, perfetta rappresentazione dell’elettorato di riferimento del partito. Sullo sfondo, una casa. Al centro della facciata, una piccola finestra, così piccola da sembrare un semplice rettangolino nero.
Sul retro della stessa facciata del volantino, invece, compare il volto di Alice Weidel, leader del partito di estrema destra e candidata alla cancelleria. Mettendo l’opuscolo in controluce, il rettangolo della finestra si sovrappone esattamente al suo volto, tra il naso e le labbra. Sembrano baffi. E non un paio qualsiasi.
Coincidenza o messaggio subliminale? Al momento in cui scriviamo, AfD ha scelto di non rispondere alle domande dei giornalisti. Del resto, alimentare ambiguità e contraddizioni, più o meno lampanti, è una delle strategie chiave su cui il partito, fondato nel 2012, ha costruito la propria comunicazione negli ultimi anni, in scia a tante altre destre occidentali, come dimostra il recente saluto a braccio teso di Elon Musk.

Alice Weidel è la personificazione perfetta di questa contraddizione. È co-presidente di un partito maschilista, nel quale militano figure come Candy Jacob, esponente dell’organizzazione giovanile dell’AfD in Turingia. Fra gli applausi del proprio entourage sui social, Jacob ha pubblicato un’immagine raffigurante una madre con tre figli biondi, accompagnata dal messaggio: «La migliore risposta alla decadenza dell’epoca moderna è sposarsi, avere molti figli e trovare Dio».
Eppure, la sua biografia racchiude almeno tre scelte che sono in netta contraddizione con le battaglie del suo partito. Di conseguenza, l’AfD cerca il più possibile di celarle, appellandosi al diritto alla privacy. Un principio che, in qualsiasi altra parte del mondo, verrebbe subordinato all’esigenza dell’elettorato di conoscere meglio i candidati alla cancelleria. Ma in Germania, Paese che porta ancora il peso dell’ombra lunga della Stasi e della Guerra fredda, la riservatezza è quasi più importante di qualsiasi altra questione.
E così, il fatto che Weidel sia lesbica, che abbia una moglie svizzera di origini srilankesi con cui ha adottato due figli e che abbia lavorato per la grande finanza di Goldman Sachs e per un altro spauracchio della retorica AfD, la Cina passa sotto silenzio. Non è motivo di attacco da parte degli avversari, né viene percepito come una contraddizione dal suo elettorato. Basta leggere i commenti sui social: quando qualcuno prova a sollevare la questione, i suoi sostenitori la difendono, sostenendo che conti solo ciò che vuole fare per la Germania, non la sua vita privata.

Vita privata globalista, partito nazionalista
Alternative für Deutschland si oppone apertamente alle teorie di genere e ai diritti LGBTQ+ e non fa nulla per nasconderlo. Nel 2024, Hans-Christoph Berndt, candidato principale dell’AfD per le elezioni statali del Brandeburgo, ha annunciato che, se eletto, avrebbe vietato l’esposizione delle bandiere arcobaleno sugli edifici pubblici. Motivo: erano «simboli politici» inappropriati per le istituzioni. In quello stesso periodo, il deputato Horst Förster è andato ancora oltre, dichiarando: «Essere gay o lesbica nella realtà non è un problema, anzi ho l’impressione che possa persino favorire la carriera». Nella stessa occasione, ha poi paragonato le persone transessuali ai pedofili, affermando: «Se la prendete alla lettera, anche la pedofilia è un orientamento sessuale e una predisposizione».
A prima vista, quindi, l’AfD non sembra il partito adatto a una donna lesbica con due figli adottati insieme a Sarah Bossard, la sua compagna con cui è legata con un’unione civile – che, peraltro, vive e paga le tasse in Svizzera. Eppure, Alice Weidel è riuscita finora a evitare critiche dirette grazie a una comunicazione che, come anticipato, si inserisce perfettamente in quella «zona grigia» che caratterizza la strategia del partito. Se da un lato afferma di sostenere le unioni civili per le coppie omosessuali, dall’altro si oppone al matrimonio egualitario. «La famiglia è dove ci sono i bambini» ha dichiarato in un’intervista, lasciando intendere che una coppia omosessuale possa essere considerata tale solo in presenza di figli – una posizione poco coerente con la sua realtà familiare.
La candidata cancelliera dell’AfD si oppone anche all’educazione sessuale nelle scuole. «Non voglio che nessuno con la sua idiozia di genere o le sue lezioni di sessualizzazione precoce si avvicini ai miei figli» ha dichiarato. Un’affermazione che contrasta con la realtà quotidiana dei suoi bambini, cresciuti in una famiglia con due madri e senza un padre.

Dalla Renania a Shanghai
AfD non ha mai nascosto la sua avversione per la finanza internazionale e la globalizzazione, denunciando ripetutamente l’influenza delle grandi istituzioni finanziarie globali e sostenendo che minacciano la sovranità economica della Germania. Il partito nazionalista ha anche espresso scetticismo nei confronti della Cina, considerandola una minaccia economica e politica. È arrivato a proporre limitazioni al coinvolgimento di aziende cinesi nei porti marittimi tedeschi e nelle infrastrutture digitali. Denuncia anche il pericolo dell’influenza cinese nei settori strategici del Paese.
E Alice Weidel? Il suo curriculum sembra uscito direttamente dal manuale del «globalista» tanto avversato dal suo partito. Alta, bionda, occhi azzurri, è nata il 6 febbraio 1979 a Gütersloh, in Renania Settentrionale-Vestfalia. Dopo aver conseguito una laurea in economia presso l’Università di Bayreuth nel 2004, ha lavorato come analista per Goldman Sachs a Francoforte dal luglio 2005 al giugno 2006, immergendosi nel cuore pulsante della finanza internazionale. Non paga, ha poi trascorso sei anni in Cina, per la precisione a Shanghai, collaborando con la Bank of China, imparando il mandarino e lodando apertamente il Paese ospitante, definendolo «bellissimo» e riconoscendo i suoi successi economici.
Difficile stupirsi. Nell’epoca della post-verità, Weidel è stata anche capace, pochi giorni fa, di rispondere a un tweet di Elon Musk sostenendo che Adolf Hitler fosse un comunista e che i nazionalsocialisti fossero, come suggerisce il nome, socialisti. «Il più grande successo dopo quell’epoca terribile è stato etichettare Adolf Hitler come di destra e conservatore» ha commentato.
Nonostante il suo partito si presenti alle elezioni del 23 febbraio con un consenso stimato tra il 21 e il 25% – risultando il secondo partito dopo l’Union (Cdu/Csu) e superando addirittura il 50% negli ex Länder della Germania dell’Est – è quasi impossibile, al momento, immaginarlo in una qualsiasi coalizione di governo futuro. Quando si sta all’opposizione è facile dire tutto e il contrario di tutto. Finché, un giorno, qualcuno non inizia a guardare le cose più da vicino. Preferibilmente, in controluce.
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Autore
Andrea D’Addio Romano, ma dal 2009 residente a Berlino, scrive di politica, società e cultura per diverse testate giornalistiche italiane. È inoltre fondatore e direttore di Berlino Magazine, testata giornalistica in italiano interamente dedicata a Berlino e alla Germania. Nominato Italiano dell’Anno a Berlino nel 2018, nel 2019 ha accompagnato, in qualità di ambasciatore civile, il Presidente della Repubblica tedesca Walter Steinmeier durante la sua visita di Stato a Roma e Napoli. È fondatore e CEO dell’agenzia di comunicazione Berlin Italian Communication.