Dalla pg FB di Giustiniano Rossi
Dopo il 1990, molti hanno dimenticato che il capitalismo non esiste dalla notte dei tempi. E che l’era industriale moderna ha le sue radici nella storia del capitalismo in Europa, ma non coincide con essa. La rivoluzione industriale si compie solo dopo l’espulsione dei contadini dalla loro terra e l’espropriazione delle terre demaniali sulla scia del primo capitalismo (Marx definisce il processo “accumulazione originaria”). E la rivoluzione comincia in Inghilterra che, per circa 150 anni, è il cuore del capitalismo industriale.
Negli anni e decenni scorsi Laura C. Göbelsmann ha percorso l’Inghilterra postindustriale, ha visitato le macerie delle fabbriche dismesse, un tempo teatro di accanite lotte di classe. Ne è nata una specie di guida attraverso una fase passata del capitalismo. E, nello stesso tempo, il libro è una dichiarazione d’amore all’era industriale, senza pero’ nasconderne gli abissi sociali o idealizzarli. L’autrice cita molto Friedrich Engels e il protocapitalismo da lui documentato. Descrive anche la resistenza contro di esso. All’inizio del 19° secolo il governo britannico impiega l’esercito contro le rivolte della fame. Nel libro ha un ruolo preminente il movimento cartista, impegnato fra l’altro ad ottenere l’autorizzazione di fondare sindacati e il diritto di partecipare alle elezioni per la maggioranza povera della popolazione. Parte delle loro rivendicazioni sono accolte nelle prime leggi sociali.
Nel libro si ricorda anche il movimento luddista, che rappresenta gli interessi dei primi artigiani proletari e lavoratori a domicilio contro il capitalismo industriale in ascesa. I luddisti sono generalmente considerati dagli storici distruttori di macchine ed avversari del progresso tecnico. E’ vero solo in parte. L’autrice cita uno dei capi luddisti che spinge i suoi seguaci a non toccare le macchine ma a sparare ai loro padroni. Sarà impiccato per omicidio. Nel solco dell’industrializzazione, la formazione di una borghesia liberale e di un movimento operaio, la cui azione ha un certo successo, migliorano le condizioni di vita. Il lavoro minorile scompare progressivamente dalle fabbriche. Non per filantropia. L’autrice cita il caso del padrone di una fabbrica che, per primo, fonda una scuola per i minori che lavorano. Operai capaci di leggere e scrivere possono documentare per iscritto le loro prestazioni, facendo risparmiare all’azienda il personale di sorveglianza necessario.
Ma l’industria tessile britannica comporta condizioni spaventose anche fuori dell’Inghilterra. Il cotone lavorato in Inghilterra viene a lungo coltivato e raccolto in America da schiavi deportati dall’Africa. I baroni schiavisti del cotone e i fabbricanti inglesi sono partners fino a quando lo schiavismo cede progressivamente il passo e tecniche agricole moderne. Riferendosi a Eric Hobsbawm, l’autrice descrive anche l’inizio della decadenza dell’Inghilterra come “officina del mondo”. L’impero coloniale britannico, fondato prevalentemente sulla forza, cessa quasi completamente di esistere nel 20° secolo. Anche la posizione di monopolio delle imprese industriali britanniche nei territori un tempo conquistati e colonizzati cessa. Molte imprese britanniche soccombono per la concorrenza di altri paesi capitalisti che hanno capito meglio il segno dei tempi. Ma non è la fine del capitalismo in Inghilterra, che prende nuove forme, spostando la produzione in regioni del mondo dove dominano ancora le condizioni del capitalismo primitivo. L’autrice cita come esempi le ex colonie India e Bangladesh. La schiavitù è ormai vietata ma non è raro che, qua e là, il divieto venga aggirato…
Laura C. Göbelsmann: Zeitreise in die Werkstatt der Welt. Von rauchenden Schloten zum Ende der Fabriken. Geschichten aus England (Viaggio nell’officina del mondo. Dalle ciminiere alla fine delle fabbriche. Storie dall’Inghilterra. Promedia, Wien (Vienna) 2024, 248 Seiten (pagine), 24 Euro
Giustiniano
24 febbraio 2025