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Massimo De Angelis 03 Marzo 2025
Lo scambio acceso tra Trump e Zelenskyy nello Studio Ovale venerdì 28 febbraio è stato sicuramente uno spettacolo. Al di là dell’intrattenimento, ha offerto uno scorcio raro di ciò che accade a porte chiuse prima che i leader si presentino davanti alle telecamere, adottando un tono raffinato e diplomatico, accuratamente avvolto in un linguaggio contorto per il consumo pubblico.
Giusto per essere chiari: non mi piace Trump, non mi piace Zelenskyy, non mi piace Putin e non mi piace nessuno dei leader dell’UE. Certo, potete classificarli come volete, usando i criteri che preferite, ma per me non si tratta di un gioco astratto. Tutti svolgono un ruolo, ciascuno in proporzione al proprio potere, in una lotta più ampia che non riguarda solo l’Ucraina e il suo popolo, ma anche la definizione della prossima fase dell’ordine globale. E siamo onesti: qualunque sia questo ordine, se non ci sarà una mobilitazione sostenuta e significativa dal basso, saremo noi a pagarne il prezzo, affrontando disuguaglianze sociali ancora più profonde e un disastro climatico sempre più rapido.
L’incontro di venerdì scorso nello Studio Ovale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è iniziato con convenevoli formali, ma è rapidamente degenerato in un acceso scambio di opinioni. Se aveste guardato l’intera discussione di 45 minuti, avreste visto come la tensione sia gradualmente aumentata, con Trump che ha ripetuto almeno quattro volte quanto fosse onorato di ospitare Zelensky. Ma altrettanto spesso ha parlato del “grande accordo” sui minerali delle terre rare che era ansioso di finalizzare, a patto che tutto andasse secondo i piani.
Sotto la superficie, lo scontro ha rivelato una divisione più profonda, in particolare su tre questioni chiave: la fiducia, il modo di riferirsi a Putin e le garanzie di sicurezza. Inutile dire che Trump e Zelensky non condividono la stessa idea di fiducia in Putin. Trump, fedele al suo istinto di negoziatore, sembra credere che interagire con Putin richieda il mantenimento di una posizione neutrale, se non amichevole. Si è rifiutato di criticarlo apertamente, seguendo la logica secondo cui un negoziatore non insulta l’uomo che vuole portare al tavolo delle trattative, come ha poi detto il Segretario di Stato Marco Rubio. Zelensky, ovviamente, non aveva alcuna riserva. Durante l’incontro ha continuato a sottolineare quanto Putin fosse pericoloso e inaffidabile, ribadendo la necessità di impegni di sicurezza fermi da parte dell’Occidente.
Ed è qui che sta il punto cruciale: le garanzie di sicurezza, che, a differenza della retorica, richiedono denaro, truppe e impegni a lungo termine. Trump non vede l’Ucraina come una priorità in termini di sicurezza, ma come un’opportunità economica. Dal suo punto di vista, una volta raggiunto un accordo con la Russia, la sicurezza diventa una questione secondaria: qualunque protezione minima rimanga necessaria può essere lasciata al Regno Unito e alla Francia, i cui leader hanno già promesso sostegno militare. Inoltre, Trump ha minimizzato la gravità della situazione della sicurezza in Ucraina, sostenendo che la presenza di lavoratori e aziende statunitensi nel paese potrebbe di per sé stabilizzare la situazione, riducendo la necessità di un sostegno militare continuativo. Perché, dunque, dovrebbe essere Washington a pagare il conto? Zelensky e i leader europei, ovviamente, la vedono diversamente. Per loro, le garanzie di sicurezza devono essere esplicite, legalmente vincolanti e, soprattutto, sostenute da impegni militari e finanziari degli Stati Uniti.
Domenica, Zelensky e i leader europei si sono riuniti a Londra per elaborare una strategia su come convincere Trump che vaghe assicurazioni non bastano. La loro sfida è chiara: persuadere un presidente degli Stati Uniti che vede l’Ucraina principalmente attraverso una lente commerciale che, senza un deterrente occidentale credibile, anche i suoi tanto decantati accordi sulle terre rare non saranno al sicuro dall’interferenza russa. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha offerto una prospettiva nettamente diversa da quella di Trump, insistendo sul fatto che, se gli Stati Uniti intendono coinvolgere le proprie imprese nella ricostruzione postbellica dell’Ucraina, dovranno anche garantire un solido quadro di sicurezza per proteggerle. Starmer ha inoltre espresso la più ampia preoccupazione europea secondo cui un ritiro degli Stati Uniti dall’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina potrebbe minarne la sovranità e lasciarla vulnerabile a future aggressioni russe.
Nel frattempo, l’ansia europea cresce. Se gli Stati Uniti si tirano indietro, il futuro dell’Ucraina rimane precario e l’Europa dovrà assumersi un impegno di sicurezza ancora maggiore per scoraggiare future avanzate russe. Ma il dibattito sulla sicurezza dell’Ucraina non esiste nel vuoto: fa parte di una più ampia disputa transatlantica sulla spesa militare. Trump ha abbandonato il vecchio obiettivo NATO del 2%, ora insistendo affinché gli alleati spendano almeno il 5% del PIL per la difesa o rischino di essere lasciati a se stessi. Questa escalation ha scosso i governi europei, molti dei quali stanno già faticando a far quadrare i loro bilanci. Germania e Francia hanno promesso aumenti significativi della spesa militare, ma la realtà rimane invariata: ogni euro destinato alla difesa va a scapito di qualcos’altro. Il compromesso si sta già concretizzando, con il primo ministro britannico Keir Starmer che, in linea con Trump, ha tagliato gli aiuti internazionali per liberare risorse per la difesa. È un’equazione familiare: welfare, infrastrutture e servizi pubblici sacrificati silenziosamente in nome della sicurezza.
Il significato stesso di “garanzie di sicurezza” è un punto controverso. L’amministrazione Trump le considera flessibili, condizionate e soprattutto transazionali. Secondo la sua logica, un accordo con la Russia renderà superflui gli impegni militari a lungo termine, mentre l’impegno economico – soprattutto le operazioni commerciali statunitensi in Ucraina – sarà sufficiente a garantire la stabilità. In questa visione, spetta all’Europa, con il suo interesse regionale diretto, sostenere il peso della difesa ucraina. Per i leader europei e per l’Ucraina, invece, le garanzie di sicurezza non sono astratte ma tangibili: implicano impegni militari concreti, forniture di armi e accordi di difesa giuridicamente vincolanti. L’Ucraina, consapevole che l’adesione alla NATO rimane improbabile, ha cercato alternative che ricalchino l’Articolo 5 della NATO per garantire la protezione occidentale. Senza tali impegni, i leader europei temono che qualsiasi accordo non farà altro che ritardare, piuttosto che prevenire, una nuova aggressione russa. Questa divisione è fondamentale. Trump parte dal presupposto che gli interessi economici porteranno stabilità, mentre l’Europa e l’Ucraina sostengono che la sicurezza reale richiede deterrenza e impegni militari a lungo termine.
Ma al di là della geopolitica, il vero costo di questo nuovo ordine – che si tratti di maggiore disuguaglianza, austerità o collasso climatico – non sarà sostenuto da chi chiude gli accordi. Come sempre, ricadrà su chi non ha voce in capitolo: tutti noi che lavoriamo e viviamo nel nuovo ordine mondiale capitalista che sta prendendo forma.