Anatomia di un declino: impero americano e impero romano a confronto

Dal blog https://krisis.info

di Elisabetta Burba 14 Marzo 2025

Uno storico e una giurista cercano di capire che cosa direbbe Edward Gibbon, il grande narratore della fine di Roma, sulla crisi in cui versano oggi gli USA.

I professoriGian Giacomo Migone e Aglaia McClintock si confrontano sull’impasse statunitense, attraverso le intuizioni dello storico settecentesco Edward Gibbon, autore di «Declino e caduta dell’impero romano». Il loro dialogo rivela che il declino di una potenza globale è sempre frutto di una combinazione di elementi: corruzione, perdita di valori civici, eccessiva espansione, declino tecnologico… Mentre Washington affronta sfide simili a quelle che portarono alla caduta di Roma, i due studiosi concordano: l’unica speranza risiede nella capacità della società civile di opporsi alla deriva autocratica e di riaffermare i valori democratici. Tuttavia, come conclude Migone, i tempi sono stretti. E la finestra per invertire la rotta si sta chiudendo.

«Tornano a mente le parole dello storico Edward Gibbon, che individuava il declino dell’Impero di Roma nell’incapacità di rispettare le leggi che intendeva imporre al mondo». In un articolo pubblicato mesi fa su Krisis, il professor Gian Giacomo Migone ha fatto un parallelismo fra antica Roma e Stati Uniti. E ha citato l’autore di Declino e caduta dell’impero romano, monumentale opera pubblicata in sei volumi tra il 1776 e il 1788 sulle cause della caduta di Roma. L’interrogativo è sorto spontaneo: che cosa direbbe Gibbon oggi del declino degli Stati Uniti? Per trovare una risposta, Krisis ha organizzato un confronto tra il professor Migone, docente di Storia dell’America settentrionale dal 1969 al 2010 e Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato dal 1994 al 2001, e Aglaia McClintock, professore di Diritto romano e fondamenti del diritto europeo all’Università del Sannio e allieva della professoressa Eva Cantarella. Ecco che cosa si sono detti. 

Professor Migone, perché ha richiamato Gibbon in un articolo sul declino degli Stati Uniti?

Migone: «La tesi di fondo di Gibbon è che quando l’impero romano non riesce al proprio interno a rispettare principi e obiettivi che vuole imporre al resto del mondo, questo diventa un segno del suo declino. È il caso anche di un altro impero, quello americano, che vive una fase di decadenza che retrodaterei alla sconfitta della guerra nel Vietnam, che segna il declino non in termini assoluti e soprattutto non in termini militari, ma in termini più generali del loro impero. Questa crisi, che costituisce un elemento di discussione sempre più presente tra noi addetti ai lavori, è diventata particolarmente visibile da quando è entrato in scena Donald Trump».

Professoressa McClintock, quali sono le similitudini tra antica Roma e Stati Uniti?

McClintock: «Indubbiamente vi sono forti assonanze strutturali e ideologiche, introdotte dai Padri fondatori innamorati di alcuni aspetti della costituzione romana e di alcuni personaggi di spicco. Basti pensare ai busti dell’inizio del XIX secolo raffiguranti George Washington e Benjamin Franklin che indossano toghe e abiti romani. La Repubblica romana era per gli americani un ideale cui tendere. Non a caso, la Casa Bianca si ispira al Campidoglio di Roma e all’architettura di Vitruvio. Un’altra affinità tra i Romani antichi e gli americani è il voto di gruppo per le elezioni. A Roma i voti erano distribuiti per centurie, unità di voto sulla base del censo, negli Stati Uniti ciascuno Stato esprime un numero di grandi elettori in base alla sua popolosità. Ciò vuol dire che un Presidente deve vincere gli Stati, non il numero complessivo degli elettori».

Altre analogie?

McClintock: «Un’altra similitudine importante è che i magistrati giudicanti sono elettivi come nella Roma antica. La pubblica accusa è spesso un gradino iniziale per la carriera politica. E il verdetto dei processi penali è demandato a una giuria popolare che, come a Roma, ha pieni poteri di assolvere o condannare l’imputato. Ma forse una delle analogie più forti è la somiglianza nel concepire lo status civitatis, il diritto che permette, a chi lo possiede, di partecipare alla sovranità dello stato e di accedere alla giustizia civile e penale. Il civis è protetto dagli organi della città-stato. Qualora venga sottoposto a un provvedimento coercitivo di un magistrato, il cittadino ha il diritto di appellarsi al popolo, vale a dire di ottenere che il popolo lo giudichi, lo processi. Si tratta quindi di una garanzia fondamentale dell’individuo contro il possibile abuso dei mezzi coercitivi da parte dello Stato. La cittadinanza a Roma è una strada a due sensi, si può acquistare ma si può anche perdere perché è concepita come un privilegio da concedere ai meritevoli e agli alleati. Di conseguenza, le pratiche dell’esilio e del bando erano utilizzate come punizione e comportavano la perdita della cittadinanza per il cittadino trasgressore, o per il cittadino dichiarato nemico dellares publica. E non vi è dubbio, come ha appena detto il professore Migone, che nell’immaginario collettivo, sia americano sia italiano, l’impero americano ha preso il posto di quello romano, come esportatore di valori, di lingua e di modelli culturali. Va anche aggiunto che oggi c’è un nuovo immaginario dell’impero americano/romano alimentato da serie televisive e videogame che riprende certi vagheggiati desideri maschili. Altrimenti non ci spiegheremmo anche solo l’idea che possa avvenire uno scontro gladiatorio tra due magnati dell’Hi-tech come Musk e Zuckerberg. O il fatto che su TikTok una domanda tormentone sia quante volte al giorno un uomo americano pensi all’impero romano».

«Progresso Americano», dipinto realizzato nel 1872 da John Gast, che raffigura i coloni mentre si spostano a Ovest, guidati e protetti da Columbia. Foto Public Domain.
«Progresso Americano», dipinto realizzato nel 1872 da John Gast, che raffigura i coloni mentre si spostano a Ovest, guidati e protetti da Columbia. Foto Public Domain.

Lei parla con cognizione di causa, essendo anche cittadina americana.

McClintock: «Io sono un ibrido: mezza americana e mezza italiana. Per la mia parte italiana la cittadinanza è un diritto proprio di uno Stato democratico, garantista, che non potrò perdere mai (sono residuali i casi di perdita di cittadinanza nel nostro ordinamento). Per la mia parte americana osservo come la cittadinanza sia stata concepita e sia considerata un privilegio che può essere concesso, ma che si può anche perdere. Basti pensare che il cittadino che prende le armi contro gli Stati Uniti perde la cittadinanza. Lo abbiamo visto con il Patriot Act, in seguito agli attacchi terroristici delle Torri gemelle, ma è un’eventualità sempre presente. Del resto fa parte del sogno americano lavorare per ottenere la cittadinanza, o anche vincerla con una lotteria. A mio avviso un momento cruciale di una mutazione del mondo romano è dato dal passaggio dalla Repubblica all’Impero. Con l’avvento del principato diminuiscono le possibilità per le famiglie senatoriali di partecipare al governo che è accentrato nelle mani di un unico soggetto. In quelli che Gibbon chiama i “secoli d’oro” dell’impero romano, nel lasso di tempo che va da Traiano a Marco Aurelio, vi sono almeno un rispetto formale del diritto e tentativi di assicurare un maggiore benessere ai cittadini che sono anche sudditi. Sembra che ci sia stata una certa mobilità sociale. La perdita di questa mobilità, oltre a una serie di complesse concause, si rileva come un motivo di inevitabile declino. In questo senso pare che ci sia un parallelo con gli Stati Uniti, in cui si assiste a una diminuzione della mobilità sociale. Oggi neppure frequentare un’università dell’Ivy League assicura una carriera a certi livelli o la possibilità di aspirare a una carica pubblica. Il tratto che ancora accomuna l’America e Roma antica è la questione della cittadinanza e della partecipazione alla cosa pubblica».

È d’accordo, professor Migone?

Migone: «Faccio innanzitutto una premessa che riguarda proprio il concetto di cittadinanza americana. Fino a questo momento, come precisa la Costituzione stessa, sono automaticamente cittadini statunitensi tutti coloro che sono nati negli Stati Uniti. Vale la pena di ricordare che gli Stati Uniti sono un terreno di conquista di successive immigrazioni. Gli abitanti originari sono gli indiani d’America dopodiché gli altri (a cominciare dai pellegrini e prima di loro gli olandesi) sono tutti immigrati. Da qui deriva questa normativa, che per esempio in Italia non esiste, perché eravamo un Paese di emigrazione e, solo recentemente, siamo diventati un Paese di immigrazione. Ebbene, il fatto che Donald Trump metta in discussione questo principio fondamentale della Costituzione americana è un segnale della crisi in corso, perché la ragione di tale scelta è legata al conflitto che s’è determinato tra i poveri già residenti negli Stati Uniti e coloro che aspirano a immigrare negli Stati Uniti. Trump poi va oltre nel toccare assetti fondamentali della Costituzione. Arriva addirittura, sebbene solo con delle battute, a mettere in discussione il principio sancito nella Costituzione del doppio mandato, che è stato introdotto dai repubblicani come risposta ai ripetuti mandati di Franklin Delano Roosevelt. In altre parole, malgrado la sua non tenera età, Trump fa intendere l’idea di proporsi, in qualche maniera, come imperatore».

Il passaggio dalla Repubblica all’Impero di cui parla la professoressa McClintock…

Migone: «In realtà questo scivolamento verso una forma monarchica era già iniziato con Joe Biden, la cui incapacità fisica, psicologica e intellettuale precedette di parecchi mesi, se non addirittura anni, il momento in cui gli venne imposto di rinunciare alla seconda candidatura. Ma perché quest’involuzione in senso monarchico? Probabilmente per il senso di orgoglio di Biden, per la moglie, per il figlio Hunter che aveva compiuto le marachelle, ma soprattutto per la volontà dei tre o quattro personaggi che sedevano intorno a lui e che, in una forma monarchica, di fatto governavano il Paese… Dico sempre che Biden, alla fine, ricordava Leonid Brezhnev dell’ultimo periodo, completamente incapace di intendere e di volere. Come risultato, di fatto l’Unione Sovietica era governata dalle tre o quattro persone che stavano intorno a lui».

«Dichiarazione di indipendenza», quadro dipinto nel 1810 da John Trumbull che raffigura la presentazione della dichiarazione al Congresso, simbolo della nascita degli Stati Uniti. Foto Public Domain.
«Dichiarazione di indipendenza», quadro dipinto nel 1810 da John Trumbull che raffigura la presentazione della dichiarazione al Congresso, simbolo della nascita degli Stati Uniti. Foto Public Domain.

Lo stesso valeva per Biden?

«Diciamo che quest’esempio spiega il declino degli Stati Uniti, che non sono più all’altezza del messaggio con cui avevano stabilito non soltanto dei domini, ma una vera e propria egemonia nei confronti di altri Paesi. In quest’analisi, uso la distinzione gramsciana tra dominio e egemonia, dove il dominio è pura forza, mentre l’egemonia è aspirazione anche di coloro che vengono egemonizzati. Poi, per fortuna, nella società americana sono presenti anche degli antidoti. C’è una resistenza dei giudici, anch’essi sottoposti agli attacchi dell’aspirante dittatore, e una libertà di dibattito da noi molto più circoscritta… Tuttavia, prevale l’elemento di declino. Aggiungo un’altra osservazione e poi mi taccio».

Prego.

Migone: «Molti analisti vedono la caduta del muro di Berlino come il vertice dell’egemonia americana. Si parla tuttora di unipolarismo. Francis Fukuyama, dopo avere proclamato la fine della storia, è stato costretto da eventi successivi a dedicare buona parte del suo impegno di studioso a spiegare e giustificare sé medesimo. Invece io credo che la caduta del Muro, più che una vittoria degli Stati Uniti, sia stata una sconfitta dell’Unione Sovietica. Con la caduta dell’Urss è venuta meno una delle condizioni della prevalenza degli Stati Uniti, che è la presenza di un nemico credibile. Gli anni successivi al crollo dell’Urss sono stati un tentativo di prolungare e riassumere con elementi artificiali l’egemonia precedente. Non a caso, tutti i successori di Ronald Reagan si sono sforzati di sostituire il venir meno della minaccia sovietica con altri nemici, in particolare dopo l’attacco alle Torri gemelle nel 2001. Per non citare me stesso, cito il professor David Calleo della Johns Hopkins University, importante studioso di relazioni internazionali, noto per le sue analisi sull’egemonia americana. Calleo sostiene che le vittorie militari degli Stati Uniti, specialmente alla fine della Guerra fredda, spesso sono diventate sconfitte politiche. Emblematico il caso della guerra in Irak».

E qui arriviamo all’eccessiva espansione dell’Impero romano di cui parlava Gibbon. Come l’antica Roma, Washington si trova a fare i conti con un’enorme proliferazione: 800 basi militari in oltre 70 Paesi…

Migone: «La risposta è sì. La spiegazione è anche abbastanza semplice. Visto che gli Stati Uniti perdono egemonia in termini di messaggio democratico, tendono a valorizzare l’aspetto in cui sono più forti, che è quello militare. Da qui la tendenza a militarizzare i conflitti, che poi è quella che rende la situazione così pericolosa per tutti».

Trump ha appena proposto a Russia e Cina di dimezzare le spese militari. Una buona notizia, no?

Migone: «Certo che è una buona notizia. Però consentitemi una battutaccia: Trump è un Berlusconi al cubo, che bada esclusivamente alla convenienza economica. A quanto pare, ora gli conviene proporre un dimezzamento delle spese militari, tentando di scaricarne una buona parte sugli alleati europei, potenziali concorrenti. Una presa di posizione che però sembra in contraddizione con l’altra sua tendenza, che è quella di voler aumentare le tariffe. Questo significa autarchia, che si traduce in maggiore spesa pubblica e, di conseguenza, a un aumento della spesa militare…».

«Romani nell’epoca della decadenza», quadro dipinto nel 1847 da Thomas Couture che raffigura un’orgia romana. Foto Public Domain.
«Romani nell’epoca della decadenza», quadro dipinto nel 1847 da Thomas Couture che raffigura un’orgia romana. Foto Public Domain.

E qui arriviamo a un’altra analogia: l’evoluzione tecnologica. Gibbon nota la lentezza dei romani ad adattarsi alle nuove tecnologie. Anche gli americani subiscono battute d’arresto in campo tecnologico. Lo dimostrano la forte dipendenza dalla produzione asiatica di semiconduttori e i successi della cinese DeepSeek nell’intelligenza artificiale.

Migone: «È vero. Quello che complica i nostri ragionamenti è che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica che non sappiamo bene dove ci porterà. Da questo punto di vista ho poco da raggiungere, salvo una citazione del grande storico Eric Foner, ex presidente della American Historical Association, che ci ricorda che ci sono le sorprese della storia. Vorrei tanto che questa sorpresa si traducesse nella realizzazione di un’Europa unita e politica, anche se, nell’osservare i sussulti all’interno dell’Unione Europea, ne siamo ancora lontani. Un’altra osservazione che mi viene in mente è il difetto di sovranità degli stessi Stati Uniti: quando una potenza straniera, cioè Israele, è in grado di comprarsi un terzo del Congresso senza che nessuno sollevi un dubbio, è evidente che il cerchio si chiude».

Tema correlato a un altro punto di Gibbon: il declino della virtù civica, ciò che l’antropologo francese Emmanuel Todd chiama nichilismo occidentale.

Migone: «Io non vorrei esagerare da questo punto di vista, perché mi sembra che all’interno della società americana sia in corso una profonda discussione. Non sui giornali mainstream, che vengono foraggiati (come sappiamo adesso, anche da USAID), ma in generale in rete, attraverso una libertà e una qualità della discussione che per esempio noi in Italia non conosciamo. Per cui c’è ancora qualche antidoto che regge».

McClintock: «Il problema della ricchezza, del lusso, della perdita dei valori civici è un punto chiave. Sia nel periodo repubblicano sia in quello imperiale, Roma si è sempre posta il problema di quello che lo storico Emilio Gabba chiama il “buon uso della ricchezza”. La smodata ricchezza e la lotta al lusso è un topos, un discorso politico che è uno sfondo costante della letteratura latina. Un Leitmotiv ineliminabile, perché la democrazia oligarchica non funziona con i miliardari eccentrici: può funzionare con miliardari che reinvestono nella collettività una cospicua parte delle loro sostanze. Fino a un paio di decenni fa, uno dei mantra dei ricchi americani era il “give back”. Il capitalismo illuminato imponeva come costume sociale di restituire alla collettività in termini di finanziamento dell’arte, della musica, delle borse di studio, delle cattedre universitarie, della ricerca… Quello che intendo dire è che c’era un’ideologia americana predominante che ricordava l’ideologia romana dei valori fondanti di una democrazia o anche dell’impero dell’età dell’oro: moderatio, libertas, liberalitas, pietas, felicitas. Trump e il trumpismo hanno invece una concezione più individualistica della ricchezza».

Di pari passo, avanza la corruzione. Gibbon sottolinea che corruzione, instabilità politica e leadership debole furono centrali nel declino di Roma. Si può dire lo stesso degli Stati Uniti odierni?

McClintock: «La corruzione e la lotta alla corruzione è una costante di ogni società. Ciò che inquieta è l’emergere sulla scena di personaggi carismatici, o comunque considerati tali dalle masse, come accadeva a Roma alla fine della Repubblica prima della svolta autoritaria. Certo, per la dissimmetria dei personaggi e delle loro qualità sembra bizzarro paragonare Trump a Giulio Cesare. Però se davvero fu la corruzione una causa determinante del declino, come mai l’impero orientale bizantino corrotto, burocratizzato, sclerotizzato sopravvisse tanti secoli? Inoltre, come ebbe a scrivere Arnaldo Momigliano di Gibbon, la domanda non è tanto perché cadde l’Impero romano ma come fecero le popolazioni germaniche a conquistarlo se era così forte? Quello che dovremmo chiederci, secondo Momigliano, è se davvero i germani distrussero una delle più grandi organizzazioni statali civili mai esistita. Non è che forse quell’organizzazione già non funzionava tanto bene?».

«Distruzione», dipinto realizzato nel 1836 da Thomas Cole che raffigura il crollo violento e drammatico di una civiltà al massimo del suo splendore. Foto Public Domain.
«Distruzione», dipinto realizzato nel 1836 da Thomas Cole che raffigura il crollo violento e drammatico di una civiltà al massimo del suo splendore. Foto Public Domain.

I barbari probabilmente arrivarono perché c’era già una crisi in corso… Ma riguardo a Trump, siamo sicuri che sia tutta colpa sua? La corsa sfrenata alla ricchezza non è cominciata molto tempo prima del suo avvento?

Migone: «È iniziata con Ronald Reagan. Si tratta di un fenomeno di lungo respiro, cominciato ai tempi del cosiddetto edonismo reaganiano, che ha portato alla situazione attuale, in cui lo 0,1% più ricco degli americani controlla 22 trilioni di dollari di ricchezza. Mentre il 50% più povero ne controlla 3,8 trilioni. Questa si chiama oligarchia. E il ruolo di Elon Musk rappresenta questa tendenza in modo emblematico».

A Roma, la concentrazione di ricchezze e cariche pubbliche nelle mani di poche famiglie rafforzò l’oligarchia, fino alla crisi della Repubblica e all’instaurazione dell’Impero. Anche gli USA rischiano una deriva autocratica?

Migone: «A me sembra evidente. Resta la speranza che una parte cospicua della popolazione si ribelli a una politica sempre più ostile ai suoi interessi, che decurta le imposte dei più ricchi e le provvidenze già limitate a disposizione della grande maggioranza. Ma il tempo stringe, perché gli spazi di libertà democratica sono vieppiù insidiati. L’impero in declino, oltre che corrotto, è anche autoritario».

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

Autore

  • Elisabetta BurbaElisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all’Università dell’Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un Master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.

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