Dalla pg FB di Pierluigi fagan
Siamo nel 1945, pochi anni dopo la redazione del Manifesto di Ventotene, guerra appena finita.
Uno studioso e filosofo russo-francese, A. Kojève, le cui leggendarie lezioni sulla Fenomenologia di Hegel sono state seguite e hanno in qualche modo influito sul pensiero di Raymond Queneau, Georges Bataille, Raymond Aron, Roger Caillois, Henry Corbin, Maurice Merleau-Ponty e Jacques Lacan (ma vi passarono a volte anche André Breton e Hannah Arendt), scrive un documento interno al Ministero degli Esteri francese di cui era alto funzionario.
Il documento s’intitolava “L’Impero latino” ed era rivolto a De Gaulle.
Nel 2013, Giorgio Agamben, riprende il documento e lo offre -invano- alla pubblica riflessione come via a metà tra coloro che pensano che il singolo stato-nazione di taglia europea abbia effettivamente terminato la parabola del suo ciclo storico poiché non più in grado di fornire adattamento al proprio popolo in un mondo che ormai si ambienta in tutto il pianeta e non più solo in Europa e coloro che vedono l’Unione europea come un costrutto artificiale di puro interesse economico e finanziario che mai sarà passibile di una evoluzione politica, quindi democratica, quindi federale.
Oddio proprio invano no, nel mio piccolo la scintilla accende un fuoco di ricerca e la causa di una Unione Latino Mediterranea Europea (Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Grecia) diventa la “mia” causa da allora. Fino al mio libro da poco uscito Benvenuti nell’Era complessa anche se, a differenza di Kojeve, non lo chiamerei impero termine il cui significato è assai vasto e impreciso e spesso usato del tutto a sproposito.
Il punto evidenziato da Agamben, in breve e in modo più articolato da Kojeve, è semplice: nessuna unione transnazionale può prescindere da certi gradi di parentela reale di cultura, di lingua, di modi di vita e di religione (ci sia o meno credenza attiva). Nuove unità politiche transnazionali (si scrive “unità politiche”, si legge “Stato”) sono possibili se e solo se formate da nazioni apparentate. Una nuova unione ovvero un nuovo stato unificato, è un vasto progetto di convivenza e la convivenza tra gruppi troppo dissimili naufraga presto, qualunque siano le intenzioni che la muovono. Oltre a capire contro chi o per cosa si progetta una nuova unione, occorre domandarsi con chi.
Una Unione Latino Mediterranea Europea unirebbe 200 milioni di persone di cinque stati con una geo-storia comune che indicherebbe la priorità geopolitiche comuni (visto che la geografia è in comune), tradizioni e “forme di vita” molto simili, un comune ceppo linguistico passibile di evolvere una lingua creola comune senza la quale non si capisce come si possa fare una democrazia. Sarebbe la terza economia mondiale dopo USA e Cina, erediterebbe un seggio al Consiglio di Sicurezza e un arsenale atomico, conterebbe 201 siti patrimonio dell’umanità (seguita da Cina con 59) tra culturali e naturali.
Non certo una passeggiata ma visti i tempi e la necessità di rimettere in moto le idee su come darci un futuro ora che l’era moderna è finita, una idea nel novero delle cose possibili e non impossibili come gli Stati Uniti d’Europa o inefficaci come rintanarsi nell’angusto stato-nazionale.
Il nuovo livello del gioco nel mondo è e sempre più sarà appannaggio di potenze dalla larga base demografica, è una questione di massa. Si potrà certo ricavarsi una nicchia rimanendo piccoli ma oltre al paradiso fiscale o qualche fuggevole vantaggio comparato che per qualche anno può dare beneficio salvo poi scomparire, il nuovo ordine mondiale che è già e sempre più sarà multipolare, implica il decidere che polo si è e a quale livello può giocare. Tutto ciò a cui non si può partecipare cercando di influenzare a proprio vantaggio le scelte definitive, verrà subito. Questo è il motivo che consiglierebbe di ragionare sulla confluenza di vecchi stati della modernità europea in nuovi aggregati più massivi.
L’attuale Unione europea, più un vestito pubblicitario che un fatto concreto o possibile l’utilizzo del termine “Unione”, nasce dopo il fallito tentativo di fare una reale unione politica federale a sei (Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania, Italia) che doveva partire con una unione di comune Difesa. Ma la comune Difesa presuppone un ministro della Difesa e questo un governo e questo un parlamento si spera democratico e quindi una Costituzione e uno Stato. Quindi, in quel caso dei primi anni Cinquanta, si pensava di fare una unione di Difesa ma solo come primo passo per una immediata nuova unione politica, statale, federale.
Fallito il tentativo, si prese allora la più modesta strada dell’unione di mercato comune e poi, una moneta comune che i tedeschi accettarono se e solo se questa era normata come lo era il Marco, imposero questo standard atipico per una moneta come concessione ai francesi che -di malavoglia- concedevano a loro volta ai tedeschi il permesso di riunificarsi.
Il problema è che la logica di una unione economica è diversa dalla logica di una unione politica. Nel primo caso più si è e più eterogenei si è, meglio è, si tratta infatti di scambiare eccedenze con mancanze. Tant’è che ad oggi si è arrivati a 27 membri, ma in passato s’era preso in esame anche la possibilità di farci entrare la Turchia o anche Israele, mentre oggi si parla di Ucraina e Georgia, paesi che erano solo province interne dell’URSS e con la storia e cultura europea nulla hanno a che fare. Nel secondo caso, invece, quello di una unione politica, meno si è e più omogenei si è, meglio è. Si tratta infatti di unire codici giuridici, sistemi educativi e sanitari, norme e statuti, prassi di vita comune, cultura comune, basi per un regime politico democratico.
Chi parla di “Stati Uniti d’Europa” parla di asini che volano, di cose che non sono belle o brutte, di destra o di sinistra, progressiste o conservatrici, parla di cose che non possono esistere, “hopeless monster”, parla di nulla ripieno di niente.
Altresì, il giusto richiamo a quanta più possibile “sovranità”, l’essenza che formò l’idea di stato nazionale da ‘500 in poi, base sulla quale si può esercitare una “democrazia” altrimenti non si capisce quale “cratos” ha il “demos”, non è cosa che si ottiene per concessione ma si impone per capacità di difenderla.
Difficile immaginare gradi consistenti di sovranità, cioè capacità di decidere da sé per sé, in un mondo che ha potenze di dimensioni tali per le quali ad esempio Francia e Italia sono solo al 23° e 25° posto. Oggi come dato demografico ma non c’è proiezione di Pil al 2050 che non preveda più o meno la stessa posizione anche per “ricchezza”, soprattutto per l’Italia.
Lungo tutta la modernità, gli stati europei erano interni al sistema euro-occidentale che poi nel dopoguerra divenne sistema atlantico assieme agli USA e l’Anglosfera (si chiama anglosfera perché si basa su una cultura comune, di lingua, di cultura, di tradizioni giuridiche e politiche, di religione). Dentro questi “sistemi” abbiamo dominato il mondo. Oggi non solo non dominiamo più niente, ma siamo destinati a dividerci su traiettorie diverse poiché ognuno cercherà la sua nicchia adattiva. Gli USA cominciano a farsi gli affari propri più del solito, così la Germania che ora si riarma, i britannici come al solito pendolando tra America e Europa. Noi siamo un Paese di meda taglia, sempre più anziano, in contrazione demografica (54 mio 2050, 46 mio 2080), stimato al 25° posto per Pil al 2050, in tali condizioni le possibilità di trovare la nostra nicchia adattiva sono sempre più limitate e così avere una dignitosa sovranità.
Progettare una nuova Unione su basi di relativa omogeneità culturale e comuni radici geostoriche ha il fine di darci un nuovo sistema con cui cercare una nicchia adattiva più comoda, più ricca di potenziale, più difendibile dalla voracità di potenze più forti, aperta in via naturale a più intense interrelazioni col mondo sudamericano, nordafricano, mediorientale oltre a mantenere buone relazioni con l’anglosfera, l’area nordeuropea, la Russia, la Cina, l’India. Amici di tutti ma servi di nessuno.
Dobbiamo superare la nostra capacità di azione politica efficace limitata alla sola critica, non è criticando questo o quello che ci daremo un futuro, il futuro dovremmo progettarlo, altrimenti lo subiremo sempre di più.
L’intera storia italiana ci dice cosa successe al coacervo di principati, granducati, regni limitati e ancorpiù limitate repubbliche come era già noto al fondatore della moderna filosofia politica moderna, quel Machiavelli che aveva capito prima di ogni altro che così saremmo stati invasi un giorno sì e l’altro pure da potenze unificate più forti, altro che “sovranità”.
Giorgio Agamben, L’impero latino – Quodlibet
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