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di Katrina Sammour21 Marzo 2025
Un’analista giordana, appena rientrata da una visita in Siria, descrive un Paese dominato da un rigoroso dogma salafita-jihadista.
n Siria, la narrazione ufficiale parla di una transizione verso la stabilità, ma i fatti sul campo parlano di repressione e di tensioni etniche e religiose. In questo contesto, appare emblematica la figura di al-Jolani, il nuovo uomo forte del Paese. Ex soldato dello Stato Islamico, è diventato il leader di un governo post-Assad, cercando di proporsi come promotore di un nuovo ordine moderato. In realtà, il suo potere si regge su una base salafita-jihadista che esclude i non sunniti e reprime brutalmente il dissenso. All’inizio di marzo, le tensioni settarie sono esplose sulla costa, con massacri e persecuzioni sistematiche in cui i sunniti sono diventati carnefici e gli alawiti vittime. Nonostante le condanne internazionali, il governo di al-Jolani mostra scarsa volontà di cambiare rotta, rivelando un approccio sempre più radicale.
Ahmad Al Shari’, noto anche come Abu Muhammad Al Jolani, ha assunto multiple identità nel corso dei 15 anni di conflitto in Siria. Dai suoi primi giorni come semplice soldato dello Stato Islamico (IS) al suo attuale ruolo di presidente di un governo post-Assad, Al Jolani ha sempre cercato, prima di tutto, potere e legittimità. Facendo leva sulla reputazione di gruppi, ideologi e mentori che gli hanno conferito credibilità, è riuscito a salire nella gerarchia del panorama dei gruppi armati siriani.

Nel tempo, al Jolani ha perfezionato uno schema che ha spesso ripetuto: 1) allinearsi con chi gli offriva credibilità, 2) stringere alleanze per guadagni tattici, e poi 3) riposizionarsi quando le partnership diventavano un peso.
Tuttavia, l’approccio strategico al potere che gli ha permesso di emergere nella zona di guerra siriana potrebbe ora rappresentare una minaccia più grande per la sua presidenza e ancor di più per le minoranze siriane. Con il regime di Assad caduto e al Jolani alla guida di uno Stato siriano con una forza di sicurezza di stampo salafita-jihadista, il Paese sta scivolando in un nuovo ciclo di violenza.
Questa volta i ruoli si sono invertiti: i musulmani sunniti sono i perpetratori e le minoranze siriane, in particolare gli alawiti, sono le vittime. Nonostante le dichiarazioni pubbliche di al Joulani enfatizzino la riconciliazione, la realtà sul campo rivela una rigida interpretazione militante dell’Islam sunnita. Comprendere il percorso di al Jolani verso il potere consente di capire l’identità salafita-jihadista che lo sostiene.
Da soldato semplice a emiro
Quando la rivoluzione siriana si è trasformata in una guerra civile settaria, i gruppi armati sono proliferati. Lo Stato Islamico in Irak (ISI) ha visto un’opportunità nel caos siriano e ha inviato Abu Muhammad al Jolani ad aprire un fronte siriano, creando un gruppo siriano dell’ISI sotto il nome di Fronte al Nusra. Il gruppo iracheno gli ha fornito combattenti, armi e fondi limitati. Ma fin dall’inizio della sua missione in Siria, al Jolani era determinato a tracciare il proprio percorso.
Invece di riferire ai suoi comandanti dell’ISI e imporre una dottrina salafita rigorosa ai suoi soldati, strinse alleanze strategiche con gruppi che l’ISI considerava infedeli. Questa indipendenza, vista dal leader dell’ISI Al Baghdadi come una ribellione, spinse l’ISI a sciogliere il gruppo siriano, il Fronte Al Nusra, e ad annunciare la sua fusione con l’ISI. Al Jolani si oppose e alla fine disertò dal gruppo di Al Baghdadi, giurando fedeltà ad al Qaeda.

Man mano che il Fronte al Nusra progrediva in Siria, al Jolani si è reso conto che il marchio di Al Qaeda stava diventando un peso. Stava cercando di costruire una struttura di governance a Idlib che aveva bisogno di aiuti internazionali per sopravvivere. Gli aiuti internazionali, però, arrivano solo con riconoscimento e legittimità. Rompere l’alleanza con Al Qaeda era il modo per ottenerli. Dopo la rottura con al Qaeda, al Jolani si è rivolto ai jihadisti locali, stringendo alleanze con Ahrar al-Sham, un influente gruppo armato. La loro strategia enfatizzava la governance rispetto alla conquista, mescolando ideologia con politica pragmatica. Questa partnership ha aiutato al Jolani a mantenere la credibilità tra gli estremisti, ampliando al contempo il suo appeal verso un pubblico più ampio al di fuori dei circoli jihadisti. Ma anche dopo aver unito con successo le fazioni e governato a Idlib, al Jolani è rimasto un leader senza una dottrina propria. Sempre in prestito, mai definita. Usava argomenti diversi con pubblici diversi.
Dopo il crollo improvviso del regime di Assad, al Jolani si è trovato di fronte a una nuova sfida. Spinto alla leadership nazionale, ha dovuto affrontare la governance reale su diversi gruppi. Avendo costruito la sua autorità sull’idea di un conflitto prolungato con Assad e le forze iraniane, creando un’«entità rivoluzionaria sunnita», si è trovato di fronte al compito monumentale di rivolgersi a tre principali costituenti: attori internazionali desiderosi di stabilità, siriani comuni di vari background religiosi e il nucleo salafita-jihadista che costituisce la sua base militare.
Fin dall’inizio del suo governo, al Jolani si è presentato come un leader moderato per tutti i siriani. Le dichiarazioni pubbliche includevano parole d’ordine come «inclusività» e «protezione delle minoranze», mirate a ottenere riconoscimento diplomatico e la rimozione delle sanzioni. Tuttavia, sebbene al Jolani possa apparire come un leader progressista, la sua forza dipende dalla sua guardia, che aderisce a una dottrina salafita-jihadista rigorosa.
Alla base di questa tensione c’è la storica dipendenza di al Jolani da figure religiose esterne per ottenere legittimità. La maggior parte di questi teologi ha sempre predicato che i gruppi non sunniti dovrebbero essere esclusi da istituzioni come l’esercito. La loro posizione si allinea con una lettura rigorosa della dottrina salafita-jihadista che santifica la Jihad contro i presunti apostati. Di conseguenza, la politica ufficiale del nuovo governo riflette queste norme rigide: i gruppi minoritari sono stati sistematicamente emarginati o rimossi dai lavori nel settore pubblico, mentre qualsiasi segno di malcontento locale tra i non sunniti è stato interpretato come una minaccia esistenziale che richiedeva una severa rappresaglia.

Tensioni settarie sulla costa
Quando l’Hts è salito al potere, la sua prima priorità è stata una pulizia totale di tutte le istituzioni pubbliche. Durante il mio ultimo viaggio in Siria, ho intervistato numerosi alawiti licenziati da diverse istituzioni statali. Tutti mi hanno detto che il messaggio era chiaro: la loro presenza non è ben accetta a nessun livello governativo. Mentre l’Hts epurava le istituzioni pubbliche di Damasco dagli alawiti, in altre parti della Siria la violenza contro le minoranze è aumentata drasticamente, da Hama a Homs, dove omicidi violenti e rapimenti sono diventati la nuova normalità.
Nella prima settimana di marzo di quest’anno, la violenza è esplosa nella città di Jebla, nota per la sua maggioranza alawita, quando un’imboscata delle ex forze di Bashar al-Assad ha ucciso di dieci membri della sicurezza dell’Hts. I funzionari del nuovo governo hanno usato l’incidente per giustificare una repressione sproporzionata. Le moschee di Homs, Idlib e Aleppo hanno chiamato alla «mobilitazione nazionale», scatenando ondate di uomini pesantemente armati che si sono diretti verso la regione costiera della Siria. Il risultato è stata una campagna brutale contro gli alawiti. Fonti siriane indipendenti stimano oltre 700 vittime civili, per lo più alawiti, insieme ad alcuni cristiani, in pochi giorni.
Video diffusi su canali Telegram mostravano combattenti armati, alcuni con uniformi e distintivi dell’Hts e altri affiliati a gruppi islamisti non identificati, prendere di mira quartieri alawiti e cristiani. Il nuovo governo siriano non è intervenuto tempestivamente per affrontare le violenze. E si è astenuto dal condannare o dal dare direttive chiare per controllare il caos. Invece, ha tenuto un discorso incolpando la violenza sui «lealisti pro Assad» e annunciando un’inchiesta. Tuttavia, secondo testimoni locali, uomini appoggiati dal governo hanno rimosso i corpi e alcuni testimoni sono stati intimiditi per cambiare le loro versioni. Questo solleva dubbi sulla volontà del nuovo governo di condurre un’indagine indipendente.
Gli alawiti hanno subito la maggior parte della violenza diretta contro le minoranze, ma non sono stati l’unico gruppo preso di mira. Nel Paese si è diffuso un modello comportamentale di intimidazione, a base di aggressioni, furti, confisca forzata di auto e oggetti di valore. Ciò rafforza l’impressione che l’atteggiamento del nuovo governo rimanga improntato alla diffidenza e all’aggressività nei confronti di tutte le comunità non sunnite.

L’identità salafita-jihadista al centro
A guidare la violenza contro gli alawiti è la stessa ideologia che ha portato al Jolani al potere. Per anni, il governo di Idlib sotto Al Jolani ha costruito la sua legittimità su principi salafiti-jihadisti militanti. Questi principi non prevedono concetti come «democrazia» o «libere elezioni». Tuttavia, si vocifera che al Jolani abbia «incaricato» studiosi islamici di emettere un editto che permetta elezioni per ruoli di leadership, ma che neghi esplicitamente qualsiasi diritto di legiferare al di fuori della legge islamica. Un comodo espediente retorico che permetterebbe al nuovo governo di adottare il linguaggio della democrazia senza aprire la porta a un vero pluralismo…
In altre parole, è stata trovata un escamotage tra il nucleo islamista e i donatori globali. Nel frattempo, «missionari» salafiti sono stati inviati nelle comunità non sunnite e persino sufi, apparentemente per fornire assistenza, ma in realtà per diffondere una visione omogenea dell’Islam sunnita – una visione che vede il pluralismo religioso come una minaccia da gestire o, quando necessario, sopprimere con violenza.
Quest’equilibrio tra la promessa di inclusione e la realtà brutale della violenza settaria è esattamente la linea che il nuovo uomo forte della Siria non può perseguire in eterno. Poiché manca di un’ideologia coerente che unisca la costruzione dello Stato a un quadro teologico, al Jolani è vincolato alle richieste sia dei cittadini comuni, sia dei chierici militanti che vedono i gruppi minoritari come giusti bersagli di aggressione. Gli eventi sulla costa siriana lo hanno dimostrato: l’identità salafita-jihadista rigorosa del nuovo regime, portata avanti dai combattenti, ha portato alla persecuzione della comunità alawita con la scusa di eliminare i «resti» del regime di Assad.
Il tentativo di al Jolani di riposizionarsi come leader democratico si è scontrato con la realtà jihadista della sua base di potere. Tuttavia, non ha mai stabilito una dottrina o una visione abbastanza solida da unire e motivare i suoi combattenti. Invece, nel momento in cui questi hanno visto un’opportunità di vendetta contro i vecchi nemici, l’hanno colta.
Dopo i massacri sulla costa, le condanne da parte dei gruppi internazionali sono state immediate, ma il nuovo governo mostra ancora poca volontà di cambiare rotta. Per ora, al Jolani si affida al fervore militante che ha sostenuto la sua autorità fin dai primi giorni della rivolta. Resta la domanda se le potenze esterne, gli oppositori interni e la popolazione traumatizzata permetteranno a questo progetto salafita-jihadista di rimanere incontrastato.
La tragedia che si sta svolgendo nelle regioni costiere della Siria sottolinea il pericolo di affidare il potere statale a un movimento guidato da un dogma salafita-jihadista rigoroso. L’ascesa di al Jolani è stata resa possibile aggrappandosi ripetutamente a organizzazioni e ideologi più affermati – prima l’IS, poi Al Qaeda e in seguito fazioni islamiste locali come Ahrar al-Sham. In ogni caso, si è adattato per costruire influenza, ma non ha mai coltivato un’ideologia abbastanza flessibile da abbracciare la diversità religiosa, etnica e politica del Paese.
I massacri di civili alawiti, insieme alle epurazioni silenziose dei non sunniti dalle istituzioni pubbliche, segnano una nuova fase di spargimento di sangue. Nonostante le promesse di ricostruzione e unità, le azioni del governo di al Jolani rivelano un impegno incrollabile verso l’esclusivismo salafita-jihadista. Le comunità non sunnite – già provate da 15 anni di guerra – sono ora nel mirino di un regime che le considera ostacoli piuttosto che partner nella ricostruzione della nazione.
Al Jolani può cercare di ammorbidire la sua immagine in conferenze stampa e aperture diplomatiche, ma il fondamento del suo potere è nelle mani di militanti che vedono i principi salafiti-jihadisti come immutabili. Senza un nemico esterno unificante per sostenere una coalizione ampia, l’ideologia ristretta del nuovo governo si è rivolta verso l’interno, contro le stesse minoranze siriane. Il sogno originale di liberazione da Assad si sta trasformando in una realtà fatta di brutalità settaria.

Analista politica e di sicurezza giordana, ha una madre russa e un marito statunitense. Studia l’estremismo islamista, la politica russa in Medio Oriente e le guerre dell’informazione, senza dimenticare i movimenti giovanili. Ha scritto per The Washington Post, Century International e Westpoint Sentinel. Oggi pubblica analisi per l’Emirates Policy Center e firma Full Spectrum Jordan, una newsletter che scandaglia la politica regionale senza filtri.