Disprosio: il metallo invisibile che controlla il potere globale

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di Paola Ottino5 Maggio 2025

Nella foto «Il mulino di laminazione del ferro (Ciclopi moderni)», dipinto da Adolf Menzel nel 1875. Wikimedia Commons. Public domain.

Il caso della terra rara che, con la guerra dei dazi, rischia di paralizzare l’industria automobilistica statunitense.

È uno degli elementi meno noti della tavola periodica, ma senza questo minerale motori elettrici, turbine eoliche e tecnologie militari non funzionerebbero. Con la corsa globale alla transizione ecologica, il disprosio è diventato un punto critico. Ma ora la Cina, che detiene il 98% della produzione mondiale, minaccia di bloccarne le esportazioni. La professoressa Paola Ottino analizza i nuovi equilibri geopolitici, dove una terra rara può decidere le sorti del XXI secolo.

«Dispro-cosa? Perché un oscuro elemento ha mandato nel panico l’industria dei veicoli elettrici». Con questo brillante titolo, il Wall Street Journal del 27 aprile ha lanciato l’allarme su un tema cruciale: le restrizioni cinesi sulle esportazioni negli Stati Uniti di disprosio, elemento chiave nei magneti dei motori elettrici, hanno messo in allarme i produttori americani di automobili. E sui social media cresce la preoccupazione: «Battaglia per il disprosio», ha titolato un post su X, sintetizzando la posta in gioco dell’ultima sfida fra Stati Uniti e Cina.

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La Cina detiene circa il 98% della produzione mondiale di disprosio. E, come ha dichiarato un alto dirigente del settore automotiva al quotidiano finanziario statunitense, è impossibile costruire un motore senza questo minerale. Se Pechino dovesse quindi bloccare le sue esportazioni di disprosio, la produzione di veicoli elettrici negli Stati Uniti potrebbe essere a rischio. E, di conseguenza, la sua corsa alla transizione verde.

Disprosio: un nome non abituale, apparentemente strano come tutti quelli che caratterizzano le 17 terre rare comprese tra gli elementi chimici conosciuti e inseriti nella tabella degli elementi di Dmitrij Ivanovič Mendeleev. Nomi strani sì, ma non più così sconosciuti da quando le terre rare hanno cominciato a occupare spazi importanti nell’attenzione dei media.

Il disprosio è prezioso in quanto ha proprietà magnetiche uniche e un alto punto di fusione che permettono il suo impiego nei magneti permanenti, componenti essenziali nelle batterie dei veicoli elettrici, nei dischi rigidi dei computer e nelle turbine eoliche. È usato però anche nei materiali per laser e infrarossi, nelle leghe con acciai inossidabili speciali e nei reattori nucleari.

Le attuali restrizioni imposte dalla Cina alle esportazioni di alcune terre rare rischiano di mettere in crisi una parte importante dell’economia americana (e non solo), in quanto è praticamente impossibile costruire un motore senza i magneti realizzati con il disprosio. Inoltre «non esistono turbine eoliche senza concessioni o coercizioni da parte della Cina», come ha dichiarato Tommy Joyce, assistente segretario ad interim per gli affari internazionali del Dipartimento dell’Energia americano durante una conferenza sulla sicurezza energetica organizzata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia a Londra a fine aprile.

La Cina domina l’approvvigionamento e il mercato globale di minerali critici come il disprosio. Nel corso di alcuni decenni, ha costruito questo monopolio creando una solida catena mondiale di produzione e raffinazione, arrivando a coprire circa il 70% della produzione mondiale di terre rare. Ciò rappresenta un’influenza enorme a livello geopolitico, sulla sicurezza delle risorse e per le economie di tutto il mondo.

A portare in primo piano la questione del disprosio sono state le nuove restrizioni all’esportazione e gli elevati dazi doganali sui prodotti cinesi imposti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tariffe alle quali la Cina ha risposto con restrizioni sull’export di terre rare e materiali correlati utilizzati nei settori automobilistico, dell’energia e della difesa. I controlli sulle esportazioni riguardano sette elementi delle cosiddette terre rare pesanti: disprosio, gadolino, lutezio, ittrio, samario, terbio e scandio. 

L’escalation della guerra commerciale tra USA e Cina è partita a inizio aprile, quando il governo americano ha imposto dazi doganali del 145% sui prodotti cinesi. Il governo cinese ha risposto con l’obbligo di nuovi e rigorosi requisiti in materia di licenze. Ora gli esportatori in Cina devono presentare domanda di licenza al Ministero del Commercio, attraverso un lungo e incerto processo burocratico.

Già nel luglio 2023, la Cina aveva imposto restrizioni sull’esportazione di gallio e germanio, minerali critici utilizzati soprattutto nella produzione di semiconduttori e pennelli solari. Si era trattato di una risposta alle restrizioni americane di ottobre 2022 sull’esportazione di prodotti finiti utilizzati in settori strategici che miravano a controllare la supremazia militare cinese. Successivamente, Pechino ha applicato limiti alle esportazioni anche ad altri elementi, tra cui grafite e antimonio, utilizzati rispettivamente nelle batterie dei veicoli elettrici e nell’industria bellica.

Tutte queste restrizioni hanno un impatto significativo sui prezzi e sulla disponibilità di questi elementi critici, dimostrando ancor più l’influenza geopolitica cinese legata al monopolio nelle forniture mondiali. Ma esploriamo più nel dettaglio alcuni punti fondamentali di questa nuova geografia del potere.

Terre rare, il petrolio del XXI secolo

«Mentre il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare». Con questa frase l’allora leader cinese Deng Xiaoping, già oltre 30 anni fa, volle sottolineare la leadership del suo Paese sul mercato dell’estrazione, della lavorazione delle terre rare e della produzione di prodotti finiti.

Dunque, che le terre rare siano una risorsa strategica per la Cina non è una novità. La miniera di Bayan Obo, nella regione autonoma cinese della Mongolia interna a 120 km a nord della città di Baotou, venne scoperta nel 1927 come giacimento di ferro e nel 1936 furono trovati enormi quantità di minerali di terre rare. Da allora è diventata la più grande miniera di terre rare al mondo, possedendo l’83,7% delle riserve cinesi di terre rare, che rappresentano il 37,8% delle riserve globali. Da qui vengono estratti i minerali, poi portati negli impianti cittadini per essere separati e purificati attraverso processi altamente inquinanti.

Immagine satellitare della zona di Bayan Obo. Fonte: Google Maps 2025.
Immagine satellitare della zona di Bayan Obo. Fonte: Google Maps 2025.

Alla fine degli anni Settanta, grazie alle politiche di «apertura e riforma» che combinavano una considerevole riserva naturale di terre rare, una manodopera a basso costo e costi di produzione relativamente bassi, la Cina ha cominciato a dominare il mercato mondiale delle terre rare. Tra il 1978 e il 1989, il Paese ha aumentato la sua produzione di terre rare del 40% annuo (Hurst, C., 2010, “China’s Rare Earth Elements Industry: what can the West learn?”, The Institute for the Analysis of Global Security, Washington, DC) e, con l’ingresso nel Wto del 2001, ha creato condizioni ancora più favorevoli per l’esportazione.

Secondo i dati del 2024 dell’US Geological Survey, la Cina controlla il 69% della produzione globale di terre rare e quasi il 90% della capacità di raffinazione, per cui anche le terre rare estratte in altri Paesi devono spesso essere inviate in Cina per la lavorazione. Inoltre, possiede circa il 49% dei 90 milioni di tonnellate di riserve mondiali note di terre rare.

Produzione mondiale di terre rare. Grafico: P. Ottino su fonte dati USG.
Produzione mondiale di terre rare. Grafico: P. Ottino su fonte dati USG.

Il monopolio cinese si è sempre basato sostanzialmente su tre fattori: normative ambientali permissive e bassi costi di manodopera; tecnologie estrattive avanzate; controllo di tutta la filiera delle terre rare, dall’estrazione e raffinazione alla produzione e all’esportazione dei prodotti finiti.

Raffinazione made in China

L’estrazione, la raffinazione e la lavorazione hanno un impatto negativo sull’ambiente. Le terre rare in natura non si trovano mai in forma pura (come i metalli nativi tipo oro e argento), ma sono all’interno di altri minerali più complessi, il che ne rende difficile la separazione, con conseguente alto dispendio di energia e acqua e produzione di rifiuti tossici.

Esistono diverse tecniche estrattive, ma la più utilizzata è quella idrometallurgica. Il minerale contenente terre rare viene estratto e frantumato; la separazione delle terre rare coinvolge molte fasi di trattamento con dissoluzione del minerale in acido solforico o cloridrico (lisciviazione) e uso di solvente a più stadi per isolare i singoli elementi; alla fine si procede alla purificazione e alla produzione degli ossidi o metalli puri delle terre rare. Il processo comporta la produzione di rifiuti anche radioattivi (torio e uranio).

La maggior parte della raffinazione nel mondo oggi si svolge in Cina, con un paio di eccezioni: lo stabilimento malesiano di Kuantan, dell’australiana Lynas Corporation, e quello di Silmet in Estonia gestito dalla canadese Neo Performance Materials.

La Cina ha investito decenni nello sviluppo di innovazione tecnologica nel settore della raffinazione delle terre rare, acquisendo un enorme vantaggio in termini di competitività. Sebbene la tecnologia del processo estrattivo con solventi sia nata negli Stati Uniti, impatti ambientali e normative restrittive hanno frenato lo sviluppo dell’industria legata alle terre rare. La ricerca cinese ha perfezionato sempre più il processo di estrazione con solventi per raffinare le terre rare, garantendo così il primato cinese.

Tentativi di diversificazione

Nel giugno 2019 venne fondata la Reia (Rare Earth Industry Association), un’organizzazione internazionale no-profit che rappresenta l’industria globale delle terre rare. L’associazione, composta da membri provenienti da tutti i principali Paesi interessati alle Ree, prese il via dal progetto di innovazione GloREIA Eit RawMaterials per condividere conoscenze, sviluppare un know-how comune per il potenziamento di un’industria delle terre rare e di un’economia circolare sostenibili. L’EIT RawMaterials venne fondato nel 2015 all’interno dello European Institute of Innovation and Tecnology(Eit) per promuovere la transizione dell’Europa verso un’economia sostenibile e garantire l’approvvigionamento di materie prime essenziali per l’industria europea, promuovendo l’innovazione lungo tutta la filiera delle materie prime.

La ricerca internazionale sta procedendo per trovare alternative sostenibili attraverso le innovazioni nei metodi estrattivi, come la bioliscivazione, l’utilizzo di materiali sostitutivi ai magneti di terre rare e il miglioramento delle tecnologie di recupero di questi elementi.

Tutto questo, in un’ottica non solo di sostenibilità ambientale ed economica, ma anche di diversificazione della catena di approvvigionamento. Obiettivo: ridurre il monopolio e la dipendenza dal mercato cinese che comporta notevoli rischi strategici ed economici. Ma, a oggi, ancora molte aziende non riescono a essere competitive con il modello di produzione a basso costo e con il primato tecnologico cinese.

L’alternativa australiana

A livello internazionale si stanno cercando soluzioni alternative come risposta al predominio cinese che si esplicitano in accordi commerciali e alleanze strategiche, adozione di specifiche misure, sviluppo e sfruttamento di nuovi giacimenti, investimenti in impianti di lavorazione e raffinazione e in tecnologie per il riciclo delle terre rare.

Dal 2010, quando la Cina aveva emanato temporaneamente un embargo sulle esportazioni di terre rare in Giappone legato a dispute territoriali, il governo giapponese ha iniziato a sostenere l’azienda australiana Lynas Corporation.  Proprietaria della miniera di Mount Weld in Australia, fornisce il 6% della produzione mondiale di terre rare.

Anche l’Ue ha firmato un memorandum d’intesa con l’Australia per un partenariato bilaterale per la cooperazione in materia di minerali critici e strategici sostenibili. Tale intesa mira a consentire all’Ue di diversificare le sue forniture di materiali necessari per le transizioni verde e digitale, contribuendo nel contempo allo sviluppo del settore interno australiano dei minerali critici. 

Occhi puntati sulla Lapponia

Attualmente in Estonia sorge l’unico impianto europeo di separazione delle terre rare per la produzione di magneti. Lo scorso aprile, il gruppo chimico belga Solvay ha inaugurato la sua linea di produzione di terre rare per magneti permanenti presso lo stabilimento di La Rochelle, in Francia, che diventa così il più grande impianto al di fuori della Cina.

Inoltre, nel gennaio 2023 a Kiruna (Lapponia), nella più grande miniera sotterranea di minerale di ferro al mondo, la società mineraria statale svedese LKAB ha dichiarato di aver individuato il più grande giacimento di terre rare in Europa. La Commissione europea ha concesso lo status di progetto strategico al parco industriale della società svedese.

Sempre nel 2023, l’Ue ha presentato il Critical Raw Materials Act (Crma) per rafforzare il proprio approvvigionamento di materie prime attraverso specifiche misure. Per esempio, la semplificazione delle procedure di autorizzazione, l’adozione e l’implementazione di tecnologie innovative e l’individuazione di progetti strategici ammissibili al finanziamento. 

Questa normativa europea è entrata in vigore a maggio 2024. E fissa parametri di riferimento per la produzione nazionale di minerali essenziali alla transizione verde entro il 2030: il 10% del fabbisogno annuo dell’Ue per l’estrazione; il 40% per la lavorazione; il 25% per il riciclaggio; un massimo del 65% del fabbisogno annuo dell’Ue di ciascuna materia prima strategica, in qualsiasi fase rilevante della lavorazione, dovrebbe provenire da un singolo Paese terzo.

Lo scorso aprile, la canadese Neo Performance Materials ha annunciato la sua prima spedizione di magneti da terre rare dal suo impianto di produzione in Estonia, a Narva vicino all’impianto Silmet, costruito nel 2022 con fondi Ue.

Ma è dal 2013, con il progetto Eurare (Research and development for the Rare Earth Element supply chain in Europe), che l’Europa ha iniziato a gettare le basi per lo sviluppo di un’industria delle terre rare sul suo territorio che garantisse una fornitura senza interruzioni di materiali e prodotti cruciali per la sua economia. La presenza di terre rare in Europa fu tracciata e inserita all’interno del database pubblico Integrated Knowledge Management System e furono individuate 156 zone, tre delle quali in Italia (Olmedo, Nettuno e San Giovanni Rotondo).

Washington cerca di recuperare il terreno perduto

Oltreoceano, il governo degli Stati Uniti ha dato il via libera alla ripresa della storica miniera di proprietà dell’americana Molycorp, a Mountain Pass in California, attualmente l’unico impianto di estrazione e lavorazione di terre rare nel Paese. 

Immagine satellitare della zona di Mountain Pass. Fonte: Google Maps 2025
Immagine satellitare della zona di Mountain Pass. Fonte: Google Maps 2025

Il caso di Mountain Pass è emblematico per dimostrare il sorpasso cinese nel settore. Da metà degli anni Sessanta fino al 1995, era proprio questo sito ad essere il principale fornitore di terre rare al mondo. Ma il sito fu costretto a chiudere agli inizi del XXI secolo a causa della concorrenza cinese. Nonostante la sua riapertura nel 2018, con una produzione di terre rare attorno al 14% mondiale, l’impianto ha dovuto da subito far ricorso alla Cina per i processi di lavorazione.

Per quanto riguarda l’importante problema del riciclo delle terre rare, è invece il Giappone a essere all’avanguardia. Il processo è orientato su tre direzioni principali: recupero di metalli delle terre rare dai dispositivi elettronici a fine utilizzo; recupero di terre rare da scarti industriali; miglioramento delle tecnologie.

Sempre in ambito di ricerca, si stanno sviluppando nuovi progetti per realizzare metodi di lavorazioni più sostenibili in alternativa alle attuali tecnologie di estrazione, di grande impatto sull’ambiente. È il caso del programma Ember (Environmental Microbes as a BioEngineering Resource) per sviluppare biotecnologie per la separazione, la raffinazione e la conversione delle terre rare, finanziato dalla Defense Advanced Research Projects Agency, un’agenzia governativa del Dipartimento della difesa americano. 

Ma Pechino non sta a guardare

La Cina, da parte sua, continua a intraprendere azioni per proteggere il suo monopolio. A giugno 2024 ha dichiarato le terre rare risorse statali. Nell’ottobre dello stesso anno ha fatto entrare in vigore un elenco di normative su estrazione, fusione e commercio di materiali essenziali per la produzione di magneti e prodotti elettronici di consumo. Tali norme stabiliscono anche che tutte le imprese del settore sono soggette a un rigido sistema di registrazione e tracciabilità per tutte le fasi di estrazione, lavorazione ed esportazione di terre rare.

Il quadro di questo delicato comparto è quindi in continua evoluzione, legato com’è al boom di richieste per la cosiddetta «transizione verde». Ed è facile immaginare che sarà una delle più importanti sfide dell’immediato futuro. Ecco perché quel nome strano e all’apparenza marginale – disprosio – è finito al centro di una nuova partita globale che intreccia tecnologia, potere e ambiente.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

Autore

  • Paola OttinoPaola Ottino Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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