Il sindacato e la rivolta di Los Angeles

Dal blog https://jacobinitalia.it/il

Levi Vonk 13 Giugno 2025

Le proteste contro l’arresto del leader sindacale David Huerta dimostrano che questa volta alcune organizzazioni dei lavoratori erano preparate a reagire agli attacchi ai migranti. E ci offrono più di uno spunto sulla relazione tra riot e radicamento politico

Le proteste contro l’arresto del leader sindacale David Huerta dimostrano che questa volta alcune organizzazioni dei lavoratori erano preparate a reagire agli attacchi ai migranti. E ci offrono più di uno spunto sulla relazione tra riot e radicamento politico

Non si può mai sapere con certezza cosa faccia pendere la bilancia verso la protesta (quale singolo orrore banale, in un paese saturo di orrori banali, spinga finalmente qualcuno a scrollarsi di dosso le proprie banali comodità e a lanciare una pietra contro una macchina dell’Ice), ma sembra che questa volta sia stato un arresto.

Il 6 giugno, il leader sindacale David Huerta, presidente del Service Employees International Union (Seiu) California, è stato gettato a terra e fermato dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice) nel centro di Los Angeles. I funzionari dell’Ice sostengono che Huerta abbia ostacolato il loro raid e lo accusano di cospirazione per aver ostacolato un agente. Il Seiu contesta questa affermazione e sostiene che Huerta sia stato aggredito dall’Ice mentre agiva nella sua veste legittima di osservatore comunitario.

Dall’arresto di Huerta, le proteste sono esplose a Los Angeles e in tutta la California. Ma nessun singolo evento genera da solo una protesta di massa. Come scrive il compianto Joshua Clover nel suo libro Riot.Strike.Riot, proteste come quelle di Los Angeles possono scoppiare all’improvviso «con vetri infranti e fuoco», ma in realtà sono il frutto di strutture più ampie di disuguaglianza «inestricabili dalla crisi capitalista e sistemica in corso». L’incendio è acceso da una singola scintilla, certo, ma richiede anche cataste di legna secca che è accumulata inosservata per diverse stagioni.

Considerando tutto questo, inizia ad avere molto più senso il motivo per cui l’arresto di Huerta abbia spinto la gente comune di Los Angeles a scendere finalmente in piazza. Non è solo perché l’aggressione a Huerta da parte dell’Ice era un’immagine inequivocabile della brutalità incontrollata dell’agenzia (sebbene lo fosse), né semplicemente perché Huerta è un oratore pubblico galvanizzante e lucido (sebbene lo sia), né perché l’identità personale di Huerta appare particolarmente toccante nella nostra epoca di deportazioni di massa (vedere Huerta, cittadino statunitense discendente da immigrati messicani, malmenato da agenti mascherati non lascia dubbi sul fatto che le fantasie suprematiste bianche di Stephen Miller riguardino far sparire migranti e cittadini).

Naturalmente, ciò è avvenuto principalmente perché Huerta è il presidente di un sindacato potente, che detiene l’infrastruttura necessaria per organizzare immediatamente 750.000 iscritti in California, per non parlare di almeno decine di migliaia di solidali. Fondamentalmente, il Seiu non si è limitato a chiedere il rilascio del suo presidente, ma la cessazione totale delle retate dell’Ice. Raramente assistiamo ad affermazioni così concrete del fatto che il benessere dei lavoratori e degli immigrati statunitensi sia profondamente e materialmente connesso.

È urgentemente necessario; la sinistra negli Stati uniti non ha le infrastrutture per resistere alla maggior parte delle politiche apertamente autoritarie dell’amministrazione Trump. Una ragione non trascurabile è che l’iscrizione ai sindacati è al punto più basso da un secolo: meno del 10% della forza lavoro oggi possiede una tessera sindacale. Ma ciò che emerge chiaramente dalle proteste di Los Angeles è che i sindacati sono cruciali nell’organizzare una resistenza significativa. I media mainstream possono concentrarsi sulle vampate, ma la verità finora è che il Seiu e le organizzazioni comunitarie erano già preparati quando le proteste sono finalmente esplose.

In quest’ottica, un sindacato non è semplicemente quella burocrazia con cui interagiamo brevemente ogni pochi anni per ottenere un aumento o sporgere denuncia contro il capo, sebbene queste cose siano ancora importanti. Può essere qualcosa di molto più vivo, l’organismo attraverso il quale possiamo stabilire un legame umano intimo con le nostre comunità e con i più vulnerabili.

Per dirla senza mezzi termini, il potere di un sindacato sta nella sua capacità di unificare, non solo attraverso mezzi ovvi (lavoratori contro il padrone, ecc.), ma anche in modi nuovi che rispondono alle questioni più urgenti del nostro tempo, dal disinvestimento da Israele alla regolamentazione dell’Intelligenza artificiale affinché lavori per noi invece che contro di noi e, naturalmente, lottando per i diritti dei migranti senza documenti.

Huerta non lo ha solo chiarito fin dal suo arresto; è da tempo una componente essenziale del suo modello di organizzazione sindacale e di quello del sindacato. Al Seiu, l’approccio di Huerta è stato quello di integrare costantemente la manodopera immigrata nel sindacato, piuttosto che considerarla una minaccia esterna. Sotto la sua guida, almeno centinaia di iscritti al sindacato sono diventati cittadini statunitensi e ha guidato il sindacato verso una riforma completa dell’immigrazione.

«Quello che mi è successo non riguarda me», ha affermato Huerta in una dichiarazione dal carcere.

Si tratta di qualcosa di molto più grande. Si tratta di come noi, come comunità, restiamo uniti e resistiamo all’ingiustizia che sta accadendo. Persone che lavorano sodo, membri della nostra famiglia e della nostra comunità, vengono trattati come criminali. Dobbiamo tutti, collettivamente, opporci a questa follia perché questa non è giustizia. Questa è ingiustizia. E dobbiamo tutti schierarci dalla parte giusta della giustizia.

Le proteste di Los Angeles sono già state paragonate alle rivolte per George Floyd di quasi cinque anni fa, quando milioni di persone in tutto il paese sono scese in piazza dopo l’omicidio di un uomo non bianco disarmato, da parte del poliziotto bianco Derek Chauvin.

Ma c’è una differenza fondamentale. Mentre la rivolta del 2020 ha colto per lo più i sindacati con le spalle al muro, con esponenti locali e dirigenti più propensi a impegnarsi in iniziative introspettive per la diversità che a esercitare il loro potere per cambiare la società, le azioni di Los Angeles hanno visto il lavoro organizzato assumere un ruolo vitale. Una coalizione di gruppi che include il Seiu era pronta a rispondere rapidamente alle incursioni dell’Ice nei luoghi di lavoro, arrivando sul posto per affrontare gli agenti e difendere i lavoratori. La sua capacità di cogliere la situazione e comunicare in modo convincente non solo le proprie richieste, ma anche di dettare le linee guida per la comunità più ampia, è stata essenziale per mantenere un’azione coerente e un sostegno diffuso, nonostante i capricci delle grandi proteste e le provocazioni gratuite della Casa Bianca di Donald Trump.

Le proteste del 2020, d’altro canto, sono scoppiate in modo così spontaneo che nessuna istituzione, sindacale o meno, è riuscita a incanalare quell’esplosione di effervescenza sociale in riforme concrete e durature, e così le coraggiose energie dei manifestanti per George Floyd sono per lo più svanite nell’aria con la stessa rapidità con cui erano apparse.

I sindacati, appare chiaro con il Seiu, possono aiutarci a evitare i vortici dell’autoindulgenza settaria e identitaria. I migranti sono lavoratori e i lavoratori sono migranti. Come scrive Clover, un aumento della coscienza di classe e dell’organizzazione non si riscontra solo nelle strade, ma nell’alternanza tra rivolta e sciopero, ovvero dalla rabbia momentanea a una più formalizzata «lotta sul prezzo della forza lavoro e sull’occupazione stessa». Ecco perché i raid contro gli immigrati avvengono quasi sempre nei luoghi di lavoro: è un meccanismo disciplinare del lavoro, un monito per tutti gli altri lavoratori e lavoratrici che anche loro saranno resi superflui se si oppongono al proprio sfruttamento.

Non è un caso che alcuni degli arresti e delle deportazioni più eclatanti in materia di immigrazione – tra cui quello del recentemente rimpatriato Kilmar Abrego Garcia e di Alfredo Lelo Juárez, ancora detenuto – abbiano riguardato sindacalisti. I loro rapimenti non mettono a dura prova solo i legami familiari, ma anche quelli di coloro coi quali lavorano fianco a fianco come pari.

Ciò che sta accadendo a Los Angeles sembra indicare che stiamo imparando dagli errori del passato e che, di fatto, stiamo costruendo in modo produttivo su di essi. Huerta e il Seiu hanno efficacemente posto l’accento sulla solidarietà tra lavoratori e migranti come mezzo per agire con decisione e cacciare l’Ice dalla città. Questa scelta ha già avuto un impatto: la città di Glendale, in California, ha recentemente annunciato la risoluzione di un contratto di detenzione con l’Ice.

Tuttavia, i sindacati non sono una panacea e, come tutte le istituzioni, presentano diverse contraddizioni che devono essere affrontate. La Michigan Corrections Organization del Seiu rappresenta oltre seimila agenti penitenziari e assistenti alla sicurezza forense in diverse carceri statali, e il Local 1000 (Union of California State Workers) del Seiu include personale di supporto carcerario senza agenti in uniforme. Viene da chiedersi se la detenzione di Huerta non sia stata almeno parzialmente o indirettamente facilitata da alcuni degli stessi membri del sindacato che rappresenta.

Inoltre, come ha scritto Eric Blanc, la maggior parte dei sindacati statunitensi – nonostante i loro patrimoni record – ha fallito la prova della pandemia di Covid-19, scegliendo di dare priorità e preservare le proprie casse anziché investire nell’organizzazione e nell’espansione delle proprie fila. Se mai c’è stato un momento per i sindacati di mettere in campo le proprie risorse, è ora.

Il 9 giugno, tre giorni dopo il suo arresto, Huerta è stato rilasciato dal carcere. Ha pronunciato il suo primo discorso in spagnolo. «Esta lucha es nuestra – ha detto – Es de nuestra comunidad, pero es de todos». Questa lotta è nostra, è della nostra comunità, ma appartiene a tutti e tutte.

*Levi Vonk è antropologo e docente di Equità Sanitaria Globale alla University of Virginia. Il suo primo libro, Border Hacker (Bold Type Books, 2022) è stato finalista al Premio Chautauqua 2023. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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