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25-06-2025 – di: Autori/Autrici vari/e
n Germania il varo della politica bellicista e di riarmo, sostenuta con vigore ed entusiasmo dal cancelliere Merz, risale in realtà al suo predecessore, il socialdemocratico Olaf Scholz. E la SPD, il più grande partito socialdemocratico europeo, si è allineata e continua, oggi, a sostenerla all’interno del Governo di coalizione. Nelle elezioni politiche di pochi mesi fa, peraltro, la SPD ha riportato una vera disfatta, raccogliendo il minimo storico dei voti (il 16,4%) e finendo al terzo posto tra i partiti politici, superato anche dall’estrema destra di AFD. Ciò ha imposto l’anticipazione del suo congresso, che si terrà a giorni, dal 27 al 29 giugno. Nell’imminenza del congresso, il 10 giugno, il settimanale Der Stern ha pubblicato un manifesto dal titolo “Garantire la pace in Europa attraverso la capacità di difesa, il controllo degli armamenti e la ricerca di un’intesa” sottoscritto da un centinaio di esponenti di alto livello del partito, parlamentari, ex componenti del Governo federale, intellettuali, scienziati, sindacalisti. Molte anche le firme di donne, in gran parte appartenenti ai “Circoli di pace SPD”, e di aderenti al movimento giovanile del partito. Il manifesto, seppur moderato, è schierato su posizioni pacifiste e contrarie al riarmo e propone un approccio opposto a quello dominante sia in tema di sicurezza che di rapporti con la Russia. Ciò – superfluo dirlo – sta provocando, nel Paese, aspre critiche. La sua pubblicazione è un contributo alla conoscenza delle (poche) posizioni critiche, a livello istituzionale, nei confronti delle leadership europee. (la redazione)
“La pace non è tutto, ma il tutto è niente senza pace” (Willy Brandt).
Ottant’anni dopo la fine della catastrofe del secolo, la Seconda Guerra Mondiale, e la liberazione dal fascismo di Hitler, la pace in Europa è nuovamente minacciata. Stiamo vivendo nuove forme di violenza e violazioni dell’umanità: la guerra russa contro l’Ucraina, ma anche la violazione fondamentale dei diritti umani nella Striscia di Gaza. Il divario sociale nel mondo si sta approfondendo, all’interno delle società e tra le società. La crisi provocata dall’uomo sul sistema terrestre e climatico, la distruzione delle fonti alimentari e le nuove forme di colonialismo per le materie prime minacciano la pace e la sicurezza umana. Infine, ma non per questo meno importante, i nazionalisti cercano di sfruttare le insicurezze, i conflitti e le guerre per i loro nefandi interessi.
Siamo lontani dal ritorno a un ordine di pace e sicurezza stabile in Europa. Al contrario: in Germania e nella maggior parte dei paesi europei, hanno preso il sopravvento forze che cercano un futuro principalmente attraverso una strategia di confronto militare e centinaia di miliardi di euro di riarmo. Pace e sicurezza non possono più essere raggiunte con la Russia – sostengono – ma devono essere imposte contro la Russia. Si invoca il ricorso ad armamenti sempre maggiori e alla preparazione per una guerra presumibilmente imminente, invece di collegare le necessarie capacità di difesa con una politica di controllo degli armamenti e di disarmo al fine di raggiungere una sicurezza comune e una reciproca capacità di mantenere la pace. Siamo convinti che il concetto di sicurezza comune sia l’unico modo responsabile per prevenire la guerra, a prescindere dalle differenze ideologiche e dagli interessi contrastanti. Il concetto di sicurezza comune ha anche costituito la base del trattato del 1987 che ha messo al bando tutte le armi nucleari a medio raggio tra il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il segretario generale del PCUS Mikhail Gorbachev, che ha contribuito in modo significativo alla fine della Guerra Fredda in Europa e alla riunificazione tedesca.
A partire dagli anni ’60, il mondo è stato condotto più volte sull’orlo dell’abisso nucleare. La Guerra Fredda fu caratterizzata dalla sfiducia reciproca e dal confronto militare tra le principali potenze dell’Est e dell’Ovest. Il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, Willy Brandt e altri importanti politici dell’epoca trassero le giuste conclusioni dalla pericolosa mancanza di prospettive per la corsa agli armamenti, emersa con evidenza durante la crisi missilistica cubana. Invece dello scontro e dell’accumulo di armamenti, presero il sopravvento colloqui e negoziati sulla sicurezza attraverso la cooperazione, il rafforzamento della fiducia, il controllo degli armamenti e il disarmo. La firma dell’Atto finale della CSCE a Helsinki nel 1975 segnò il culmine di questa integrazione delle politiche di difesa e di disarmo, che garantì la pace in Europa per decenni e rese infine possibile la riunificazione tedesca. A Helsinki, i principi fondamentali della sicurezza europea furono concordati attraverso un’interazione più pacifica tra gli Stati: l’uguaglianza degli Stati indipendentemente dalle loro dimensioni, la salvaguardia dell’integrità territoriale degli Stati, la rinuncia alle minacce reciproche di violenza, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la rinuncia all’ingerenza negli affari interni degli Stati e l’accordo di una cooperazione globale.
Oggi, purtroppo, viviamo in un mondo diverso. L’ordine di sicurezza europeo basato sui principi dell’Atto finale della CSCE era già stato progressivamente indebolito, nei decenni precedenti l’illegale attacco russo all’Ucraina, anche da parte dell’“Occidente”: ad esempio, attraverso l’attacco della NATO alla Serbia nel 1999, la guerra in Iraq con una “coalizione dei volenterosi” nel 2003, o attraverso il mancato rispetto degli impegni sul disarmo nucleare del Trattato di non proliferazione nucleare riaffermato nel 1995, attraverso la risoluzione o il mancato rispetto di importanti accordi sul controllo degli armamenti, principalmente da parte degli Stati Uniti, o attraverso un’attuazione del tutto inadeguata degli Accordi di Minsk dopo il 2014. Questo sviluppo storico dimostra che non serve una condanna unilaterale, ma un’analisi differenziata di tutti i contributi all’abbandono dei principi di Helsinki. Proprio per questo motivo, non dobbiamo dimenticare le lezioni della storia. La firma dell’Atto finale della CSCE a Helsinki nel 1975 segnò il culmine di questa integrazione delle politiche di difesa e di disarmo, che garantì la pace in Europa per decenni e rese infine possibile la riunificazione tedesca.
Un ritorno a una politica di pura deterrenza, senza controllo degli armamenti e senza un accumulo di armamenti, non renderebbe l’Europa più sicura. Dobbiamo invece tornare a una politica di pace con l’obiettivo della sicurezza comune. Per molti oggi, la sicurezza condivisa sembra illusoria. Si tratta di un errore pericoloso, perché non esiste un’alternativa responsabile a una politica del genere. Questo percorso non sarà facile. Pertanto, prima di poter attuare autentiche misure di rafforzamento della fiducia, sono necessari piccoli passi: limitare ulteriori escalation, tutelare gli standard umanitari minimi, avviare una cooperazione tecnica in settori come la gestione delle catastrofi o la sicurezza informatica e riprendere con cautela i contatti diplomatici. Solo quando tali fondamenta saranno gettate, la fiducia potrà crescere e aprire la strada a una nuova architettura di sicurezza europea. A questo deve contribuire anche il dibattito pubblico sulla politica di sicurezza.
Inoltre, l’Europa è ora più che mai chiamata ad assumersi una responsabilità indipendente. Sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti stanno nuovamente perseguendo una politica di scontro, in particolare nei confronti della Cina. Ciò accresce il rischio di un’ulteriore militarizzazione delle relazioni internazionali. L’Europa deve contrastare questo fenomeno con una politica di sicurezza indipendente e orientata alla pace e contribuire attivamente al ritorno a un ordine di sicurezza cooperativo, guidato dai principi dell’Atto finale della CSCE del 1975.
Una cosa è chiara: sono necessari una Bundeswehr (una forza armata, ndt) capace di difenderci e un rafforzamento della capacità della politica di sicurezza europea. Tuttavia, questa capacità di difesa deve essere inserita in una strategia di de-escalation e di graduale rafforzamento della fiducia, non in una nuova corsa agli armamenti. In effetti, i soli stati membri europei della NATO sono nettamente superiori alla Russia anche senza gli USA in termini militari convenzionali. L’allarmismo militare e i massicci programmi di riarmo non creano maggiore sicurezza per la Germania e l’Europa, ma portano piuttosto alla destabilizzazione e rafforzano la percezione di minaccia reciproca tra NATO e Russia.
Gli elementi centrali di una nuova politica di pace e sicurezza sostenibile sono quindi:
• Porre fine alle uccisioni e alle morti in Ucraina il più rapidamente possibile. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario intensificare gli sforzi diplomatici da parte di tutti gli Stati europei. Il sostegno all’Ucraina nelle sue rivendicazioni di diritto internazionale deve essere legato ai legittimi interessi di tutti in Europa in materia di sicurezza e stabilità. Su questa base, è necessario compiere il tentativo, estremamente difficile, di riprendere il dialogo con la Russia dopo il cessate il fuoco, anche su un ordine di pace e sicurezza per l’Europa che sia sostenuto e rispettato da tutti.
• Istituire una capacità di difesa indipendente per gli Stati europei, indipendente dagli Stati Uniti. Fermare la corsa agli armamenti. La politica di sicurezza europea non deve basarsi sul principio del riarmo e della preparazione alla guerra, ma piuttosto su efficaci capacità di difesa. Abbiamo bisogno di equipaggiamenti difensivi per le forze armate che proteggano senza creare ulteriori rischi per la sicurezza.
• Non esiste alcuna giustificazione politica di sicurezza per un aumento annuale fisso del bilancio della difesa al 3,5 o 5 percento del prodotto interno lordo. Riteniamo irrazionale stabilire una percentuale di spesa basata sul PIL per scopi militari. Invece di stanziare fondi sempre crescenti per gli armamenti, abbiamo urgente bisogno di maggiori risorse finanziarie per investimenti nella riduzione della povertà, nella protezione del clima e nella lotta alla distruzione delle risorse naturali, che colpisce in modo sproporzionato le persone a basso reddito in tutti i Paesi.
• Vietare lo stazionamento di nuovi missili americani a medio raggio in Germania. Il dispiegamento in Germania di sistemi missilistici statunitensi a lungo raggio e ultraveloci renderebbe il nostro Paese un bersaglio primario per gli attacchi.
• Alla Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare del 2026, l’impegno al disarmo nucleare ai sensi dell’articolo 6 deve essere rinnovato e supportato da relazioni vincolanti sui progressi e dal principio “No First Use”.
• Allo stesso tempo, è importante spingere per il rinnovo del nuovo trattato START sulla riduzione degli armamenti strategici, che scade nel 2026, e per nuovi negoziati sulla limitazione degli armamenti, il controllo degli armamenti, le misure di rafforzamento della fiducia, la diplomazia e il disarmo in Europa.
• Graduale ritorno all’allentamento delle relazioni e della cooperazione con la Russia, tenendo conto anche delle esigenze del Sud del mondo, in particolare nella lotta alla minaccia comune dei cambiamenti climatici.
• Nessun coinvolgimento della Germania e dell’UE in un’escalation militare nel Sud-Est asiatico.
Primi firmatari
Ralf Stegner, deputato al Bundestag; Rolf Mützenich, deputato al Bundestag; Norbert Walter-Borjans, ex presidente della SPD; Gernot Erler, ex ministro di Stato; Ernst Ulrich von Weizsäcker, presidente onorario del Club di Roma; Nina Scheer, membro del Bundestag; Maja Wallstein, membro del Bundestag; Sanae Abdi, membro del Bundestag; Lothar Binding, presidente federale del gruppo di lavoro SPD 60 plus; Hans Eichel, ex presidente del Bundesrat, ex ministro federale delle finanze; Carsten Sieling, presidente del Senato ed ex sindaco di Brema; Julian Nida-Rümelin, ex ministro di Stato; Arno Gottschalk, membro del Parlamento federale; Mirjam Golm, membro del Parlamento statale di Berlino; Matthias Hey, membro del Parlamento statale della Turingia; Dunja Wolff, membro del Parlamento statale di Berlino; Michael Müller, presidente federale degli Amici della natura in Germania, ex segretario di Stato parlamentare; Erik von Malottki, Presidente della Sinistra democratica 21, Vicepresidente federale Presidente dell’AfA; Katja Weitzel, membro del Parlamento regionale della Baviera; Matthias Kollatz, membro del Parlamento regionale di Berlino, ex senatore delle finanze.
(seguono altre 80 firme)