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di Simone Gallotti 08 Luglio 2025
Via all’ipotesi di un uso militare dell’opera
La Diga è strumento straordinario che in caso di crisi può essere utile e consentire lo sbarco di portaerei leggere, di navi Nato e di strumenti e truppe. È il tema del mobilitary use: difficile equivocare le parole del subcommissario alla Diga, Carlo De Simone
Genova – La Diga è strumento straordinario che in caso di crisi può essere utile e consentire lo sbarco di portaerei leggere, di navi Nato e di strumenti e truppe. È il tema del mobilitary use. Speriamo non serva mai, ma ricordiamo che c’è un programma dell’Unione europea che consente gli spostamenti di truppe e contingenti rapidi all’interno della stessa Europa. Dal 2025 esiste un regolamento Ue per far viaggiare truppe e armamenti con lo stresso treno in diversi Paesi, prima non era possibile. Questo spiega la necessità di strumenti rapidi e infrastrutture adeguate per fronteggiare eventuali crisi». Difficile equivocare le parole del subcommissario alla Diga, Carlo De Simone. L’uomo che sta coordinando la struttura commissariale per la realizzazione dell’opera chiarisce a quale stadio sia giunto il percorso che potrebbe portare l’infrastruttura nel cosiddetto “dual use”, la doppia funzione: militare e civile. De Simone spiega, durante una trasmissione televisiva sull’emittente locale Primocanale, che i tecnici stanno vagliando la possibilità di un utilizzo militare della Diga, ma che alla fine dovrà essere il governo a decidere.
La trasformazione in “Diga da guerra” permetterebbe di blindare l’opera. In modo particolare si otterrebbe uno snellimento delle procedure burocratiche e la possibilità di finanziare l’opera diversamente (anche se il subcommissario spiega che l’infrastruttura attualmente «è totalmente finanziata»), magari attraverso il negoziato sul riamo in sede europea.
Non solo: come spiega sempre De Simone l’inserimento della Diga in ambito militare potrebbe contribuire alla quota di spese aggiuntive per la difesa che l’Italia dovrà sostenere, dopo l’impegno in sede Nato ad arrivare al 5% del Pil. Una parte di questa maggiore spesa dovrà infatti arrivare proprio dalla infrastrutture dual use, quelle appunto che potranno essere utilizzate per scopi civili e militari.
E oltre alla Diga di Genova il governo sembra intenzionato a inserire anche il ponte sullo Stretto di Messina. La necessità di inserire gli scali e le opere portuali all’interno della blindatura militare è richiesta anche dal settore.
Ad esempio Feport, l’associazione che rappresenta in ambito europeo quasi 2.300 operatori privati e a cui aderisce anche l’italiana Assiterminal, nel suo “Manifesto” dice molto chiaramente: «In un’epoca segnata da scenari geopolitici imprevedibili, disagi legati al clima, cambiamenti nei flussi commerciali e rapidi progressi tecnologici, la resilienza degli operatori portuali diventa fondamentale per garantire il duplice utilizzo dei porti, ovvero il loro impiego efficiente sia per operazioni civili che militari».
«Colpiti dalla “febbre” da riarmo, Meloni e i suoi alleati se ne stanno inventando di tutti i colori pur di “fare legna” e portare progetti che possano avvicinare l’Italia al 5% del Pil in spese militari, sul quale la premier si è supinamente piegata – tuonano i senatori genovesi Lorenzo Basso (Pd) e Luca Pirondini (M5S) – Anche alla Diga, la più imponente e pesante di quelle finanziate con il Pnrr/Pnc, verrà incollato il fantomatico bollino “bellico”. E visti i costi elevatissimi dei lavori, nel frattempo lievitati nonostante le rassicurazioni di pochi mesi fa, ciò darà al governo una grossa mano ad avvicinare quel 5%. Con buona pace della città di Genova, che a questo punto rischia di diventare un obiettivo sensibile dal punto di vista militare».