Dal blog https://krisis.info/it
di Branko Milanovic16 Luglio 2025
Senza leadership né struttura organizzata, la rivolta anti-corruzione rischia di spaccare il Paese, sospeso tra caos e autoritarismo.
Particolare del dipinto «La guerra» di Otto Dix. Dresda, Gemäldegalerie Neue Meister, Albertinum. Foto di Mazanto su Flickr. Licenza CC BY-NC-SA 2.0.
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Le manifestazioni iniziate dopo la tragedia di Novi Sad del 23 aprile 2022, costata la vita a 16 persone, hanno dato vita a una mobilitazione popolare senza una guida definita. Privo di visione strategica, il moto di protesta fatica a contrastare il presidente Aleksandar Vučić. Tra richieste confuse, episodi di violenza e derive nazionaliste, la crisi innescata dal crollo della pensilina della stazione ferroviaria potrebbe sfociare in una profonda instabilità. E aprire la porta a un regime autoritario o persino a una guerra civile, avverte il professore serbo-americano Branko Milanovic, già capo economista della Banca Mondiale.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Il movimento studentesco, e in seguito nazionale, contro il governo autocratico di Aleksandar Vučić e la corruzione sistemica in Serbia è un esempio di come i movimenti politicamente mal indirizzati ottengano risultati diametralmente opposti rispetto a quelli che si proponevano inizialmente.
Per analizzare questo movimento, occorre distinguere due fasi. La prima fase si è verificata dopo il tragico evento di Novi Sad: il crollo della pensilina di una stazione ferroviaria e la morte di 16 persone. Pochi dubitano che, direttamente o indirettamente, la causa del crollo sia stata una cattiva costruzione, frutto a sua volta della corruzione. Da qui è nato un moto di protesta spontaneo, mosso da un obiettivo preciso: ridurre la corruzione e rafforzare le istituzioni che Vučić ha sistematicamente indebolito, ignorato o del tutto aggirato nell’esercizio del potere.
Questo moto spontaneo è cresciuto, probabilmente al di là delle intenzioni iniziali, trasformandosi in un movimento più ampio contro il regime. In tal modo è entrato in una seconda fase: quella politica. Entrare nella fase politica significa assumersi responsabilità politiche. Non si può più sostenere di essere spontanei e apolitici, anche quando si rifiuta la cooperazione con i partiti di opposizione, che vengono spesso criticati con la stessa durezza riservata al Partito progressista serbo (il partito guidato dal presidente Aleksandar Vučić, ndr).
Divenuto un soggetto politico, il Movimento (d’ora in poi scritto con la maiuscola) non solo ha responsabilità politiche, ma dovrebbe anche istituzionalizzarsi, ovvero creare organi con cui il governo possa dialogare o negoziare. Ovviamente, dal punto di vista del Movimento, nell’ottica di limitare l’arbitrarietà del potere.

Ma il Movimento (che peraltro non ha mai annunciato ufficialmente un proprio nome) ha commesso qui un errore capitale. Invece di creare comitati per trattare con il governo – come fece Solidarność in Polonia – è rimasto diffuso, non strutturato. Quello che il Movimento dichiarava essere un punto di forza – la diffusione e la mancanza di istituzionalizzazione – si è rivelato la sua principale debolezza.
Come i Khmer Rossi, che si definivano solo «l’Organizzazione» anche una volta saliti al potere, il Movimento ha trasmesso i suoi proclami come se parlasse dall’alto dell’Olimpo, senza nemmeno informare il pubblico su quali fossero i comitati che scrivevano questi comunicati. I cittadini potevano solo apprendere che misteriosi plenum (di cui nessuno sa dove si tengano, chi siano i loro leader o chi vi abbia partecipato, scritto e presentato le proposte) avevano deliberato (non è dato sapere con quale maggioranza di voti: 60%, 80% o, come nella tradizione stalinista, «all’unanimità»?) e redatto proclami ampiamente diffusi.
Il Movimento è così divenuto antidemocratico nei suoi meccanismi interni e totalmente opaco. L’opposto esatto di ciò che pretende dagli altri. Tutto questo si è accompagnato all’incapacità di definire obiettivi politici chiari. Dalla lotta alla corruzione (dove, come ho scritto, il Movimento non è riuscito a definire modalità istituzionali per tentare di contrastarla), il Movimento è passato a chiedere elezioni anticipate, poi di fatto le dimissioni di Vučić e infine, quando nulla sembrava funzionare, alla violenza aperta.
Il Movimento paragona questa fase alla situazione del 5 ottobre 2000 (data in cui circa 500.000 persone si radunarono a Belgrado per protestare contro il regime di Slobodan Milošević, in risposta all’annullamento dei risultati elettorali da parte della Corte Costituzionale, ndr). Ma ciò è del tutto falso. Il 5 ottobre fu una risposta popolare al rifiuto di Slobodan Milošević di riconoscere la sconfitta elettorale al primo turno, avvenuta legalmente a settembre. Scendere in piazza fu un modo per obbligarlo ad accettare i risultati, cosa che poi fece. Il 5 ottobre fu quindi un ritorno alla legalità, non una rivoluzione o un colpo di Stato violento.
La situazione con Vučić è diversa. Vučić non è stato eletto illegalmente. Il suo potere dovrebbe essere limitato, ma il Movimento, anziché concentrarsi politicamente su due obiettivi chiari: creare organismi congiunti (a parità di rappresentanza) con il governo per contrastare la corruzione e unificare le forze per le prossime elezioni regolari (che presuppone anche negoziati con l’opposizione) – non ha fatto né l’uno né l’altro.

È rimasto sospeso tra la spontaneità delle origini e le richieste estreme che oggi sfociano apertamente nella violenza. Proprio in quel momento, quando non si sapeva più che direzione prendere, sono emersi nazionalisti estremi e autodistruttivi, probabilmente perché una parte del Movimento ha visto nel nazionalismo l’unica leva politica sufficientemente forte per rovesciare il governo.
Il sostegno implicito alla violenza e i blocchi stradali come principale strumento di lotta politica non solo contraddicono gli obiettivi iniziali del Movimento, ma sono autolesionisti: portano al caos, e nessuna società può vivere nel caos. È per questo che si arriva alla necessità di una dittatura.
Oppure, se Vučić dovesse cadere, qualcuno dubita che, qualora lui e l’Sns (il suo partito, ndr) fossero costretti a lasciare il potere con la violenza, loro o qualche nuova reincarnazione dei radicali o dell’Sns non riuscirebbero a mobilitare 200.000 persone nel giro di due o tre anni e rovesciare il nuovo regime?
Così facendo, il Movimento istituzionalizza nuove regole: il sistema rappresentativo e le elezioni non sono più il mezzo per conquistare (o cedere) il potere, ma l’unico modo diventa il rovesciamento violento di un regime che ha «perso il Mandato del cielo» – il che, in pratica, significa che chiunque non sia d’accordo con un governo può trovare centinaia di migliaia di cittadini pronti a combattere.
La Serbia, come molti altri Paesi, ha già conosciuto un simile sistema (e alcuni lo sperimentano ancor oggi), ma un tale assetto politico oscilla costantemente tra dittatura aperta (Vučić) e guerra civile. Sarebbe triste, ma ormai non del tutto irrealistico, che il risultato finale del Movimento fosse proprio questo.
Autore
Branko Milanovic Economista serbo-americano, è tra i massimi esperti di disuguaglianze globali. Nato a Parigi e cresciuto a Belgrado, ha lavorato per 20 anni alla Banca mondiale, dove è stato capo economista per la ricerca. Professore alla City University of New York (CUNY) e visiting scholar in università da Oxford alla Johns Hopkins, ha rivoluzionato gli studi sulla distribuzione del reddito. Il suo celebre «grafico dell’elefante», del 2016, mostra i perdenti della globalizzazione: le classi medie occidentali e i poveri assoluti. Nei suoi libri tradotti in italiano, Capitalismo senza rivali. Il futuro del sistema che domina il mondo e Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianza e il futuro della classe media, analizza le dinamiche economiche mondiali e i cicli storici del potere. Critico delle élite «liberali illiberali», analizza l’ascesa del populismo come effetto della concentrazione della ricchezza, contestando sia la sinistra globalista sia i nazionalismi reazionari. La sua tesi più provocatoria: «Il capitalismo ha vinto, ma sta distruggendo la democrazia».