La fame come arma, l’aiuto come trappola: Gaza, anatomia di un crimine perfetto

Dal blog https://mariosommella.wordpress.com/

di Mario Sommella 20/07/2025

Nel buio della coscienza collettiva, sotto le macerie della retorica umanitaria, si sta compiendo un crimine disegnato al millimetro. Un crimine non di errore, ma di progetto. Un crimine freddo, calcolato, gestito con la perizia di un ingegnere e la crudeltà di un carnefice. Ce lo sbatte sotto il naso, come diceva Orwell, l’ultima inchiesta di Forensic Architecture, agenzia d’indagine indipendente fondata a Londra da Eyal Weizman, architetto anglo-israeliano. L’indagine non lascia spazio a interpretazioni: l’aiuto umanitario a Gaza non è uno strumento di soccorso. È un’arma. Una trappola. Un’architettura letale.

  1. La nuova guerra umanitaria

Secondo il dettagliato report, pubblicato in collaborazione con immagini satellitari e dati geospaziali, Israele ha completamente smantellato l’infrastruttura umanitaria tradizionale – ONU, ONG internazionali, Croce Rossa – attraverso 322 attacchi deliberati nel solo primo anno di guerra. A sostituirla è stata creata ad hoc una nuova entità, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), istituita nel febbraio 2025 con capitali e personale israelo-statunitense. A guidarla, due figure emblematiche: Johnnie Moore Jr., pastore evangelico vicino a Trump, e John Acree, ex stratega militare e “problem solver” delle guerre americane.

Questa fondazione non solo ha ricevuto 30 milioni di dollari direttamente dal governo USA — che intanto ha smantellato le sue agenzie pubbliche di aiuto — ma ha anche assunto il completo controllo della distribuzione degli aiuti nella Striscia. Tuttavia, la sua funzione non è quella di nutrire: è quella di disciplinare, sorvegliare, sfiancare.

  1. Sei livelli di distruzione programmata

2.1 Distruzione dell’autonomia civile

Israele ha impedito la sopravvivenza di ogni sistema indipendente di soccorso, annientando con precisione chirurgica depositi, ospedali, ambulanze e centri di distribuzione. È una forma nuova di guerra: si distruggono le condizioni minime per vivere, poi si offre “aiuto” come unico mezzo di sopravvivenza, sotto totale controllo dell’occupante.

2.2 Occupazione umanitaria

GHF è una “occupazione umanitaria” mascherata. Non è neutrale, non è indipendente, non è universale. È parte integrante della strategia israeliana. I suoi punti di distribuzione sono adiacenti o all’interno di basi militari dell’IDF e sorvegliati da mercenari. I percorsi per raggiungerli sono disseminati di check-point, mine, cecchini. Il rischio per chi cerca cibo è altissimo: molti vengono uccisi durante l’attesa o nel tentativo di avvicinarsi.

2.3 Inaccessibilità programmata

I punti di distribuzione si trovano alle estremità della Striscia, spesso fino a sei ore di distanza dai centri abitati. Le finestre di distribuzione sono brevi – in media 23 minuti, in alcuni casi appena 10 – e gli annunci arrivano con un preavviso minimo. È il caos a essere progettato. Il disordine, la paura, la ressa, la fame: ogni elemento è calibrato per demolire la coesione sociale e iniettare disperazione.

2.4 Architettura della morte

Non si tratta di errori o negligenze. La disposizione fisica dei centri GHF è stata pensata per essere letale. I civili in coda diventano bersagli mobili, le aree di raccolta sono esposte, le strade d’accesso coincidono con i percorsi dell’esercito. I “raid accidentali” non sono incidenti. Sono parte del meccanismo. Il cibo diventa esca. E l’aiuto un’esecuzione pubblica.

2.5 Collasso psicologico e sociale

Costretti a scegliere ogni giorno tra la morte per bombe e quella per fame, i palestinesi della Striscia si trovano in un limbo tra sopravvivenza biologica e annientamento spirituale. Le famiglie si disgregano, l’autorità sociale implode, la disperazione diventa legge. È la distruzione dell’umano attraverso la fame e l’umiliazione.

2.6 Deportazione silenziosa

La collocazione dei centri GHF, prevalentemente lungo il confine meridionale, suggerisce l’obiettivo finale: spingere forzatamente la popolazione a concentrarsi lì, svuotando il resto del territorio. Una pulizia etnica mascherata da assistenza. Un’architettura dell’espulsione. Il sogno sionista dell’espulsione completa del popolo palestinese da Gaza prende forma sotto l’etichetta di “aiuto umanitario”.

  1. Il silenzio europeo: la complicità della vigliaccheria

Mentre la macchina della fame avanza, l’Europa resta inerte. I governi dell’Unione continuano a ripetere il mantra del “è prematuro agire”, a verificare senza agire, a sanzionare la Russia per la diciottesima volta ma a ignorare deliberatamente le prove di un genocidio in corso. La vicenda di Francesca Albanese, Relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, attaccata ferocemente da politici, giornalisti e ambasciatori per aver denunciato questo schema, è emblematica: si spara sulla messaggera per non vedere il crimine.

  1. La verità sotto il naso: il crimine perfetto

Questo sistema non è un errore. Non è una disfunzione. È un dispositivo deliberato. Ogni pezzo è al suo posto. Ogni morte è prevista. Ogni disperazione è calcolata. Non si tratta di aiutare, ma di dominare. Non si tratta di sfamare, ma di svuotare. Non si tratta di distribuire aiuti, ma di distribuire paura.

  1. L’ostinazione del male e la resistenza della memoria

Ma l’ostinazione del governo sionista ha un difetto di prospettiva: ignora la storia. Da oltre novant’anni, il popolo palestinese ha resistito a tutto. Alla colonizzazione britannica, alla Nakba del 1948, alle guerre del ’67 e ’73, all’occupazione militare, all’intifada, ai muri, ai droni, alla diaspora e al silenzio. Il 7 ottobre non è che un passaggio, un detonatore, non la causa di ciò che accade. È usato come alibi per giustificare l’ingiustificabile.

Il popolo palestinese non si arrenderà. Puoi bombardarlo, affamarlo, deportarlo. Puoi annientarlo fino all’ultimo bambino. Ma poi dovrai fare i conti con noi, con la loro memoria, con le storie che continueremo a raccontare, con la giustizia che verrà anche dopo l’ultimo silenzio.

E allora i sionisti radicali dovranno mettersi il cuore in pace: hanno già perso. Perché hanno ucciso la pietà. Perché hanno mostrato al mondo il volto vero dell’odio. Perché la Palestina è oggi un simbolo globale. Di dignità. Di resistenza. Di umanità sotto assedio.

  1. Epilogo: poesia di un popolo che non si arrende

E tu, Gaza,
sei l’eco che non muore,
sei il grano sotto la sabbia,
la madre che abbraccia il figlio
anche senza pane.

Hanno provato a cancellarti,
ma ti trovano
in ogni sguardo che non accetta la menzogna,
in ogni pugno levato contro il potere,
in ogni lacrima che diventa seme.

Tu sei la pietra che resiste all’assedio,
sei la voce che rompe il silenzio,
sei la memoria che ci inchioda alla storia.

Finché ci sarà un cuore che batte per la giustizia,
la Palestina non sarà mai sconfitta.

Nota finale:
Non basta un “cessate il fuoco” per fermare questo schema di distruzione consapevole. Serve l’uscita immediata di Israele dalla Striscia, l’apertura di corridoi umanitari veri, il ritorno delle agenzie indipendenti, un processo internazionale che dica finalmente la verità. E serve, sopra ogni cosa, la fine della nostra complicità silenziosa.

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