Il petrolio sotto il duomo: perché lo scudetto in Libia si vince a Milano

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Valerio Moggia 22 Luglio 2025

Cosa ci fanno sei squadre di calcio libiche a Milano? Semplice: si giocano il titolo nazionale. Sebbene con pochissima pubblicità, a inizio luglio è stato confermato che le finali del campionato di calcio della Libia si svolgeranno in Italia, e più precisamente all’Arena Civica di Milano. Si inizia questo venerdì, il 25 luglio, con il primo turno: tre partite nell’arco di una giornata, secondo una formula che verrà ripetuta ogni quattro giorni per cinque turni, fino a domenica 10 agosto.

Molti potranno storcere il naso a questa notizia: perché mai le ultime partite del campionato libico dovrebbero svolgersi in Italia? Non si tratta certo di una casualità estemporanea, anzi: la stessa cosa era già avvenuta l’estate scorsa, anche se si era optato per uno scenario molto differente. All’inizio si era pensato di giocare in Toscana, tra Firenze, Pisa, Prato ed Empoli; un’ambientazione non da poco, visto che c’erano di mezzo uno stadio di Serie A, uno di Serie B, e il nuovissimo centro sportivo della Fiorentina. Invece si finì per ripiegare su Campania e Abruzzo (Avellino, L’Aquila e Teramo), in uno scenario molto meno di primo piano ma con il grande pregio di garantire maggiore discrezione.

Già, perché in questa vicenda lo sport c’entra solo marginalmente: in primo piano ci sono infatti i rapporti economici e politici tra Italia e Libia. L’accordo per portare le finali del campionato nordafricano nel nostro Paese erano stati stipulati il 7 maggio 2024 direttamente dal governo, durante una visita di Giorgia Meloni a Tripoli assieme al ministro dello Sport Andrea Abodi. L’iniziativa faceva parte del cosiddetto piano Mattei e degli accordi bilaterali tra i due governi. La premiazione della squadra vincitrice – l’Al-Nasr di Bengasi, controllato dal figlio del generale Haftar – si era svolta a Roma allo stadio dei Marmi, alla presenza addirittura del ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Un anno fa, l’epilogo del torneo aveva generato una situazione di grottesco imbarazzo diplomatico. A Saddam Haftar era stato impedito di entrare in campo per la premiazione della sua squadra, per evitare ai rappresentanti del governo italiano foto politicamente inopportune. A questo punto, il rampollo del generale della Cirenaica aveva ordinato ai suoi giocatori di disertare la premiazione, con Tajani che era stato costretto a consegnare medaglie e coppa a un magazziniere. Quest’ultimo aveva poi portato tutto nel parcheggio della struttura, dove Haftar e i suoi avevano festeggiato la vittoria.

Non stupisce che tutto si sia svolto il più possibile in maniera discreta e senza coinvolgere i giornalisti. Anche perché mesi dopo La Repubblica aveva rivelato che tra gli ospiti del governo italiano per il torneo c’era anche Abdel Ghani al-Kikli, capo della milizia SSA e indagato per crimini contro l’umanità. Quest’anno non si presenterà a Milano con il suo Al-Ahly Tripoli: lo scorso maggio è stato assassinato, probabilmente su mandato del Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibeh.

Per cui anche nel 2025 il campione libico verrà deciso e premiato in Italia grazie a un accordo tra i due stati, ma qui da noi si sta cercando di far circolare meno informazioni possibile sull’evento. Al punto che a metà giugno, quando la Federcalcio libica ha ufficializzato tutto – rivendicando anche i patrocini della FIGC e del governo di Roma – il ministro Abodi diceva al Foglio che non c’era ancora nulla di deciso e che comunque: “Sia chiaro che l’organizzazione non spetterebbe a noi”.

la FIGC aveva declinato ogni responsabilità. Gambardella aveva allora rintracciato la società di eventi sportivi svizzera Sport Global Management, incaricata di organizzare il torneo, la quale però nuovamente sosteneva che non ci fosse niente di sicuro. Insomma, un torneo che si svolge ormai da due anni con il pieno appoggio delle autorità italiane, ma nel più assoluto riserbo e senza che nessuno voglia esservi accostato.

In ballo ci sono interessi diplomatici ma soprattutto economici. Basti pensare che le Final Six del campionato libico hanno come sponsor principale Tamoil, ovvero l’azienda statale che controlla i giacimenti di petrolio del Paese nordafricano. La Libia è infatti il principale fornitore di petrolio all’Italia: nei primi due mesi dell’anno, ne abbiamo comprate da Tripoli 2.156.000 tonnellate, pari al 24% delle importazioni totali.

L’anno scorso, poco dopo la fine del campionato, Haftar aveva bloccato l’esportazione del petrolio dalla sua zona, come strumento di pressione sul governo di unità nazionale di Tripoli, e questo aveva ovviamente creato problemi all’Italia. Ospitare il campionato libico qui nella Penisola è un tentativo di sfruttare la diplomazia del pallone per tutelarsi da problemi di questo genere, riunendo esponenti dei vari poteri politici che controllano la Libia (e che spesso ne controllano anche i club di calcio) per consolidare legami e relazioni. Al governo italiano basta, però, che si sappia il meno possibile.

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