Dal blog https://mariosommella.wordpress.com/
Di Mario Sommella
Ci sono storie che non si vorrebbero mai raccontare. Non perché siano oscure, ma perché sono troppo vere. Talmente vere da strapparti la pelle, da lacerare ogni briciolo di umanità che ci resta dentro. Sono le storie che ci riportano a ciò che credevamo sepolto nei cimiteri della storia: Auschwitz, Srebrenica, Sabra e Shatila. E invece no. È oggi. È adesso. È Gaza.
Secondo le testimonianze dei soldati israeliani e i reportage di testate come Haaretz, il cosiddetto “tiro a segno” non è una macabra invenzione propagandistica, ma una pratica strutturata, documentata, reiterata. Un gioco mortale in cui i bambini diventano bersagli da colpire a seconda della parte del corpo indicata quel giorno. Testicoli. Collo. Ginocchia. Addome. Testa.
Lo conferma il chirurgo britannico Nick Maynard, appena rientrato da Gaza, in un’intervista alla BBC. Parla di uno “schema chiaro e deliberato”, di ferite identiche e sistematiche, inflitte con la precisione di chi non agisce per errore, ma per addestramento. Il giorno delle braccia. Il giorno della testa. Il giorno dei genitali. “A very clear pattern”, ripete. Nessun dubbio.
Nel 2020, molto prima del 7 ottobre, un soldato dell’IDF, Eden, dichiarava senza tremare: “So esattamente quante ginocchia ho centrato: 42”. Era di stanza lungo il confine con Gaza, e la sua missione era “respingere i manifestanti”. Come? “Sparavamo come se stessimo cacciando anatre”, aggiunge un altro. In una settimana, oltre 200 palestinesi uccisi, quasi 20.000 feriti. E non parliamo di miliziani armati: parliamo di esseri umani, spesso bambini, adolescenti, civili.
Dietro ogni genocidio c’è un processo di disumanizzazione. Prima ancora delle armi, serve lo sguardo rotto. Quello che non vede più l’altro come simile, ma come bersaglio. Il linguaggio lo prepara: “non sono umani ma bestie”, “tutti colpevoli, compresi i bambini”, ripetono ministri e generali. E così anche i media “moderati”, quando spiegano che in fondo, tra le vittime, “la maggior parte sono maschi tra i 15 e i 45 anni”. Come se bastasse per smettere di piangere.
È sempre stato così. I “mori” nelle crociate. I “pellerossa”. I “musi gialli”. I “negri”. I “subumani”. A ogni colore un punteggio, a ogni razza un bersaglio. E quando il gioco comincia, quando il sangue diventa punteggio e l’infanzia diventa trofeo, il genocidio è già iniziato. Non serve più annunciare uno sterminio. È sufficiente che la società smetta di vedere.
Ecco allora la funzione più vile della propaganda: trasformare il dolore altrui in fastidio, il pianto in rumore di fondo. Le immagini di Gaza, i corpi dei bambini senza volto, i racconti dei sanitari internazionali vengono ignorati, sepolti sotto le urla degli editorialisti che parlano di “diritto alla difesa”. Anche quando la difesa è diventata crudeltà scientifica.
Ma la colpa non è solo di chi spara. È di chi guarda altrove. Di chi finanzia, legittima, applaude. Di chi tace e acconsente. Di chi in nome dell’equilibrio rifiuta la verità. Di chi si appella al “contestualizzare” per non dover gridare.
Eppure ci sono voci che squarciano il silenzio. Come quella della giornalista Francesca Fornario, che ha il coraggio di raccontare, di chiamare le cose col loro nome. Che ci ricorda che ogni genocidio inizia dal linguaggio, ma si compie nel gesto. Nello sparo. Nella ginocchia distrutta. Nella testa mirata.
Noi non possiamo restare immobili.
Non possiamo cedere alla disumanizzazione diffusa. Dobbiamo tornare a vedere. Dobbiamo sentire la pelle di quei bambini come la nostra. Le urla delle madri come quelle delle nostre. I cadaveri allineati come figli nostri. Perché lo sono.
Non lasciamo che lo sguardo si spezzi. Non lasciamo che l’empatia venga estinta dal cinismo geopolitico. Non lasciamo che la storia, ancora una volta, si scriva col sangue degli innocenti e col silenzio dei colpevoli.
Ci vediamo in piazza. E domani. E dopodomani.
Perché restare umani oggi è il più radicale degli atti politici.
A cura di Mario Sommella – per il blog Rivoluzionari Ottimisti
È questo il problema. Questo orrore ormai è stato normalizzato e sono ancora sorpreso che non si stia facendo qualcosa di più per fermare questa follia. Ho capito che Isreale è importante per l’occidente, ma non possiamo accettare qualcosa di così disgustoso. Quello che succede è disumano e un giorno ne paghetemo tutti le conseguenze.
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