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24-07-2025 – di: Vincenzo Scalia
La vicenda milanese, relativa agli scandali urbanistici, e al coinvolgimento dell’assessore Tancredi e del componente della commissione urbanistica e paesaggio, Marinoni, accusati di gestire in modo illecito lo sviluppo edilizio di Milano in combutta con l’imprenditore Catella e il manager Pella, suscita più di una riflessione di tipo criminologico. Da un lato, echeggiano sinistri i rumori di una nuova Tangentopoli, col dito puntato sulla corruzione e il malaffare. Dall’altro lato, si mette in rilievo il pericolo di bloccare, qualora l’inchiesta prendesse piede, lo “sviluppo” di Milano, unica città italiana che marcerebbe al ritmo dell’economia globale. In realtà, ci troviamo di fronte a dinamiche più complesse, che meritano riflessioni più accurate, al fine di rifuggire da semplificazioni sempre da scongiurare.
Superfluo dire che è necessario, prima di formulare un giudizio sulla vicenda penale, aspettare che le indagini si sviluppino appieno e si giunga a dibattimento, al fine di accertare le responsabilità presunte ed effettive degli attori coinvolti. Tangentopoli, non bisogna dimenticarlo, si ridimensionò in fase processuale, con oltre la metà degli imputati che finirono assolti. Ovviamente, i dati passarono in secondo piano, soprattutto perché il risultato, ovvero il collasso della classe politica della cosiddetta prima Repubblica, si era spinto ben al di là della valenza giudiziaria dell’inchiesta. Soprattutto, Tangentopoli si pose al crocevia di una crisi di legittimità che investì il sistema politico italiano nel suo complesso. La caduta del muro di Berlino aveva privato di alibi la classe dirigente dell’allora pentapartito, che non aveva retto alla crisi economica dei primi anni Novanta. Il malessere di settori della società civile aveva fatto cortocircuito con episodi efferati, come le stragi di mafia, facendo saltare ogni argine. Oggi ci troviamo a vivere nell’Italia della pax meloniana, che accetta di surrogare il malessere socio-politico dovuto al declino economico incalzante riversandolo su migranti, rom, rifugiati e detenuti, per cui una crisi di legittimità, al momento, appare improbabile. Inoltre, è deperito quel tessuto connettivo a livello di società civile che, all’inizio degli anni Novanta, lasciò, per un attimo, sperare in un rinnovamento radicale a partire dalla crisi del sistema politico.
L’unico tratto che accomuna le due inchieste milanesi, a distanza di 33 anni, sembra essere quello dell’imprenditoria morale diffusa a livello mediatico. Senza le dirette delle reti dell’allora Fininvest a Palazzo di Giustizia, senza il clima da autodafé alimentato da trasmissioni come Samrcanda e Milano, Italia, amplificato dalla carta stampata, probabilmente il magistrati milanesi del pool, in particolare Antonio Di Pietro, non sarebbero diventati i moschettieri di Mani Pulite. Surclassando, per un attimo, in popolarità, le vedettes dello sport, del cinema, della musica, della TV. E fornendo la sponda a forze fino al allora ai margini del sistema politico, come la Lega e l’allora MSI, bisognosi di una legittimazione pubblica. Lo scenario attuale si presenta con modalità analoghe, ma con finalità diverse. La partita si gioca sul campo mediatico, ma, più che distruggere, sembra diretta a consolidare, alla luce del colore politico dell’attuale giunta meneghina e delle imminenti elezioni locali, l’ambizione del partito più forte della maggioranza di rafforzare la sua posizione di preminenza. Sessant’anni dopo, la lezione di Howard Becker sull’imprenditoria morale mirata a rinsaldare i confini tra insiders e outsiders, si presenta in modo ancor più attuale.
La parte criminologicamente più rilevante, tuttavia, pertiene al tipo di relazioni e di comportamenti che affiorano allo stato attuale dell’inchiesta.
Edwin Sutherland parlava di “associazione differenziale”. In altre parole, la propensione a deviare dalle norme che regolano la vita associata e le tecniche messe in atto in questo tempo, sono funzione del contesto sociale e ambientale in cui si cresce e si opera, e dei valori che si interiorizzano. Il compianto Vincenzo Ruggiero attualizzava l’insegnamento di Sutherland, spiegando che i potenti delinquono per diverse ragioni: innanzitutto, perché l’apparato legislativo viene, a lungo termine, prodotto e riprodotto sia per tutelare i loro interessi e la loro rispettabilità, sia per garantire loro i più ampi margini possibili di impunità.
In secondo luogo, perché le reti relazionali, sia di cointeressenza, sia amicali, che si formano e si consolidano negli strati più elevati della società, fanno sì che si creino sfere di sostegno reciproco, articolate sul piano materiale e su quello simbolico. Infine, se ci proiettiamo nella sfera ideologica, i potenti possono contare su di una narrazione egemonica diffusa tra gli strati sociali subalterni, che proiettano su di loro il desiderio di ascesa sociale. Il successo di Berlusconi e di Trump si spiega, ad esempio, proprio in questi termini. Il disoccupato, il piccolo borghese indebitato, maschilisti, razzisti e frustrati per la loro mancata ascesa sociale, vedono in queste figure la possibilità di legittimare alcuni loro comportamenti. E di proiettare il loro desiderio di successo.
Il caso di Milano si allinea pienamente all’interno della cornice tracciata da Vincenzo Ruggiero.
Politici, imprenditori, mediatori d’affari, si ritrovano nella condivisione di interessi attraverso i quali acquisiscono e fortificano la loro rendita di posizione.
La loro cointeressenza viene agevolata dalla prossimità sociale e politica dei contesti dentro ai quali si trovano ad operare. Per Catella e Pella è normale parlare con Marinoni e Tancredi, che possono parlare con Boeri, che può parlare con Sala. Operano tutti nello stesso milieu, e portano gli stessi interessi. Sul versante pubblico, questa convergenza, viene legittimata con l’esigenza dello “sviluppo” di Milano, che avrebbe bisogno di grandi eventi, opere faraoniche, progetti di archistar, per rimanere al passo con l’Europa. Una corsa di impronta neoliberista, per la quale leggi e regolamenti rappresentano soltanto lacci e lacciuoli da aggirare, ignorare o abolire. La deregulation reaganiana diventa la misura che regola le transazioni tra economia e politica. E non si tratta di un fenomeno peculiare di Milano o dell’Italia tutta, in quanto dinamiche simili avvengono in altre cosiddette città globali, come Londra, Parigi e New York, dove alla realizzazione di grandi opere ha corrisposto un degrado progressivo della vita associata. L’ideologia neoliberista dello sviluppo deregolato, può contare, nell’opinione pubblica, sul consenso di ampi strati della popolazione, che hanno interiorizzato il paradigma della competizione e vedono nei grattacieli delle archistar il compimento della loro proiezione di grandeur. Non a caso, i principali quotidiani, sembrano preoccuparsi più delle conseguenze per i grandi progetti che per quelle che comporta la loro realizzazione. E fino a poche settimane fa esaltavano l’imprenditore Manfredi Catella, uno dei protagonisti della vicenda, definito come l’uomo che ridisegnava Milano, in nome delle virtù dell’impresa.
In terzo luogo, l’inchiesta milanese, suona la campana a morto per quella che lo studioso greco Peter Bratsis definisce l’ideologia dell’anticorruzionismo. Il tessuto connettivo di Tangentopoli, a livello ideologico, si reggeva sulla dicotomia semplificatoria tra società civile sana e politica corrotta. Era necessario tagliare le unghie ai politici spingerli qualche metro indietro, affinché fosse possibile alla società di emergere e di auto-regolarsi in base alle proprie naturali virtù civiche, mediate dagli scambi di mercato. Allo Stato toccava soltanto tracciare una cornice ampia e generalista di confini da non oltrepassare. Come è andata, lo sappiamo bene. Anzi, lo abbiamo sotto i nostri occhi. Sotto la spinta dell’ideologia anticorruzionista, in Italia, si sono smantellate le partecipazioni statali, si sono ridotti i diritti dei lavoratori, la privatizzazione è avanzata prepotente. Soprattutto, si sono smantellati i partiti come organizzazioni di massa che filtravano interessi, progetti e valori. In parole povere, è andata distrutta la capacità di mediazione della politica, catalizzando la destrutturazione di un ordine sociale che, pur tra tanti limiti, aveva consentito al nostro Paese di raggiungere una qualità della vita decente, ancorché mediata dalla partecipazione collettiva.
In una cornice caratterizzata dal declino economico, dal deperimento del tessuto sociale, dal deterioramento della sfera politica, le tecnocrazie e i comitati d’affari, che contrabbandano gli interessi privati per bene pubblicano, trovano un terreno fertile dove potere attecchire.
Anche in questo caso, si tratta di un processo che non ha avuto luogo soltanto in Italia, ma anche in altri contesti. Non ultimi gli USA, che hanno fatto da capofila a queste trasformazioni. L’esempio statunitense non è casuale. Se la sfera politica si riduce ad amplificazione e propaganda della competizione di mercato, a farla possono essere solo i comunicatori, quelli che “bucano” il video e soddisfano i copioni su misura di audience forniti dall’industria mediatica. Gli statunitensi, per primi, trovarono un ex-attore, Ronald Reagan. Noi abbiamo avuto per venti anni un imprenditore mediatico che ha tracciato la strada. In Ucraina hanno un altro attore, e l’attuale inquilino della Casa Bianca si era costruito il seguito attraverso un programma televisivo.
Il ritorno al futuro dovrebbe essere un ritorno alla politica. E all’abbandono dell’anticorruzionismo. Per progettare e creare città a misura di tutti.
Last but not least, vale la pena spendere qualche parola in merito all’idea di sviluppo che prevale nell’Italia odierna. Gli sviluppi dell’inchiesta preoccupano per lo sviluppo di Milano, individuata e definita come il cuore pulsante del Paese. Si tratta di una narrazione che discende direttamente dalle spinte anticorruzioniste, che hanno legittimato la Lega, fino al 1992 ai margini del sistema politico italiano, come elemento cardine di varie coalizioni governative. Una forza che ha fatto della necessità di ampliare la forbice tra il Nord e il Sud del Paese la sua ragione d’essere, fino a promuovere e a fare approvare la legge sull’autonomia differenziata.
Siamo di fronte ad un’impostazione schiettamente neoliberista, coi più forti che competono e i più deboli ad aspettare il trickle downdall’alto. Se l’inchiesta milanese ha un pregio, è quello di avere mostrato la fallacia assoluta di questa impostazione.
La concentrazione della ricchezza produce squilibri, danni ambientali, corruzione, comitati d’affari, infiltrazioni criminali.
Ritornando a Vincenzo Ruggiero in uno dei suoi ultimi scritti, forse sarebbe il caso di pensare a una decrescita economica per affrontare le disfunzioni socio-economiche e giudiziarie. E da qui, partire per pensare a uno sviluppo più equilibrato per tutte le aree del Paese.