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02 Agosto 2025 Remocontro
‘Readiness 2030/ReArm Europe’, una cosa su cui darebbe stato meglio discutere a lungo invece di scoprirlo quasi per caso. Diciotto dei ventisette Paesi dell’Unione Europea, hanno chiesto di aderire al programma ‘Safe’ della Commissione Europea per prestiti diretti al ‘rafforzamento degli apparati militari e l’acquisto congiunto di armamenti’.

L’Unione che litiga su quasi tutto, si arma fraternamente?
‘Security Action for Europe’, (Safe) si proponeva di erogare fino a 150 miliardi di euro in prestiti a basso interesse ed è riuscita a garantirne ‘pro quota’, 127 ai Paesi che hanno fatto richiesta: Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna, Ungheria. I primi diciotto della corsa al riarmo europeo, elenca Andrea Muratore, tra cui scopriamo la nostra bella ma confusa Italia.
Cosa sta facendo zitta zitta l’Ue
Manca la Germania che sul riarmo farà, con ambizioni colossali, storia a sé, e l’Olanda tradizionalmente ostile al debito, ma per il resto l’Europa che spinge per gli investimenti in Difesa è presente, precisa InsideOver. Ma cosa sta accadendo in realtà con l’adesione a questi prestiti? Bruxelles decide di fatto che per il potenziamento dell’apparato militare è possibile violare dalla forma più rigida di controllo fiscale e censura di bilancio. I diciotto Paesi, almeno in teoria, promettono acquisti comuni e strategicamente orientati per favorire la favola dell’efficienza ed economie di scala senza privilegi per l’industria militare nazionale. Favola appunto.
La confusione di partenza dei 18
Va detto che le richieste sono promosse per fini eterogenei: ognuno ha la sua e poche coincidono tra loro. C’è chi, come la Polonia e la Grecia, fa della spesa militare un elemento determinante della sua politica estera e spinge apertamente per costruire un deterrente solido e efficace. Chi, invece, come la Francia e l’Italia, vuole farsi strada tra le ristrettezze dei conti pubblici o, nel caso della Spagna, ridurre al minimo l’impatto sui conti pubblici per l’aumento della spesa militare. ‘En passant’, l’immancabile Ungheria di Viktor Orban raccoglie fondi pubblici europei anche su questo fronte, per poi litigare meglio.
Istituto Francese di Relazioni Internazionali e Strategia
Secondo l’Istituto Francese di Relazioni Internazionali e Strategia (Iris), si avrà un’indubbia concentrazione di risorse su programmi europei perché «i prodotti acquistati utilizzando i prestiti Ue devono includere almeno il 65% di componenti europei», mentre, assieme «anche le attrezzature di difesa più complesse devono essere prodotte sotto il controllo di un’autorità di progettazione europea (che garantisca il controllo sulla proprietà intellettuale e sul know-how tecnico)». Dopo il ‘non rubare’ le creazioni altrui, ‘Liberi tutti solo per gli armamenti più semplici, non vincolati a questo controllo di fatto.
‘Piccola distrazione’
Come postilla, quasi per caso, Bruxelles rende noto che alcuni Paesi si sono aggiunti ai 18 Ue. La Norvegia e l’immancabile Ucraina che di armi è consumatrice costretta, e in prospettiva ‘probabilmente’, il Canada e il Regno Unito, in un contesto che vede Bruxelles costretta a cercare di ridurre la dipendenza militare dagli Usa di fronte alla condotta dell’amministrazione di Donald Trump.
Acquisti congiunti dove e cosa?
La politica di acquisti congiunti dovrebbe però andare di pari passo con una crescente standardizzazione tra le forze armate nazionali, e qui siamo al problema dei problemi. Ed ecco che la futura, problematica Commissione armamenti, dovrà valutare quale piani d’acquisti saranno coperti potenzialmente dalla spesa di Safe. Pronti per le guerre del prossimo millennio. Ma non un po’ di ottimismo –ammettendo sia un bene augurarcelo-, «sarà doveroso comprendere chi controlla il controllore e a quali Paesi saranno indirizzate le commesse più ghiotte in termini di ritorni industriali». Valuti ognuno di voi la portata concreta della novità ‘sparata’ da Bruxelles.
Dubbio chiave
Dove si genererà il Pil per l’investimento in Difesa pagato da fondi europei per gli Stati Europei e diretto a comprare armi made in Europe? Insomma, chi e dove ci guadagna e cosa e come compensare gli altri esclusi?
Pensate astruse rispetto alla realtà europea
Perfino l’Iris francese avanza questi dubbi, chiedendosi se l’Ue «intende offrire ai suoi partner, altrettanto disillusi, un’alternativa al predominio industriale americano nel settore della difesa o sta cercando di estendere il suo tradizionale potere normativo a un settore dal quale, fino a pochi anni fa, era di fatto esclusa».
Dubbi in un contesto in cui il dilemma è palese. Da un lato, l’Europa chiede spese e rilanci comuni della capacità di difesa. «Mentre i settori industriali sono polverizzati a livello nazionale. E la copiosa pioggia di fondi imporrà un aumento delle rivalità per commesse e asset», sottolinea Muratore. Ricordando che non di solo riarmo è costituita una strategia di difesa. Con un concetto base oltre la discutibile corsa al riarmo: pensare come spendere bene prima di decidere se spendere molto.
Tags:riarmo europeo