Tutte le “falle” della strategia italiana sull’idrogeno

Dal blog https://www.qualenergia.it

Uno studio di ReCommon smonta gli scenari al 2050 del governo: senza rinnovabili sufficienti, l’H₂ rischia di diventare un alibi per allungare la vita delle reti fossili e imporre nuove infrastrutture, con costi ambientali e sociali insostenibili.

La strategia italiana per l’idrogeno è pressoché impossibile da attuare e rischia di rivelarsi soltanto un “assist” alle società che gestiscono le infrastrutture del gas.

Secondo un breve report (pdf) pubblicato da ReCommon, le linee guida “molto generiche” date dal governo italiano in materia andrebbero soltanto ad avvantaggiare Snam, una delle società capofila mondiali della costruzione e gestione delle reti di trasporto del gas.

Per la multinazionale italiana l’H2 sarebbe un “utile strumento” per allungare la vita di vecchie infrastrutture e per posare nuove tubazioni, così da alimentare il suo modello “business as usual”.

La strategia italiana per l’idrogeno ipotizza vari contesti futuri di diffusione dell’idrogeno nel Paese, con proiezioni fino al 2050, che cambiano in base a due variabili principali: la domanda nazionale e la composizione del mix dell’idrogeno disponibile sul mercato, tra produzione interna e importazioni (per approfondire Anche CCS e nucleare nella fin troppo ambiziosa strategia italiana sull’idrogeno).

La prima può semplicemente essere più o meno elevata. Il secondo è l’elemento dirimente per comprendere appieno la valenza della strategia governativa, perché basato su precise scelte politiche.

Oggi l’Italia consuma 1,5 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di idrogeno, utilizzato quasi esclusivamente (99%) nel settore industriale, principalmente per raffinazione e chimica (ammoniaca e fertilizzanti).

La strategia nazionale vede tre possibili scenari da qui al 2050: “base”, “intermedio” e “alta diffusione”. In quest’ultimo scenarrio la domanda è prevista in aumento a 1,7 Mtep nel 2030, con circa solo la metà soddisfatta da idrogeno verde (0,72 Mtep).

I conti dell’idrogeno non tornano

Dalla ricerca emerge che qualora la produzione di idrogeno si dovesse concentrare nel nostro Paese, il solo impiego delle rinnovabili non basterebbe. Per ottenere idrogeno verde puntando su fonti come idroelettrico, biomasse o geotermico, complessivamente 44,5 TWh di produzione annuale, si impiegherebbe più energia di quanta se ne potrebbe ottenere.

Se invece per realizzare idrogeno verde si destinassero tutti gli oltre 58 TWh di energia da fotovoltaico ed eolico generati nell’ultimo anno in Italia, si produrrebbero solo 1,1 milioni di tonnellate di idrogeno verde in forma gassosa, oppure 0,9 milioni di tonnellate di idrogeno verde in forma liquida.

Una quantità molto ridotta, che permetterebbe di coprire poco più della soglia minima di produzione interna dello scenario a penetrazione alta (0,7 Mtep/anno), utilizzando però l’intera capacità eolica e da fotovoltaico attualmente installata nel nostro Paese.

Per dare sostenibilità a questo scenario, l’Italia dovrebbe raddoppiare dall’oggi al domani la sua capacità di produzione energetica da rinnovabili e destinarla in toto alla produzione di idrogeno. Un’ipotesi chiaramente inutile e irrealizzabile.

Le difficoltà di sviluppare H2 verde sono innegabili. Secondo una recente analisi di Cassa depositi e prestiti, per sostituire con idrogeno verde l’attuale consumo di idrogeno prodotto da metano e il 20% del consumo di gas naturale nell’industria, “sarebbe necessario dedicare alla decarbonizzazione del settore quasi 5 GW di impianti di energia rinnovabile, equivalente a circa la potenza Fer entrata in esercizio nel 2023”.

È per questo che si ipotizza l’uso della cattura e dello stoccaggio della CO₂ per aumentare la produzione di idrogeno, che però a questo punto non sarebbe più “verde” ma derivato dalla filiera fossile, aumentando quindi la dipendenza da petrolio e gas.

Ma se l’idrogeno prodotto in Italia fosse “grigio” (da filiera fossile) invece che verde, le emissioni climalteranti potrebbero addirittura aumentare invece che diminuire.

Nel caso dello scenario “base”, nell’ipotesi di una produzione di idrogeno principalmente grigio, le emissioni di CO₂ potrebbero aumentare di 26 milioni di tonnellate, ovvero +6,7% rispetto alle emissioni italiane attuali. Nello scenario ad “alta” penetrazione di idrogeno, le emissioni di CO₂ equivalente potrebbero invece salire di 52 milioni di tonnellate (+13,3% rispetto a quelle attuali).

Le criticità dell’import

Ipotizzando invece uno scenario improntato principalmente sull’import, una delle convinzioni nella strategia italiana è che produrre idrogeno in Nord Africa, in particolare in Tunisia e Algeria, potrebbe rivelarsi conveniente in quanto il costo di realizzazione sarebbe molto più basso che in Italia.

Non si tiene però conto del fatto che il trasporto di idrogeno su lunga distanza, come sottolineano gli analisti nell’indagine di ReCommon, necessita di tre volte l’energia necessaria a trasportare il gas. Nello specifico, servirebbero almeno 20 TWh di potenza rinnovabile dedicata solamente al trasporto e alla distribuzione dell’idrogeno importato dal Nord Africa.

L’ipotesi di importare 0,7 milioni di tonnellate di idrogeno verde, come previsto nello scenario di “diffusione base” della strategia italiana, significherebbe usare 20 TWh per ricavare l’equivalente di 19 TWh di energia elettrica utile.

Un paradosso di inefficienza, ancora più evidente se parliamo di energia rinnovabile che potrebbe essere utilizzata direttamente sia in Italia che in Tunisia e Algeria, garantendo maggiori benefici alla popolazione residente.

Eppure l’ipotesi di importare l’idrogeno verde dalla Tunisia è tra quelle con il maggiore sostegno politico, proprio perché strettamente collegata alla costruzione del SouthH2Corridor, uno dei progetti cardine del Piano Mattei.

“La strategia italiana sull’idrogeno va in due possibili direzioni, entrambe sbagliate”, commenta Elena Gerebizza, autrice del rapporto. “In un caso punta forte su una falsa soluzione fallimentare e dispendiosa come il Ccs, nell’altro abbraccia la continuazione di un modello coloniale in chiave green che avrebbe ripercussioni negative in particolare per la Tunisia”.

Lo scetticismo sull’H2, peraltro, non è confinato soltanto all’Italia. La Corte dei conti europea ha invitato lo scorso anno la Commissione europea a rivedere i target per l’idrogeno nella propria strategia al 2030 in quanto ritenuti non realistici e troppo ambiziosi.

Agli inizi di giugno invece la Corte dei Conti francese ha bocciato gli obiettivi nazionali fissati da Parigi per l’idrogeno decarbonizzato per via dei costi elevati, delle incertezze sui tempi di realizzazione e su quanto idrogeno sarà effettivamente consumato nei diversi settori potenzialmente coinvolti.

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