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4 Ago , 2025|Michele Agagliate
C’è una prigione nel cuore dell’America Latina che non è solo un carcere. È uno spettacolo. Un palco. Una scenografia infernale fatta apposta per soddisfare gli appetiti repressi di un mondo che sogna il pugno duro, purché sia contro qualcun altro.
Si chiama CECOT: Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il nome suona come un eufemismo burocratico. In realtà è una fabbrica di disumanizzazione da 40.000 posti, costruita in pochi mesi tra il 2022 e il 2023 nel comune di Tecoluca, in El Salvador. Niente tribunali. Niente avvocati. Niente garanzie. Solo cemento, filo spinato e tute bianche. Un girone dantesco in versione neoliberista, dove si salda l’estetica totalitaria del panopticon con il marketing social di uno Stato che, mentre annulla lo Stato di diritto, ottiene like e applausi.
Perché questo è ciò che il presidente Nayib Bukele ha costruito: non solo una mega-prigione, ma una macchina propagandistica perfetta. Le immagini dei detenuti rasati, nudi, ammassati come animali, inginocchiati a catena, sono diventate virali su TikTok e Instagram. Il populismo penale ha trovato la sua estetica: plastica, violenta, pornografica. Un reality dell’umiliazione.
Bukele chiama le cose come gli pare, con i nomi che gli fanno comodo, che gli piacciono, che servono alla sua propaganda. “Guerra ai terroristi”, li ha definiti. Mica “presunti colpevoli”, mica “imputati”. Per lui sono terroristi. Punto. E se la parola “terrorista” funziona, allora può giustificare tutto: arresti indiscriminati, torture, detenzioni arbitrarie, leggi d’emergenza prolungate a oltranza, sospensione dell’habeas corpus e ovviamente il CECOT, la sua Guantánamo tropicale.
La narrazione è semplice, quasi da fumetto: i buoni (Bukele & co.) contro i cattivi (le maras, ovvero le gang criminali). Una semplificazione binaria perfetta per chiunque sia allergico alla complessità. E poco importa se tra i 78.000 arrestati da marzo 2022 a oggi ci siano centinaia di innocenti. Poco importa se i tribunali siano sommersi da casi mai esaminati, se 327 persone (dato ufficiale) siano morte in custodia senza processo, se le celle ospitino anche adolescenti, attivisti, lavoratori poveri colpevoli solo di “atteggiamenti sospetti”.
No, non importa. Perché il presidente “ha ripulito le strade”. Perché El Salvador, che era lo Stato con il più alto tasso di omicidi del mondo (106 ogni 100.000 abitanti nel 2015), oggi viaggia su cifre da paese scandinavo (2,4 nel 2023, secondo la Policía Nacional Civil). Bukele, dicono, “ha risolto il problema”.
Ma a che prezzo?
Ecco la domanda che gli entusiasti evitano come la peste: qual è il prezzo pagato dalla democrazia, dallo Stato di diritto, dai cittadini onesti? Perché quando lo Stato sospende i diritti per combattere il crimine, finisce col diventare esso stesso criminale.
E se combatti i mostri usando metodi da mostro, non ti stai liberando dal male. Stai solo cambiando divisa al carnefice.
Il vero capolavoro di Bukele non è il CECOT. È il consenso. Un consenso oceanico, plebiscitario, da 90% nei sondaggi. Ma non è il consenso democratico delle urne libere. È quello costruito sulla paura e sull’odio. Sulla retorica da crociata morale. “Se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere”: lo slogan preferito da ogni regime che si rispetti.
E allora avanti con le retate nei quartieri poveri, con i posti di blocco, con gli arresti basati sulla fisionomia, sulle cicatrici, sui tatuaggi, sulle segnalazioni anonime. A El Salvador basta l’apparenza per finire in manette. È il ritorno al diritto medievale, all’inquisizione, alla giustizia della delazione. Altro che Stato moderno.
Bukele non reprime nel segreto: mostra tutto, con orgoglio. La repressione è diventata intrattenimento. La diretta Instagram dell’arresto. Il post virale della perquisizione. Il video-edit della marcia forzata dei detenuti in slow motion. Orwell incontra Netflix. E la gente, estasiata, applaude.
Perché sì, la gente applaude. Ma non perché sia cattiva. Perché ha paura. Perché ha vissuto decenni di violenza, di estorsioni, di omicidi impuniti. Perché nessuno prima di Bukele aveva offerto una soluzione rapida. E allora ecco il patto faustiano: sicurezza in cambio di libertà. Una democrazia trasformata in prigione a cielo aperto, dove basta sentirsi protetti per accettare che gli altri siano calpestati.
Ma se la sicurezza si ottiene con la negazione della giustizia, allora non è sicurezza. È solo un ordine temporaneo fondato sull’ingiustizia. E prima o poi, ogni ingiustizia presentata come ordine finisce per esplodere.
Chi pensa che il “modello Bukele” sia un’anomalia latinoamericana, un eccesso folcloristico da repubblica delle banane, si sbaglia di grosso. Il virus è globale. L’idea che basti arrestare in massa, costruire carceri gigantesche e calpestare i diritti per risolvere il crimine è sempre più popolare. Anche in Europa. Anche in Italia.
Giorgia Meloni ha definito Bukele “un esempio da seguire”. Matteo Salvini lo ha lodato per “aver ristabilito l’ordine con coraggio”. Sui social si moltiplicano i meme che lo raffigurano come un eroe moderno, un giustiziere dei poveri contro i poveri. Sì, perché le carceri come il CECOT non puniscono i potenti: puniscono i miserabili.
In Francia, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin ha suggerito “misure eccezionali” contro i sospetti islamisti, prendendo ispirazione dalle “soluzioni drastiche salvadoregne”. In Ungheria, Viktor Orbán ha fatto lo stesso con i migranti. In Italia, la “gogna digitale” e il processo mediatico sono già pane quotidiano.
E intanto, nei paesi “democratici”, le carceri scoppiano. I tassi di detenzione crescono. I detenuti sono sempre più poveri, più stranieri, più marginali. Ma nessuno si indigna. Perché la repressione, se fatta in nome della sicurezza, è sempre presentabile. È “ordine pubblico”. È “tolleranza zero”. È “legge e disciplina”. Tutte formule che suonano bene, finché non tocca a te.
A chi oggi applaude il “modello Bukele”, bisognerebbe semplicemente chiedere: ma Beccaria lo avete letto? O l’avete usato solo per farci il titolo della tesina al liceo?
Nel 1764, quando l’Europa ancora si dilettava con la tortura pubblica, Cesare Beccaria scriveva parole rivoluzionarie:
“Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità è tirannica.”
Era l’inizio del diritto moderno. Del principio di proporzionalità. Della distinzione tra vendetta e giustizia. Ma nel mondo bukeliano – e nel suo eco europeo – la pena non è più proporzione: è spettacolo. La prigione non è rieducazione: è umiliazione. Lo Stato non è garante dei diritti: è il boia che pretende l’applauso.
E allora vale la pena ricordare cosa accadeva nei peggiori momenti della storia carceraria del Novecento.
In Argentina e Cile, durante le dittature militari, i detenuti venivano schedati, rinchiusi senza processo, torturati e fatti sparire. I regimi li chiamavano “subversivos” e “terroristas” – guarda un po’ – giusto per rendere ogni abuso legittimo.
In Italia, le carceri speciali degli anni ’80 e ’90 (dopo il terrorismo) furono il laboratorio di una repressione punitiva travestita da emergenza. Il 41-bis, nato come misura eccezionale contro la mafia, è diventato strumento di gestione ordinaria, anche contro chi mafia non è. Isolamento totale, censura, sospensione dei diritti affettivi, psicologici, culturali.
Nel Regno Unito, durante il conflitto nordirlandese, i “blanket men” del carcere di Maze rifiutarono di indossare le divise carcerarie e furono sottoposti a torture sistematiche. E anche lì, il governo Thatcher li definiva “terroristi”, mica prigionieri politici. Come sempre: basta cambiare l’etichetta, ed è fatta.
Ma uno dei contraltari più nobili arriva ancora una volta dall’America Latina: José “Pepe” Mujica, ex presidente dell’Uruguay. Lui in prigione ci ha passato 13 anni, gran parte in isolamento. Eppure, da presidente, non ha costruito gabbie, né promosso leggi speciali. Ha detto:
“Non c’è nulla di più orrendo che vendicarsi dei prigionieri. Se trattiamo come bestie chi ha sbagliato, allora noi diventiamo peggio di loro.”
Parole di un ex detenuto. Parole che oggi, nel delirio autoritario globale, nessuno ha più il coraggio di dire. Troppo umano, troppo scomodo.
Ma torniamo al nodo centrale: Bukele ha “ripulito le strade”. Bene. E allora?
Anche Pinochet aveva ripulito le strade. Anche Hitler garantiva ordine. Anche Mussolini faceva arrivare i treni in orario. E allora?
L’ossessione per la sicurezza è la scorciatoia perfetta per chi vuole normalizzare l’abuso. Più paura hai, più sei disposto a cedere diritti. È un meccanismo psicologico antico quanto il potere. Il cittadino impaurito non chiede garanzie: chiede manganelli. Non pretende processi: pretende punizioni. Non vuole giustizia: vuole vendetta.
E i governi – tutti, anche quelli democratici – se ne approfittano.
Non è un caso se il CECOT ha fatto scuola. In Honduras, la presidente Xiomara Castro ha lanciato il proprio “Stato d’emergenza” sulla falsariga di Bukele, militarizzando le carceri. In Ecuador, il presidente Noboa ha firmato un piano di detenzioni di massa “per ristabilire il controllo”. In Italia, si discute di espandere ancora il 41-bis e di costruire nuove carceri, mentre si tagliano i fondi per le misure alternative.
Il modello si ripete: punire, esibire, semplificare. I garantisti vengono zittiti come “complici dei delinquenti”. I magistrati che sollevano dubbi vengono delegittimati. Gli intellettuali che denunciano l’arbitrio vengono bollati come “radical chic”.
Ma intanto, mentre tutti applaudono il carcere duro, le radici del crimine restano lì: povertà, disuguaglianza, esclusione sociale. Nessuna prigione le può contenere. Nessun Bukele le può eliminare.
Il punto, in fondo, è semplice. Il CECOT non è il futuro: è il presente. Non è un’anomalia: è un sintomo. Di qualcosa che sta già accadendo, ovunque.
Sta accadendo ogni volta che si giustifica la violenza istituzionale in nome dell’“ordine”. Ogni volta che si invoca la “sicurezza” come scusa per spogliare qualcuno della sua dignità. Ogni volta che si esalta il carcere come unica risposta al disagio. Ogni volta che il popolo, invece di chiedere giustizia sociale, invoca la repressione.
Sta accadendo anche in Italia, dove le carceri sono al collasso (il tasso di sovraffollamento è al 119%, dati del Ministero della Giustizia, giugno 2025), dove si continua a morire di overdose in cella, dove il suicidio è la prima causa di morte tra i detenuti. Eppure la politica risponde solo con due parole: costruire e punire. Nessuno che dica “prevenire”. Nessuno che dica “rieducare”. Nessuno che dica “liberare”.
Perché liberare fa paura. È più facile costruire prigioni che costruire futuro. È più comodo criminalizzare la marginalità che risolverla. È più redditizio avere un popolo impaurito che un popolo consapevole.
Il populismo penale non nasce dalla forza: nasce dalla rinuncia. Rinuncia alla complessità, alla cultura, alla giustizia. È la resa di uno Stato che non vuole più educare, ma solo castigare. Che non vuole più emancipare, ma solo contenere. Che non vuole più migliorare la società, ma solo dominarla.
Ed è qui che torniamo a noi. Perché chi oggi guarda al CECOT con ammirazione, domani applaudirà nuove leggi d’emergenza, nuove restrizioni, nuovi nemici. Saranno gli immigrati, gli studenti, i poveri, i rom, i sindacalisti, i dissidenti. Uno alla volta, uno dopo l’altro. Fino a che non toccherà anche a te. Ma allora sarà tardi.
Ogni epoca ha il suo punto di non ritorno. Un momento in cui la società smette di essere democratica non perché arriva un golpe, ma perché cede centimetro dopo centimetro, accecata dalla paura. E quel momento, spesso, arriva senza che nessuno se ne accorga.
Oggi, dire che il modello Bukele è inaccettabile non è questione di ideologia. È questione di civiltà.
Chi giustifica il CECOT “perché funziona” è come chi giustificava la tortura “perché estorceva la verità”. Come chi giustificava le camere a gas “perché risolvevano un problema”. Sì, è una provocazione. Ma il punto è lì: non tutto ciò che funziona è giusto.
La giustizia non è efficienza. La libertà non è un lusso. I diritti non sono premi da concedere solo a chi se li merita: sono garanzie proprio per quando non ci piacciono, proprio per chi ci fa paura, proprio per quando è più difficile mantenerli.
È lì che si misura la tenuta di una democrazia.
E allora, no. Il CECOT non è un modello. È un monito. Un avvertimento inciso nel cemento. Un’architettura della barbarie. Un buco nero che risucchia la dignità collettiva mentre il popolo, ipnotizzato, applaude.
Se non vogliamo finire lì dentro – metaforicamente o letteralmente – dobbiamo ricordarci chi siamo. E soprattutto, chi non vogliamo diventare.