Strumenti Pratici Per Disturbare Le Multinazionali Dell’Energia Per La Liberazione Della Palestina

Dal blog https://stopmozgas.org/

Come Usare Questo Toolkit
Gli strumenti contenuti in questo testo sono pensati per fornire un quadro narrativo, ricerche dettagliate e ispirazione tattica ai movimenti dal basso per colpire le grandi società energetiche che stanno alimentando e finanziando il colonialismo d’insediamento e il genocidio in corso in Palestina. Il documento si concentra su due aziende: la Dana Petroleum e l’Eni SpA (in breve, Eni). Nell’ottobre del 2023, le due società hanno ricevuto licenze di esplorazione del gas dallo stato di Israele, nonostante i giacimenti interessati si trovino in acque marittime palestinesi, riconosciute dal diritto internazionale. Questa potenziale violazione della legge fornisce un elemento strategico su cui gli attivisti possono fare leva per fare pressione sulle aziende in questione e per promuovere una mobilitazione
transnazionale per un embargo energetico, con lo scopo di mettere fine al genocidio e di Liberare la Palestina.
Questo toolkit è stato sviluppato in collaborazione con organizzazioni palestinesi ed espande il lavoro (consultabile qui) già svolto da altre organizzazioni palestinesi contro le licenze di esplorazione.
Sezione 1: Parlare di energia e di Palestina
La prima sezione spiega perché l’energia sia un ambito di lotta cruciale per la liberazione della Palestina. Esaminiamo le ragioni per cui le catene di approvvigionamento energetico – e, per estensione, le aziende che le gestiscono – devono essere ostacolate per mettere fine al genocidio e ai sistemi di occupazione e di colonialismo d’insediamento. Tracciamo una mappa del mercato energetico israeliano, esploriamo la sua funzione di sostegno al colonialismo d’insediamento ed elaboriamo messaggi chiave che possono essere adottati dagli attivisti.
Sezione 2: Perché colpire l’Eni e la Dana Petroleum
La seconda sezione colloca l’Eni e la Dana all’interno della rete energetica coloniale,
esplorando perché sia così importante colpire queste aziende e presentando le motivazioni legali per contestarle.
Sezione 3: Come colpire l’Eni e la Dana Petroleum
La terza sezione espone approfondimenti dettagliati sulle due società, rivelando le loro attività internazionali in regioni strategiche e i modi possibili per ostacolarle materialmente.
Esploriamo i rapporti dell’Eni con lo stato italiano, le sue radici coloniali, i suoi principali responsabili aziendali e azionisti, e i suoi legami istituzionali. Attingendo alle esperienze di attivisti locali, proponiamo strategie di intervento in quattro paesi: Nigeria, Stati Uniti, Regno Unito e Mozambico.
Poi passiamo alla Dana, presentando un approfondimento sulla sua presenza in due dei tre paesi in cui opera: il Regno Unito e i Paesi Bassi. Dopodiché, esploriamo i suoi legami con la Corea del Sud attraverso la società madre, la South Korean National Oil Company
(KNOC).
Sezione 4: Insegnamenti dal movimento
4La quarta sezione parla dei movimenti palestinesi, indigeni e antimperialisti del presente e del passato. Le campagne anti-normalizzazione, le azioni di disturbo degli indigeni, i sindacati e le organizzazioni del lavoro forniscono spunti tattici attuali, su cui gli attivisti possono costruire.
Sezione 5: Le nostre richieste
Concludiamo con le nostre richieste rivolte al più ampio movimento internazionale per la liberazione della Palestina. Lanciamo un appello ai compagni nei sindacati e nei movimenti antiimperialisti e per la giustizia climatica in tutto il mondo, affinché si attivino per disinvestire e bloccare le società energetiche che traggono profitto dalle risorse palestinesi rubate, che proprio mentre scriviamo stanno alimentando la pulizia etnica, l’apartheid di Israele e la campagna militare genocidaria in Palestina.
N.B. Ognuno dei casi di studio presentati è stato scelto o per la posizione strategica per le azioni di disturbo e per eventuali campagne e/o per mettere in evidenza un partner cruciale nella nostra lotta mondiale per la liberazione della Palestina.

Questo toolkit ha lo scopo di schierarsi in solidarietà con, e amplificare, le lotte mondiali contro le multinazionali in esame, e mettere in luce l’eredità
mondiale del colonialismo e la resistenza da cui tutti possiamo imparare e su cui possiamo costruire collettivamente.
Prima Sezione: Parlare Di Energia E Di Palestina
Col contributo di Disrupt Power (per approfondire, vedi il loro ‘Toolkit’).
Perché Fermare I Flussi Di Energia Verso Israele E Al Suo Interno?
In questo momento decisivo, abbiamo la rara possibilità di fermare i flussi di energia e le catene di approvvigionamento nel cuore della macchina da guerra israeliana. L’energia, in tutte le sue forme – carbone, petrolio greggio e gas naturale – gioca un ruolo attivo nell’alimentazione dell’occupazione militare illegale, dei brutali bombardamenti aerei, del genocidio e dell’ecocidio attualmente in corso in Palestina.
L’apparato militare israeliano – navi da guerra, cisterne, aerei da caccia, elicotteri Apache, bulldozer e fabbriche di armi – non possono funzionare senza una costante fornitura di combustibile estratto o importato.
Interferire con l’accesso all’energia di Israele significa, letteralmente, togliergli i mezzi
che gli permettono di commettere il genocidio in corso.
Per decenni, l’energia è stata sistematicamente strumentalizzata per incarcerare i
palestinesi e punirli collettivamente. Gli Accordi di Oslo hanno istituzionalizzato e
normalizzato il totale, nonché illegale, controllo di Israele sulle infrastrutture energetiche e sulle risorse naturali. Di conseguenza, le esigenze energetiche palestinesi, come ad 5esempio la fornitura elettrica agli ospedali, sono interamente dipendenti dalla potenza occupante. Qualsiasi infrastruttura alternativa, come la centrale elettrica di Gaza o i pannelli solari in Cisgiordania, viene sistematicamente distrutta dall’esercito israeliano al fine di mantenere la situazione di dipendenza e, attraverso un’intensa militarizzazione dei mari, viene impedito ai palestinesi di accedere alle loro risorse naturali.

Dall’inizio dell’ultima escalation del genocidio, abbiamo assistito alla strumentalizzazione di questa dipendenza creata artificialmente da parte di Israele, che blocca, a suo piacimento, l’accesso ai combustibili, all’elettricità, all’acqua e al cibo.
È giunto il momento di riconoscere l’energia come strumento dell’imperialismo, e di
integrare il suo intralcio ai mezzi della resistenza antimperialista.
I Flussi Energetici Di Israele
Il fabbisogno energetico di Israele viene soddisfatto per il 12,8% da carbone, per il 37,8% da petrolio, per il 43,6% da gas naturale e per il 5,3% da energie rinnovabili. Il petrolio, importato greggio e poi raffinato, alimenta i carri armati, i jet e le autoblinde. Il carburante per jet alimenta i caccia. Il carbone e il gas forniscono elettricità alle fabbriche di armi e alle strutture di addestramento militare. Queste catene di approvvigionamento non sono neutrali.
Il carbone viene importato principalmente via nave dal Sudafrica, dalla Russia e dalla
Colombia (era il maggior fornitore di carbone di Israele fino al 2024, quando il presidente colombiano ne ha bloccato le spedizioni – un modo significativo e tangibile di opporsi al genocidio in Palestina).
Il petrolio viene per lo più importato dall’Azerbaigian (passando per il porto turco di Ceyhan), dal Brasile, dalla Nigeria, dal Gabon, dal Kazakistan e dagli Stati Uniti, tramite oleodotti e poi tramite petroliere che attraccano ai moli del carburante di Ashkelon e di Haifa.
Per quanto riguarda il gas naturale, Israele è un produttore netto. Questo significa che
produce tutto il gas necessario al proprio consumo domestico oltre a disporre di un surplus da esportare.

Questo è possibile grazie a due riserve di gas relativamente grandi –
Leviathan e Tamar –, scoperte nel 2009-10 nella Zona Economica Esclusiva (Zee)
israeliana.
Il 91% del fabbisogno di gas israeliano viene soddisfatto dal giacimento di Tamar, mentre il resto proviene dal giacimento di Karish, scoperto nel 2013. In futuro, Karish verrà sfruttato per le esportazioni assieme a Leviathan, che è il principale giacimento utilizzato per le esportazioni verso l’Egitto, verso la Giordania, e verso l’Unione Europea.
Il gas – assieme al carbone – viene usato dalla Israel Electric Corporation (IEC) per produrre elettricità. Israele ha un sistema elettrico completo e unificato; ovvero, un’unica rete rifornisce sia le case israeliane, sia gli insediamenti illegali in tutta la Cisgiordania, sia le fabbriche di armi, sia i campi di addestramento e l’infrastruttura per l’IA.
6In Che Modo I Flussi Del Gas Di Israele “Normalizzano” Il Genocidio?
Gli Stati Uniti e i paesi europei hanno sfruttato il potenziale di esportazione di gas
recentemente scoperto in Israele premendo per diversi accordi di normalizzazione in ambito energetico nella regione. Molti di questi accordi sono stati stretti tra Israele, Egitto, Giordania e Unione Europea. Tali accordi non solo legittimano l’occupazione coloniale d’insediamento della Palestina, ma creano un incentivo economico e politico al mantenimento del settore energetico israeliano.
Accordi di questo tipo estendono l’apparato di controllo israeliano, conferendogli il potere di interrompere la fornitura di gas agli altri paesi a piacimento. In paesi che, come l’Egitto, già soffrono di frequenti arresti della produzione industriale e di blackout, le conseguenze potrebbero essere disastrose, fornendo a Israele un importante leva sul governo egiziano.
Non possiamo separare la filiera del gas dall’ampia complicità e cooperazione militare degli stati vicini nel genocidio in corso.
Il settore energetico israeliano è recentemente stato ampliato con le esportazioni di gas ai porti europei dall’altro lato del Mediterraneo. Nel 2022, Israele ha firmato un accordo con l’Ue e con l’Egitto per fornire significative quantità di gas tramite le infrastrutture egiziane. Il gas viene trasportato tramite Arish-Ashkelon, il gasdotto altamente militarizzato che passa illegalmente attraverso la Zee palestinese, e arriva a due Terminali Gnl (Gas naturale liquefatto) – Idku e Damietta – per poi essere trasportato in Europa. Dalla firma dell’accordo, l’Europa ha ricevuto forniture irregolari di gas israeliano trasportato da navi metaniere che hanno attraccato nei porti di Milford Haven, Toscana, Revithoussa, Marsiglia, Bruges e Rotterdam.

Le forniture sono limitate e non possono offrire un contributo significativo alla
domanda di gas europea; pertanto, non fanno altro che dimostrare l’impegno politico
dell’Europa nei confronti di Israele.

L’accesso al mercato europeo permette a Israele di giustificare la sua integrazione economica nella regione e di attirare investimenti per costruire le sue riserve e per generare profitti a vantaggio della sua economia di guerra genocidaria.
Perché Colpire Le Società Dell’Energia Per La Palestina?
Le compagnie petrolifere e del gas che gestiscono i giacimenti di Tamar, Leviathan e Karish generano profitti significativi per Israele attraverso l’esplorazione, la produzione e la vendita di gas.

In tal senso, svolgono un ruolo fondamentale nella strumentalizzazione e
nell’occupazione dei mari e delle risorse naturali palestinesi. Ma come lo fanno?
Il ciclo di vita del processo di upstream del gas e del petrolio si articola in cinque fasi,
ognuna delle quali crea guadagno per i governi concessionari: esplorazione -> sviluppo -> produzione -> chiusura.
Durante la prima fase – quella di esplorazione – le società energetiche fanno un’offerta per una determinata zona marittima e il governo sceglie il vincitore: in molti casi, l’azienda che ha offerto di più. La società (o l’insieme di società: il consorzio) paga il governo per la concessione di “esplorazione”. Ogni licenza costa milioni di dollari.
7I governi traggono profitto anche durante la quarta fase – quella di produzione. Durante questa fase, il petrolio, o il gas, viene estratto e trasportato per essere poi usato o venduto, internamente o sui mercati esteri.

La fase di produzione può durare da 20 a 50 anni.
Quando un’azienda produce gas, lo stato riceve una percentuale dei profitti, le
cosiddette “royalties”.
Nel 2023, Israele ha incassato circa 581 milioni di dollari americani dalla produzione di gas. Diverse compagnie energetiche contribuiscono a questo risultato, tra cui due importanti società straniere; Chevron e Energean, che gestiscono i principali giacimenti di gas – Tamar,
Leviathan e Karish. In aggiunta, Chevron è co-proprietaria e gestisce il gasdotto
Arish-Ashkelon, che esporta gas verso la Giordania, l’Egitto e l’Unione Europea.
La “sicurezza” del gasdotto e della piattaforma Tamar viene usata come pretesto per
l’imposizione di un blocco navale illegale che dura da 17 anni su Gaza, e per la sistematica riduzione dello spazio marittimo palestinese da 20 miglia nautiche a 1 miglio. A questo scopo, le navi militari israeliane pattugliano a una distanza che arriva fino a 1 miglio dalla costa palestinese, sparando proiettili veri sui pescatori locali che oltrepassano la barriera invisibile. Questi incontri sono fatali; anche per le famiglie e per i bambini palestinesi che vengono uccisi dai cecchini israeliani mentre si godono la spiaggia in compagnia. Tutto questo viene fatto in nome della “protezione” delle infrastrutture del gas e dei profitti aziendali.
Le risorse energetiche di cui Israele non dispone a livello nazionale vengono estratte,
spedite o pompate verso Israele da parte delle società petrolifere e carbonifere. Ad esempio, Glencore e Drummond estraggono carbone in Colombia e in Sudafrica – spesso con conseguenze violente per le popolazioni indigene e marginalizzate – e lo spediscono in Israele. SOCAR e BP spediscono petrolio greggio estratto dal mar Caspio. Valery Energy raffina tipi specifici di carburanti militari e li spedisce in Israele a bordo della Overseas Santorini. Le società energetiche traggono continuamente profitto dalla vendita di risorse che alimentano l’espropriazione di terreni, la pulizia etnica e la campagna militare genocidaria in Palestina.
Le multinazionali lavorano su progetti della durata di 20-100 anni in Israele; il che significa che, sostanzialmente, investono sulla continuazione del progetto coloniale d’insediamento.
In altre parole, le nostre azioni di intralcio devono essere multigenerazionali e di vasta portata per bloccare i contratti energetici di sfruttamento ora e per le prossime generazioni.
Seconda Sezione: Perché Colpire L’Eni e La Dana Petroleum
Il 29 ottobre 2023, Israele ha assegnato 12 nuovi permessi di esplorazione, sei a un
consorzio di tre società energetiche: BP, SOCAR e NewMed, e sei a un altro consorzio di 8altre tre società: Eni, Dana Petroleum e Ratio Energies. In totale, le aziende hanno pagato più di 15 milioni di dollari americani per ottenere le licenze. In altre parole, queste aziende hanno immesso milioni di dollari nell’economia di guerra israeliana durante il suo attacco genocidario contro i palestinesi.
Il presente toolkit si concentra su due società: l’Eni e la Dana Petroleum. Perché proprio queste due? Esistono già movimenti dal basso che hanno organizzato campagne contro gli approvvigionamenti di BP e SOCAR a Israele (così come contro Chevron). Mentre contro l’Eni e la Dana – che, secondo i dati del settore, hanno interessi significativi nel consorzio –
ancora non ci sono campagne su vasta scala a questo proposito.
Ma soprattutto, più della metà (circa il 62%) dell’area totale coperta dalle sei licenze
concesse alle due aziende [Zona G nella figura 1] si trova all’interno della Zee palestinese secondo il diritto internazionale. In altre parole, le licenze concesse al consorzio dell’Eni e della Dana Petroleum sono considerate dalle più importanti organizzazioni per i diritti umani come chiare violazioni del diritto internazionale, che vieta alle potenze occupanti di saccheggiare, vendere o sfruttare le risorse naturali.
Per i movimenti, questo costituisce una leva strategica su cui puntare per spingere al
disinvestimento e al ritiro delle aziende dalle acque palestinesi.
È stata esclusa la terza componente del consorzio, Ratio Energies. In quanto azienda
israeliana con stretti legami col governo israeliano, quotata alla Borsa di Tel Aviv, includerla non avrebbe avuto senso dal punto di vista strategico.
Queste società sono già state contestate legalmente per la questione delle licenze da parte di una coalizione di organizzazioni palestinesi per i diritti umani: Adalah, Al Haq, Al Mezan e PCHR. La presente ricerca mira ad espandere e a sostenere il loro lavoro. Vedi qui.
N.B. Nel caso di queste licenze, la fase di esplorazione avrà una durata iniziale di tre anni, a cui se ne potrebbero aggiungere altri due, durante i quali le aziende saranno tenute a perforare un pozzo esplorativo. Se i partner si impegnano a perforarne altri, le licenze potranno essere estese per altri due anni.
9Figura 1: Mostra le aree comprese nella gara. Le linee rosse tracciano l’area che Israele considera de facto come propria area di competenza per il rilascio di concessioni, mentre le linee nere corrispondono ai confini marittimi palestinesi secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La linea rossa tratteggiata mostra la realtà dell’esperienza palestinese sul campo. La Zona G in figura è l’area per la quale il consorzio composto da Eni, Dana Petroleum e Ratio Energies ha ricevuto la licenza. La Zona I è l’area che interessa le licenze concesse a BP, SOCAR e New Med Energy.
Il Caso
Il 6 febbraio 2024, tre mesi dopo la concessione delle licenze, lo studio legale statunitense Foley Hoag, ha scritto agli amministratori delegati dell’Eni e della Dana Petroleum per delineare il caso legale contro le due aziende. La lettera, scritta per conto di una coalizione palestinese, fa appello alle società di astenersi dalla firma dei documenti relativi alle licenze e dall’intraprendere qualsiasi tipo di attività nelle aree della Zona G che si trovano in acque palestinesi. I gruppi, Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights, e il Palestinian Centre for Human Rights, hanno dichiarato:
utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili, anche presso le Nazioni Unite e i media
internazionali, per portare all’attenzione mondiale la complicità dell’azienda nelle
azioni illegali di Israele.
In risposta alla coalizione, Israele sostiene che, dato che non riconosce la Palestina come stato sovrano, quest’ultima non avrebbe l’autorità necessaria per dichiarare i suoi confini marittimi. Questa argomentazione contraddice chiaramente i principi consolidati del diritto internazionale.
La sezione seguente esplora i fondamenti giuridici in base ai quali l’Eni e la Dana Petroleum possono essere attaccate.
Licenze Illegali
Secondo il diritto internazionale, le sei licenze concesse il 29 ottobre 2023 al
consorzio guidato dall’Eni, assieme alla Dana Petroleum e alla Ratio Energies, sono
illegali.
Israele non ha il diritto di operare nelle acque territoriali palestinesi [evidenziate in viola nella figura 1]. Secondo il diritto internazionale, quell’area marittima non appartiene a Israele. È, invece, lo Stato di Palestina, stato osservatore secondo la risoluzione adottata nel 2012 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ad avere sovranità e giurisdizione sull’area e sulle risorse naturali in essa contenute.
Diritto Internazionale Umanitario e dei Diritti Umani: L’articolo 43 delle Convenzioni
dell’Aia delinea il quadro generale per le azioni di una potenza occupante nel territorio occupato. L’articolo nega alla prima la possibilità di distruggere le risorse naturali del secondo, trasferirne la proprietà ad altri, esaurirle o sfruttarle per le sue esigenze generali.
Qualsiasi modifica a lungo termine nei territori occupati deve essere fatta a beneficio della 10popolazione locale. Inoltre, l’articolo 55 afferma che la potenza occupante non è altro che un «amministratore e usufruttuario» del territorio.
Le licenze in questione, inoltre, violano sia l’articolo 47 delle Convenzioni dell’Aia che
l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vietano il saccheggio, elencato come crimine di guerra anche nello Statuto di Roma.
Diritto della Navigazione: La Convenzione delle Nazione Unite sul diritto del mare, firmata nel 1982, stabilisce le norme relative ai mari e agli oceani, compresi i confini territoriali e l’accesso alle risorse. Le gare qui analizzate violano i mari territoriali rivendicati, in conformità al Diritto del Mare, dallo Stato di Palestina.
Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni
Il 29 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia (Cig), la principale corte delle Nazioni Unite, ha stabilito che l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza da parte di Israele è illegale secondo il diritto internazionale e deve essere terminata al più presto.
Lo ha dichiarato in un’ordinanza storica, che impone a tutti gli stati l’obbligo di aiutare a mettere fine al sistema israeliano di apartheid, di segregazione e di occupazione. Questo implica tagliare tutte le relazioni commerciali e di investimento con Israele nei c.d. Territori Occupati Palestinesi.
In altre parole: l’appello del 2005 al Boicottaggio, al Disinvestimento e alle Sanzioni
(BDS) da parte dei gruppi palestinesi non solo è un obbligo morale, ma ora è anche
un obbligo legale secondo il diritto internazionale.
Questo solleva interrogativi sulla responsabilità degli stati attualmente coinvolti
nell’esplorazione e nella produzione di gas nei giacimenti al largo della costa palestinese.
Complicità nel genocidio
In seguito al caso del 2023-24 sull’Applicazione della Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio nella Striscia di Gaza (Sudafrica vs. Israele), la Cig ha deliberato che, poiché esiste un «reale e imminente rischio» di genocidio, è necessario adottare misure urgenti.
Making a Killing, la relazione del 2024 di SOMO, illustra le implicazioni legali dell’ordinanza per gli organi statali e societari che abbiano legami commerciali col genocidio in corso in Palestina.
Nella relazione si legge che:
nonostante non facciano parte della Convenzione sul Genocidio, né di altri strumenti
giuridici internazionali, le multinazionali – e i loro dipendenti – possono essere ritenute responsabili per la loro partecipazione ad atti di genocidio, così come a crimini di 11guerra e a crimini contro l’umanità.

L’articolo VI della Convenzione sul Genocidio specifica che le “persone” possono essere accusate di atti di genocidio, il che, secondo l’interpretazione di importanti studiosi, si applicherebbe anche alle persone giuridiche come le società e, senza dubbio, alle persone nella funzione di dipendenti.
I dirigenti e i dipendenti possono essere perseguiti penalmente per genocidio dalla
Corte Penale Internazionale secondo lo Statuto di Roma, e le società possono
essere perseguite nelle corti nazionali secondo le leggi che recepiscono i principi
della Convenzione sul Genocidio nei sistemi giuridici nazionali.
La complicità delle società in atti di genocidio perpetrati da altri spesso si esprime in
un rapporto di favoreggiamento, ovvero nel fornimento di sostegno fisico o materiale
alla parte che sta commettendo il crimine. […] Il favoreggiamento richiede che le
società siano consapevoli dell’intenzione della controparte a commettere un
genocidio e che il sostegno che offrono abbia un effetto significativo sulla
perpetrazione del crimine.
Le norme perentorie sugli obblighi delle società in ambito di diritti umani le vincola ad applicare la dovuta diligenza per identificare, prevenire, mitigare e rispondere di
come affrontano l’impatto delle loro operazioni sui diritti umani. In situazioni di
conflitto armato, le imprese sono esplicitamente chiamate a rispettare le norme del
diritto internazionale umanitario […]

I gruppi per il clima e gli attivisti per la Palestina hanno scritto agli amministratori delegati di 12 importanti banche per chiedere lo stop al finanziamento di Ithaca Energy. Hanno presidiato davanti agli uffici londinesi dell’azienda, mettendo in luce i legami della stessa con l’occupazione. Alcuni hanno preso di mira l’ufficio di Londra di Equinor in tandem con gli attivisti di Aksjon for Palestina, Stopp Oljeletinga (la Just Stop Oil norvegese) e Extinction Rebellion Norway, che hanno preso di mira quattro uffici di Equinor in tutta la Norvegia. Questa campagna potrebbe essere estesa per comprendere anche l’Eni.
IspirAzione: Unirsi agli attivisti contro il progetto HyNet nella baia di Liverpool!
L’alleanza HyNot, attiva nel nord-ovest dell’Inghilterra e nel Galles del Nord, contesta il ruolo dell’Eni nel progetto Liverpool Bay. Gli attivisti hanno sollevato preoccupazioni sulle pratiche ambientali dell’azienda nella zona, anche per quanto riguarda le fuoriuscite di petrolio e l’uso della combustione in torcia.
L’alleanza ha posto domande durante le Assemblee Generali Annuali dell’Eni nel 2023 (pagg. 107-113) e nel 2024 (pagg. 101-108).

Hanno sollevato criticità presso il National Infrastructure Planning; contestato i ministri del governo del Regno Unito e collaborato con membri del parlamento gallese. Un gruppo locale di cittadini del villaggio di Cheshire ha ottenuto esito positivo alla contestazione contro i partner di HyNet per la loro esclusione
dal processo decisionale.
L’alleanza ha costruito relazioni con gruppi in Mozambico che si occupano, anche loro, di contestare le attività dell’Eni. In una dichiarazione condivisa coi politici gallesi nel 2023, il direttore di Friends of the Earth Mozambique ha sottolineato le incongruenze tra le politiche gallesi e le operazioni dell’azienda nella regione: l’Eni ha affermato di comprendere il lodevole obiettivo di “A Globally Responsible Wales”. Ma la sua insistenza sui combustibili fossili in Mozambico […] dimostra una scarsa comprensione del significato di responsabilità globale.
Gli attivisti di HyNot hanno legami solidi con gli attivisti di Liverpool Friends of Palestine.
IspirAzione: Lanciare – o unirsi a – campagne di disinvestimento che chiedono ai gestori pensionistici di ritirare i propri investimenti dall’Eni
Nel Regno Unito, i fondi pensione dei governi locali possiedono titoli finanziari in Eni per un valore di 105 milioni di sterline. 43 milioni sono investimenti diretti, e gli altri 62 milioni investimenti indiretti (col tramite di un consulente finanziario). Nonostante i fondi pensione proprietari dei titoli siano 55, i primi sei (elencati qui sotto) detengono i due terzi del valore totale.
Figura 6: I primi sei fondi pensione che investono sull’Eni.
Fondo pensione del governo locale
(Regno Unito)
Valore dell’investimento (sterline)
Strathclyde Pension Fund 26.940.939,15
Lothian Pension Fund 12.583.600,00
South Yorkshire Pension Fund 10.872.706,44
West Midlands Pension Fund 7.366.227,21
Hampshire Pension Fund 6.577.401,24
25Teesside Pension Fund 6.207.394,66
N.B. Il valore degli investimenti dei fondi pensioni dei governi locali va contestualizzato nel valore complessivo delle azioni in circolazione dell’Eni. La capitalizzazione azionaria dell’Eni è pari a 38,7 miliardi di sterline e i fondi pensionistici di cui sopra ne detengono 100 milioni, ovvero circa lo
0,25% del totale. È necessario consultare organizzazioni come il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS e il Palestine Solidarity Committee per scegliere i target dei boicottaggi.
IspirAzione: Coinvolgere tutti gli studenti di Oxford!
L’Eni ha stretti legami con la Said Business School dell’Università di Oxford, di cui Claudio Descalzi (AD dell’Eni) è visiting fellow. A marzo 2020, l’azienda ha annunciato dieci nuove borse di studio per l’MBA “Eni-Oxford per l’Africa” alla Said Business School per gli studenti residenti nei paesi africani in cui l’Eni è presente. La società ha inoltre annunciato il suo sostegno per tre dottorati di ricerca.
Gli studenti di Oxford potrebbero chiedere all’università di interrompere i legami con la compagnia petrolifera e di individuare finanziatori alternativi per le borse di studio, considerata l’illegalità delle licenze ottenute dalla multinazionale.


Dana Petroleum: Conosciamola Meglio
Chi È La Dana Petroleum?
La Dana Petroleum è stata fondata nel Regno Unito nel 1994 come azienda esploratrice e produttrice di petrolio e di gas. Nel 2010, è stata acquistata dalla compagnia statale Korean National Oil Corporation (KNOC), diventando così interamente di proprietà del governo sudcoreano. Tuttavia, l’azienda non ha molta presenza nella Corea del Sud e continua a dare priorità alle sue attività oltremare. La sede centrale della Dana Petroleum si trova ad Aberdeen, in Scozia, ed è attiva solo nei Paesi Bassi, nel Regno Unito e in Egitto.
Essendo interamente di proprietà dello stato coreano (tramite la KNOC), l’azienda non ha azionisti su cui ci si possa focalizzare. È una situazione diversa da quella dell’Eni, che è controllata dallo stato italiano assieme ad altri azionisti.

Inoltre, la Dana Petroleum è attiva da meno tempo ed è meno presente a livello mondiale.
Assieme all’Eni, la Dana Petroleum fa parte del consorzio che ha ottenuto le sei licenze di esplorazione dal governo israeliano il 29 ottobre 2023. Ad oggi, questo è l’unico rapporto noto tra l’azienda e Israele.
Azioni Contro La Dana Petroleum
Qui sotto abbiamo riassunto alcune statistiche chiave sulla Dana Petroleum che permettono di individuare i target di eventuali campagne:
26 Statistiche chiave:
Ricavi: £1.020 Mln nel 2022 – +59% rispetto alla media dei 5 anni precedenti (≈ US$1.270Responsabili principali:
Comitato Esecutivo:
● Jongweon Choi (Amministratore Delegato)
● Bongki Son (Direttore della Strategia e della Tecnologia)
● Brian Rodger (Direttore Operativo – COO)
● Ewan Wildgoose (Direttore Finanziario – CFO)
● DongYoung Bae (Vice COO)
● Kyoungtak An (Vice CFO)
Consiglio di Amministrazione:
● Wonjun Kwak (Presidente)
● Jongweon-Choi (Amministratore Delegato)
● Bongki Son (Direttore della Strategia e della Tecnologia)
● Brian Rodger (Direttore Operativo)
● Ewan Wildgoose (Direttore Finanziario)
● Haeje Seong (Consigliere Non Esecutivo)
● Jongchan Lim (Consigliere Non Esecutivo)
● Roy Elliot (Consigliere Non Esecutivo Indipendente)
Focus Sulle Attività Internazionali Della Dana Petroleum
Di seguito sono presentati tre casi di studio specifici per paese, basati sulle esperienze e sulle conoscenze di attivisti locali. Gli approfondimenti esplorano la presenza della Dana Petroleum e, laddove possibile, sottolineano possibili campi di azione. Abbiamo aggiunto anche un approfondimento sulla Corea del Sud, con un focus specifico sulla KNOC, che ha forti legami culturali, politici ed economici col paese ed è proprietaria della Dana Petroleum.
1: Regno Unito
La Presenza Della Dana Petroleum Nel Regno Unito
Al momento, il 70% delle attività dell’azienda si svolge nel Mare del Nord britannico e la sua sede centrale si trova ad Aberdeen. Le operazioni nel Regno Unito si compongono di varie attività di esplorazione, produzione e sviluppo nelle aree settentrionali, centrali e meridionali del Mare del Nord britannico. La Dana Petroleum detiene quote di proprietà in 22 giacimenti di petrolio e di gas attivi. L’azienda, inoltre, possiede e gestisce le unità galleggianti di 27 Mln)
Utile operativo: £387 Mln nel 2022 – +3,325% rispetto alla media dei 5 anni precedenti (≈ US$483 Mln)
Utile netto: £68 Mln nel 2022 – +440% rispetto alla media dei 5 anni precedenti (≈ S$84 Mln)
Sede centrale: Kings Close, 62 Huntly Street, Aberdeen AB10 1RS, Regno Unito
Sede centrale della società madre: 305, Jongga-Ro, Jung-Gu, Ulsan, Corea del Sud
Amministratore delegato: Jongweon Choiproduzione, stoccaggio e scarico (FPSO) dei due giacimenti di Triton e Western Isles, usate per l’estrazione, la lavorazione, lo stoccaggio e il trasporto di gas e petrolio.
Il gas dei giacimenti della Dana Petroleum viene trasportato ai terminali del gas in tutto il Regno Unito. L’unità FPSO di Triton produce gas e petrolio dai giacimenti gestiti dell’azienda per poi trasportarli attraverso la Fulmar Gas Line fino al terminal del gas di St Fergus nell’Aberdeenshire. Mentre il gas del giacimento di Tolmount, gestito da Harbour Energy, con una partecipazione al 50% della Dana Petroleum, viene trasportato tramite il Humber Gathering System al terminal dell’Easington Gas Terminal nell’East Yorkshire.
Figura 7: Le quote di proprietà della Dana Petroleum nelle operazioni del Regno Unito (al 2022)
NOME DEL GIACIMENTO/SCOPERTA
OPERATORE QUOTA NETTA (%) DELLA DANA
Anglia Ithaca 25
Babbage Neo Energy 40
Banff CNR 12,40
Bittern Dana 32,95
Blane RepsolSinopec 15,24
Captain Ithaca 15
Cavendish INEOS 50
Clapham Dana 100
Claymore RepsolSinopec 7,52
Enoch RepsolSinopec 25.20
Ettrick CNOOC 13,08
Goosander Enquest 50
Guillemot West/
North West
Dana 90
Guillemot West Dana 50
Mallard, Grouse,
Gadwall, Kittiwake
Enquest 50
Pict Dana 100
Saxon Dana 100
Scott CNOOC 20,64
Kyle CNR 14,29
Victor Harbour Energy 10
Western Isles Dana 76,92
Tolmount Harbour Energy 50
IspirAzione: Manifestare davanti alla sede centrale della Dana Petroleum ad Aberdeen!
Prendiamo spunto dai movimenti Stop Cambo e Stop Rosebank per trovare il modo di mettere in discussione la legittimità delle operazioni delle aziende nel Mare del Nord.
Indirizzo: 62 Huntly Street, Aberdeen, AB10 1RS, Regno Unito
Sede legale a Londra: 78 Cannon Street, Londra, EC4N 6AF, Regno Unito
IspirAzione: Organizzare un’azione via e-mail o un blocco telefonico!
28Telefono: +44 (0) 1224 616 000
Email: general.info@dana-petroleum.com
2: Paesi Bassi
La Presenza Della Dana Petroleum Nei Paesi Bassi
La Dana Petroleum, o Dana Petroleum Netherlands BV (Dana NL), è presente nel paese dal 1964 ed è attiva nell’esplorazione e nella produzione di asset gasiferi e petroliferi dal 2001.
Le due operazioni maggiori dell’azienda riguardano entrambe siti offshore nel Mare del Nord olandese. L’impianto F2-A-Hanze si trova a circa 200 km a nord di Den Helder e produce petrolio e gas da cinque pozzi. Mentre l’impianto P11-B-De Ruyter si trova a circa 60 km a nord-ovest dell’Aia e produce gas e petrolio da tre pozzi. Nell’ottobre del 2023, la Dana Petroleum NL ha ottenuto un permesso per trivellare il giacimento di Johan De Liefde, che si trova nell’area protetta Natura 2000 denominata “Bruine Bank”. L’azienda olandese è coinvolta anche in altri progetti guidati da Taga, NAM (joint venute della Shell e dell’Exxon), Wintershall e ONE Dyas, partner non operativo.
IspirAzione: Manifestare fuori dall’ufficio della Dana Petroleum NL all’Aia!
Indirizzo: Binckhorstlaan 410, L’Aia, Paesi Bassi
IspirAzione: Organizzare un blocco telefonico ai danni dell’ufficio della Dana Petroleum NL!
Telefono: +31 (0) 70 371 3000
IspirAzione: Protestare agli eventi pubblici di EBN!
Energie Beheer Nederland B.V. (EBN) è una società statale olandese che si occupa di
esplorazioni di gas e petrolio; l’impianto De Ruyter della Dana Petroleum è una sua joint venture.
L’EBN organizza regolarmente eventi pubblici ed è già stata presa di mira dagli attivisti di Extinction Rebellion NL in passato per le sue nuove attività petrolifere.
3: Corea del Sud
La Presenza Della Dana Petroleum Nella Corea Del Sud Tramite la KNOC
La Dana Petroleum non opera in Corea del Sud. Tuttavia, è interamente di proprietà della società statale Korea National Oil Corporation (KNOC), che ha stretti legami culturali, politici ed economici col paese. Gli utili della Dana fluiscono interamente nelle casse della KNOC, facendo della società statale un target fondamentale delle campagne per l’embargo energetico.
La KNOC, precedentemente Korean Petroleum Development Corporation, è stata fondata nel 1979 come azienda di esplorazione del gas e del petrolio. Oltre alle sue operazioni nella Corea del Sud, la KNOC è attiva anche in Vietnam, Kazakistan, Canada, Perù, Stati Uniti, Venezuela, Libia, Senegal, Regno Unito (tramite la Dana), Yemen e Emirati Arabi Uniti. La 29KNOC ha cinque sussidiarie estere, tra cui la Dana Petroleum UK, la ANKOR Energy nel Golfo del Messico, la Harvest Operations Corp. in Canada, la KADOC Ltd. negli Emirati Arabi e la KAZ B.V in Kazakistan e in Kirghizistan.
La KNOC svolge un ruolo centrale nella soddisfazione della domanda energetica della Corea del Sud, in quanto quasi tutto il suo gas e il suo petrolio vengono importati dall’estero;il paese, infatti, è uno dei maggiori acquirenti di petrolio greggio e di gas.
Statistiche chiave:
Ricavi: ₩3,2671 trilioni nel 2023 (≈ US$2.3 Mld)
Utile netto: ₩178,8 trilioni nel 2023 (≈ US$123 Mln)
Sede centrale: 305, Jongga-Ro, Jung-Gu, Ulsan, Corea del Sud
Amministratore delegato: Dong Sub KIM (1957)
Numero di dipendenti: 1449
Abusi Ambientali
La KNOC e le sue sussidiarie hanno una recente storia di mala gestione e di abusi
ambientali.
Nel 2015 è stata identificata una grave contaminazione del suolo e delle falde acquifere causata da perdite di petrolio greggio presso la riserva petrolifera di Ulsan, precedentemente di proprietà della KNOC. Nell’area sono stati trovati livelli di contaminazione del suolo 18 volte superiori alla soglia legale, e nelle falde acquifere è stato rilevato piombo nocivo. Come contromisura, i residenti hanno organizzato un comitato e presentato una petizione al governo, in cui si è chiesto alla KNOC di assumersi le sue responsabilità, di bonificare l’area
e eseguire valutazioni sull’impatto ambientale.
Nel settembre del 2020 c’è stata una fuoriuscita di petrolio greggio alla boa di caricamento della riserva petrolifera di Ulsan che ha danneggiato le aree costiere e le zone di pesca comunitarie. Si sospettava che la fuoriuscita fosse dovuta a un problema di bulloni allentati nella boa. La Guardia Costiera e la KNOC hanno eseguito operazioni di bonifica, ma una parte del petrolio è comunque arrivata a riva.
Le attività svolte attualmente dalle compagnie petrolifere dell’azienda a Kokzhide, un’area cruciale per le risorse idriche in Kazakistan, hanno portato alla violazione del diritto dei cittadini locali ad avere acqua potabile pulita e un ambiente sano. Nel 2022, l’Ada Oil, una sussidiaria della KNOC, è stata multata per 124.000 dollari americani e obbligata a bonificare la zona, in seguito a un’intensa campagna portata avanti da attivisti ambientali e dagli abitanti della regione del Bashenkol nel Kazakistan occidentale. Le contestazioni sono state respinte dall’azienda coreana, che sostiene che le attività dell’Ada Oil non avessero contaminato le falde acquifere.
IspirAzione: Chiedere al Comitato Direttivo per i Diritti Umani della KNOC di investigare la Dana Petroleum!
30Nel 2018, la KNOC ha creato un Comitato Direttivo per i Diritti Umani per prendere decisioni su questioni inerenti ai sistemi e alle politiche di gestione dei diritti umani. Il comitato è composto da tre membri interni, tra cui il Direttore del Dipartimento Diritti Umani, più tre esperti esterni, che comprendono un attivista per i diritti umani, un avvocato e un membro proposto dal sindacato. Nel dicembre del 2023 si è tenuto il sesto incontro del comitato.
Quarta Sezione: Insegnamenti Dal Movimento
Si possono trarre insegnamenti dai movimenti antimperialisti, per la Palestina e per la giustizia climatica su come colpire le compagnie del settore energetico. Le popolazioni indigene e i movimenti anticoloniali sono ricorsi in passato e ricorrono ancora oggi all’intralcio dell’energia come strumento per compromettere le infrastrutture vitali dei regimi imperialisti.
L’Intralcio Del Settore Energetico Nella Storia
Movimenti antiapartheid: Nel 1987, i movimenti contro l’apartheid negli Stati Uniti, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito hanno avviato una campagna internazionale contro Shell per la sua complicità col regime di apartheid in Sudafrica, in quanto lo aiutava ad aggirare l’embargo sul petrolio. Gli attivisti hanno organizzato picchetti nei distributori Shell, hanno fatto pressione sui consigli comunali e sui sindacati per rescindere i loro contratti con l’azienda e hanno organizzato azioni di disturbo alla sua assemblea annuale.
Standing Rock Sioux: I popoli delle Prime Nazioni di Turtle Island hanno colpito l’oleodotto di Dakota Access, che sconfina nei territori e nelle riserve idriche indigene senza autorizzazione, mobilitandosi per bloccarne la costruzione illegale. Nel 2016 si è unito anche il Palestinian Youth Movement.
The Red Hand: Durante la rivolta del 1936 contro il mandato britannico, i gruppi armati palestinesi hanno ripetutamente colpito sezioni dell’oleodotto di Kirkuk-Haifa.
Successivamente, dopo la guerra del 1967, hanno colpito anche gli oleodotti israeliani a Haifa e quelli dell’Aramco nel Golan.
Insurrezioni rivoluzionarie in Egitto: Nel 2008, i ribelli egiziani hanno colpito sezioni del gasdotto collegato con Israele 14 volte, e gli attivisti beduini hanno bloccato l’infrastruttura, interrompendo le forniture per 45 giorni.
Campagne Contro La Normalizzazione
Il gas del nemico è Occupazione: È una campagna di opposizione ampiamente diffusa contro l’accordo sul gas tra la Giordania e Israele. Le tattiche utilizzate variano da simulazioni di tribunali del popolo, a lobbying parlamentare, a proteste di massa e campagne simboliche di spegnimento la luce.
31‘No alla Naksa del Gas’: È lo slogan di una campagna lanciata in Egitto per fermare le esportazioni di gas a Israele.
Organizzazione Sindacale E Del Lavoro
Campagna Block the Boat: Il Arab Resource and Organising Centre ha organizzato
picchetti fuori dai porti della Bay Area, nella zona di Oakland in California, in collaborazione coi portuali. Quest’azione collettiva ha causato gravi ritardi alle navi cargo della compagnia israeliana ZIM, che ha dovuto offrire sconti sui suoi servizi per anni. L’azione si inserisce in una storia di mobilitazioni organizzate in quei porti contro i regimi coloniali d’insediamento, incluso quello del Sudafrica.
Workers in Palestine: È un’organizzazione palestinese che vede la collaborazione di
portuali, addetti ai trasporti e attivisti sindacali per intralciare la produzione e il trasporto di armi in Israele. Si sono svolte mobilitazioni significative in: Svezia,
Grecia, Genova, Belgio e Barcellona. Consulta la loro guida
sull’organizzazione sindacale e portuale, e il report Who Arms Israel.
Cartography of Darkness ﺧرﯾطﺔاﻟظﻼم : È un portale di ricerca online
basato a Beirut che indaga i legami tra energicidio, ecocidio e
militarizzazione. Il portale contiene una mappa ad accesso libero, un
archivio e un periodico. Il collettivo si è impegnato a “denunciare le
catene di approvvigionamento, i porti e i lavoratori complici nel
trasporto di rifiuti tossici dall’Italia in Libano e a creare una mappa
della militarizzazione e degli attacchi alle infrastrutture energetiche
da parte dell’Entità Sionista in Libano.”
Proteste nei porti: In Italia, 500 attivisti hanno protestato al porto di Genova impedendo il passaggio di camion che trasportavano container da caricare sulle navi. Nel 2024, anche lavoratori del Centre of Indian Trade Unions si sono rifiutati di caricare beni destinati a Israele.
No Harbour for Genocide: Organizzatori palestinesi hanno collaborato con attivisti solidali nelle città portuali del Mediterraneo per esortare i lavoratori e le autorità portuali a rifiutare l’attracco di navi cariche di carburante militare destinato a Israele. Questa tattica ha avuto successo ad Algeciras, in Spagna, poiché lo stato spagnolo si è unito alle accuse di genocidio sollevate dal Sudafrica contro Israele alla Cig. Altri attivisti locali a Creta, Cipro, Atene e Gibilterra hanno organizzato importanti proteste contro la nave cisterna Overseas Santorini che trasporta carburante militare.
Blocco delle fabbriche belliche: I sindacalisti e gli attivisti di Workers for a Free Palestine hanno bloccato gli stabilimenti bellici in varie aree del Regno Unito per ostacolare la produzione delle componenti di armamenti. Migliaia di persone si sono mobilitate davanti alle fabbriche complici per bloccare l’ingresso dei lavoratori. Sono anche stati organizzati incontri informativi regolari per creare relazioni con gli operai.
32MV Kathrin: È il nome di una nave da carico militare che viaggiava dal Vietnam con 8 container di esplosivi destinati all’uso da parte di Israele nel suo genocidio contro i palestinesi. La campagna #BlockTheBoat ha mobilitato gruppi di solidarietà internazionale dalla Malesia alla Slovenia e ha causato ritardi significativi alla spedizione; infatti, per due mesi la Kathrin non ha potuto attraccare in nessun
porto. Alla fine, la nave è stata costretta a rinunciare alla bandiera portoghese.
Disinvestire Dalle Multinazionali
British Petroleum (BP): Gli attivisti hanno sfruttato il partenariato culturale della BP col British Museum per creare un luogo di lotta accessibile per protestare
contro il ruolo di sostegno al genocidio che l’azienda svolge. Energy Embargo for Palestine ha occupato il museo diverse volte e ha lanciato una campagna internazionale contro l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan – gestito e controllato principalmente dalla BP – che trasporta il 60% del petrolio di Israele dall’Azerbaijan attraverso la Turchia.

Assieme ad altri gruppi, ha organizzato due giornate di mobilitazione internazionale – una davanti alle ambasciate turche e l’altra per protestare contro lo svolgimento della COP29 a Baku.
SOCAR: Il gruppo di attivisti A Thousand Youth for Palestine ha preso di mira le aziende turche complici che forniscono servizi, energia o risorse a Israele. La lista
comprende SOCAR, Zorlu Holdings, che genera elettricità per Israele, e ICDAS, che produce e spedisce ferro e acciaio. Il gruppo ha anche occupato gli uffici delle
aziende, organizzato simulazioni di conferenze stampa, manifestato nei centri commerciali e organizzato proteste al porto di Ceyhan – un nodo cruciale per la fornitura di petrolio greggio al paese.
Glencore: L’azienda estrae carbone e lo spedisce in Israele dalla Colombia e dal Sudafrica. In Colombia, il movimento Global Energy Embargo for Palestine ha
coordinato una coalizione transnazionale per esortare il governo a vietare l’esportazione di carbone in Israele.
La coalizione comprendeva anche attivisti indigeni afrodiscendenti, organizzatori palestinesi e attivisti europei che hanno disturbato l’assemblea generale
annuale della Glencore in Svizzera. Anche in Sudafrica l’opposizione popolare è in crescita.
Chevron: La società è comproprietaria dei giacimenti, dei gasdotti e delle piattaforme che si trovano al largo della costa palestinese. Il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS halanciato una campagna di boicottaggio e disinvestimento contro le stazioni di servizio di Chevron, Caltex e Texaco in tutto il mondo, e contro le sponsorizzazioni di eventi e i 33partenariati universitari di Chevron. Nel 2024, tre città degli Stati Uniti hanno disinvestito da Chevron.
Maersk: Il Palestinian Youth Movement sta prendendo di mira la società olandese di
logistica e spedizioni nella sua campagna Mask off Maersk. Le sue azioni comprendono manifestazioni fuori dagli uffici, blocchi delle linee telefoniche e campagne di email bombing per chiedere all’azienda di interrompere i suoi legami col genocidio.
Quinta Sezione: Le Nostre Richieste
Mobilitiamoci per un embargo mondiale dell’energia per la Liberazione della Palestina
Alle organizzazioni di giustizia climatica e di solidarietà con la
Palestina… Diamo un prezzo alla complicità!
➔ Fate pressione sulle istituzioni e sugli azionisti dell’Eni e della Dana Petroleum e
chiedetegli di disinvestire
➔ Spingete i fondi pensione a disinvestire dall’Eni e dalla Dana
➔ Fate pressione sui governi di Giordania, Egitto e Unione Europea per fermare le
importazioni di gas da Israele
➔ Fate pressione su tutti i governi che riforniscono Israele di combustibili fossili
(carbone, petrolio, carburante militare) per bloccare tutte le esportazioni e tutti i
trasporti di energia a Israele
➔ Costruite relazioni coi lavoratori e organizzate picchetti nelle fabbriche, nei porti e
nelle raffinerie usati dall’Eni e dalla Dana
➔ Occupate gli eventi e le sedi delle aziende
➔ Informatevi e amplificate le lotte comuni tra Palestina, Nigeria, Mozambico (e altri)
organizzando azioni solidali con gli attivisti in lotta contro l’eredità coloniale dello
sfruttamento energetico (specificamente del petrolio e del gas)
Nessuno È Libero Fino A Che Tutti Non Sono Liberi!
Ai sindacati…
➔ Rifiutatevi di estrarre o produrre energia destinata a Israele.
➔ Rifiutatevi di trasportare energia a, e da, Israele.
➔ Rifiutatevi di produrre o trasportare armi destinate a Israele.
➔ Adottate mozioni nei sindacati a questi scopi.
➔ Agite contro le società complici coinvolte nell’imposizione dell’assedio illegale e
violento di Israele, soprattutto se hanno contratti con committenti rilevanti.
➔ Fate pressione su tutti i governi affinché interrompano il commercio e i trasporti
energetici e militari con e verso Israele.
Ribadiamo le richieste delle organizzazioni palestinesi all’Eni, alla Dana Petroleum e a Israele.

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