Israele e la guerra alla verità: l’unità segreta che trasforma i giornalisti in “terroristi”.

dall’email di giuseppesalamone@substack.com

Giuseppe Salamone ago 31

Israele e la guerra alla verità: l’unità segreta che trasforma i giornalisti in “terroristi”.
In guerra, si dice, la prima vittima è sempre la verità. Ma a Gaza, la verità non è soltanto una vittima collaterale: è un obiettivo militare. Israele l’ha identificata come il nemico da eliminare.

La macchina della propaganda: la “Legitimization Cell”
Un’inchiesta del giornalista israeliano Yuval Abraham, pubblicata su +972mag, ha svelato l’esistenza di una struttura segreta dell’esercito israeliano: la “Legitimization Cell”.
Il suo compito non è militare, bensì propagandistico. Questa unità raccoglie informazioni sui giornalisti palestinesi, selezionandone alcuni da etichettare come “agenti di Hamas sotto copertura”.
Non si tratta di sicurezza, ma di immagine: trasformare i giornalisti in nemici da abbattere.”
Così, quando vengono uccisi dai bombardamenti o dai cecchini, il passo successivo è immediato: un comunicato ufficiale li trasforma da reporter in terroristi.
Uccidere i testimoni, salvare l’immagine
Secondo le fonti raccolte dall’inchiesta, l’obiettivo non è proteggere Israele, ma consentire la prosecuzione della guerra senza pressioni internazionali.
“Il problema non è quello che i giornalisti fanno, ma quello che dicono.” – Meron Rapoport
Israele non può permettersi che le immagini di ospedali distrutti, bambini amputati o famiglie sterminate circolino liberamente. Per questo chi documenta deve essere eliminato o delegittimato.
Il caso Anas al-Sharif e gli altri nomi cancellati
La strategia è evidente. Dopo l’uccisione di Anas al-Sharif, corrispondente di Al Jazeera, diversi giornali internazionali – e persino italiani – hanno ripreso la versione israeliana: “giornalista terrorista”.
Non è un caso isolato.
Nel 2018, Yasser Murtaja fu colpito da un cecchino israeliano e accusato post-mortem di essere un operatore di Hamas.
La realtà? Era stato arrestato e picchiato da Hamas tre anni prima.
La verità è irrilevante. Conta solo la narrazione utile a giustificare l’omicidio.
Dal 7 ottobre, ogni giornalista di Gaza viene schedato. Le prove “costruite” sono pronte a essere diffuse subito dopo l’assassinio, così che la propaganda segua la pallottola.
Paura e silenzio
Il risultato è devastante. Sempre meno reporter lavorano a Gaza, consapevoli di essere bersagli. Sempre meno civili parlano, temendo di diventare complici involontari.
“Perché dovrei mostrare al mondo le gambe amputate di mio figlio, se poi nessuno fa nulla?” – Muhammad Shehada
La paura sta vincendo. Netanyahu non vuole testimoni. E i testimoni, lentamente, scompaiono.
L’ipocrisia occidentale e il silenzio italiano
La macchina propagandistica non colpisce solo Gaza, ma anche noi. Perché funziona. Governi occidentali continuano a fornire armi a Israele, e diversi media internazionali rilanciano senza filtri le sue versioni.
In Italia, alcuni quotidiani hanno definito al-Sharif “giornalista-terrorista”. L’Ordine dei Giornalisti tace.
Silenzio è complicità.
Non solo Gaza: il futuro del giornalismo
Israele non sta soltanto massacrando civili a Gaza: sta colpendo al cuore la libertà di informazione.
Se raccontare una verità scomoda può trasformarti in un “terrorista”, allora nessun giornalista è più al sicuro. Non solo in Palestina, ma ovunque.
A Gaza non muore solo un popolo. Muore anche il diritto di testimoniare.
Il genocidio in corso non è soltanto fisico. È un genocidio della memoria. E senza memoria, senza testimoni, la storia verrà scritta solo dai carnefici.
Israele ha trovato la sua arma più potente: non i droni, non i carri armati, ma la capacità di trasformare la verità in menzogna e i giornalisti in bersagli.

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