Cronisti di guerra prima della mattanza di Israele a Gaza

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31 Agosto 2025 Giovanni Punzo

La guerra ha sempre avuto dei testimoni, non direttamente parte dei combattimenti, che poi l’hanno descritta per vari scopi. Nell’antichità o nel medioevo poteva accadere che il principe si facesse accompagnare da uno scrivano non solo per la corrispondenza ordinaria, ma allo scopo di abbellire ‘dopo’ episodi bellici a favore della propria immagine. La presenza di un narratore ‘terzo’ è quindi relativamente moderna e spesso molto formale nello scegliere su quale fronte schierare i ‘testimoni ’e quale loro racconto privilegiare.

Goethe, il primo embedded della storia

Antesignano dei corrispondenti di guerra dell’età contemporanea fu probabilmente il tedesco Johann Wolfgang Goethe che, al seguito del duca di Weimar, si accodò all’esercito prussiano che attaccava la Francia rivoluzionaria nel 1792: per la sua presenza proprio nella colonna dei bagagli accodata alle truppe lo si potrebbe definire il primo ‘embedded’ della storia. Giorno per giorno Goethe annotò una infinità di particolari tra i più minuti: dalle strade al cibo dei soldati, dai monumenti incontrati ai paesaggi attraversati, dalle conversazioni colte degli ufficiali a quelle dei soldati semplici davanti al fuoco dei bivacchi con una bottiglia in mano.
Riferendosi alla battaglia di Valmy (20 settembre 1792) – anche se la stesura vera e propria fu probabilmente successiva perché il libro uscì nel 1830 – intuì che il nuovo protagonista della storia sarebbe diventato lo Stato-nazione e che i sudditi, anche attraverso la coscrizione obbligatoria, sarebbero diventati cittadini con un ruolo ben diverso. La rivoluzione francese del resto, anche senza la guerra, era stata comunque un’offesa a tutti i sovrani europeiche avevano per questo deciso di attaccare la Francia.
Quanto alla battaglia in se militarmente fu poca cosa: dopo un cannoneggiamento sui francesi, i prussiani attaccarono perfettamente schierati, allineati come in piazza d’armi e furono respinti. Altra cosa però fu il significato politico e psicologico: la Francia aveva ricacciato i nemici della rivoluzione e il morale salì alle stelle perché era stato sconfitto un esercito considerato tra i migliori al mondo. Per pura coincidenza lo stesso giorno a Parigi si tenne la prima seduta della Convenzione, assemblea costituente eletta a suffragio universale e la rivoluzione ebbe una svolta. «… da oggi inizia un’era nuova», scrisse appunto Goethe.

Quel dannato telegrafo

La prima guerra in cui il ruolo dei corrispondenti sul campo si rivelò tutt’altro che trascurabile fu probabilmente la guerra di Crimea. Rispetto alla rivoluzione francese e alle guerre napoleoniche erano comparsi elementi nuovi, sia dal punto di vista delle tecnologie che delle dinamiche politiche. Grazie alla macchina a vapore i giornali avevano aumentato la tiratura (non a caso la tipografia del «Times» a Londra fu la prima ad introdurla) e le notizie dal mondo arrivavano attraverso una rete telegrafica sempre più estesa – e che, per inciso, era controllata di fatto dall’Inghilterra –, mentre nasceva e si consolidava un’opinione pubblica il cui orientamento diventava sempre più importante per i governi.
La guerra di Crimea fu la prima guerra ‘telegrafica’: per mezzo di un cavo sottomarino steso appositamente nel Mar Nero era possibile inviare istruzioni e rapporti da Londra ai comandanti sul campo e ricevere da questi rapporti sulle operazioni. Lo stesso cavo telegrafico trametteva però verso Londra anche gli articoli dei giornalisti che una volta pubblicati sulla stampa inglese creavano grattacapi al governo e seccature ai militari, ma facevano anche aumentare la tiratura e le vendite.
Il principale protagonista di questa guerra dell’informazione in parallelo alla guerra vera fu l’irlandese William Howard Russel, corrispondente del «Times» e incubo di alcuni generali. Nell’ottobre del 1854 descrisse la carica di Balaklava – autentica follia militare tra le tante di quella guerra – e le condizioni dei soldati con queste parole: «Queste sono verità difficili, però il popolo inglese deve ascoltarle». E il popolo inglese finì poi per ascoltarle dalla sua viva voce, perché Russel fu rimpatrato.
Russel non fu tuttavia l’unico a creare imbarazzi, perché altre corrispondenze sulle condizioni degli ospedali militari fecero il resto e l’opera della prima infermiera della storia, l’inglese Florence Nightingale, divenne famosa e ammirata.

L’Italia e la Grande Guerra

I giornali italiani avevano preso parte al dibattito sull’intervento schierandosi da una parte e dall’altra – decisamente ‘interventista’ ad esempio fu il «Corriere della Sera» diretto da Luigi Albertini – e dal maggio 1915 cominciarono le corrispondenze di guerra dal fronte italiano. Accolti con estrema freddezza dagli alti comandi – a parte rarissime eccezioni –, i giornalisti cominciarono il loro lavoro. Ben presto la figura di spicco tra gli italiani divenne Luigi Barzini, inviato del «Corriere della Sera»: non si trattava di un principiante, ma di un inviato che aveva già assistito alla rivolta dei Boxer in Cina nel 1900, al colpo di stato a Belgrado nel 1903, alla guerra russo-giapponese nel 1905, alla guerra di Libia del 1911, alle guerre balcaniche dal 1912 al 1913 e per non farsi mancare niente era stato anche presente dopo il devastante terremoto di Messina nel 1908.
Allo scoppio della Prima Guerra mondiale, trovandosi a Parigi, grazie ad una felice intuizione personale, aveva fatto uno ‘scoop’ clamoroso: aveva infatti annunciato l’invasione del Belgio da parte dei tedeschi, mentre i francesi erano ancora convinti di andare a combattere in Alsazia, rischiando tra l’altro una catastrofe. In Italia Barzini visità tutto il fronte, lasciando descrizioni acute e straordinarie: in montagna, dove poche sparute pattuglie si affrontavano negli spazi impervi, parlò di «guerra rarefatta», oppure, descrivendo un bombardamento di artiglieria sull’Isonzo, lo definì «un fantastico incensiere».
Non si trattava di retorica, ma di una vera e propri estetica della guerra, non sempre apprezzata da tutti. A suggellare comunque la celebrità di Barzini, sebbene questa volta in senso inverso, ci fu anche l’episodio leggendario di un fante anonimo che, rientrato in trincea dopo un furioso combattimento, avvicinato da un altrettanto anonimo corrispondente di guerra in cerca di un resoconto, rispose semplicemente: «Se vedo Barzino, lo sparo».

Radio e televisione

Nel corso della Seconda Guerra mondiale per la diffusione delle notizie fu importante invece la radio: i corrispondenti continuarono il loro lavoro sui giornali, anche con fotografie che divennero icone, ma la radio valicava però i confini e i fronti di guerra e si ascoltava nei territori occupati. Sebbene, per prevenire la propaganda nemica, sarebbe stato necessario requisire gli apparecchi, le potenze totalitarie non lo fecero perché si sarebbero private esse stesse di uno strumento di propaganda.
La nascita della televisione costituì una vera rivoluzione, ma ad esempio non influì per nulla ai tempi della guerra di Corea. La vera svolta fu la guerra del Vietnam che, come disse un giornalista americano, fu letteralmente «perduta in televisione». Nonostante infatti la cosiddetta ‘offensiva del Têt’ (febbraio-marzo 1968) avesse messo a dura prova gli americani, le conseguenze militari furono contenute: al contrario le scene dei combattimenti trasmesse dalle emittenti americane diedero tutt’altra impressione all’opinione pubblica degli Stati Uniti e crearono dubbi sull’esito della guerra.
In quello stesso marzo del 1968 si compì anche la strage di Mi Lay e a denunciarla, sia pure più di anno dopo, fu un giornalista indipendente, Seymour Hersch. Tra gli altri corrispondenti nel Sud Est asiatico c’era un giornalista ancora poco conosciuto, che però scrivendo sulle vittime civili andò in collisione con l’amministrazione Johnson: Peter Arnett non sapeva ancora che nel febbraio 1991, nel momento in cui arrivavano i primi missili sarebbe diventato uno dei più famosi corrispondenti di guerra. La televisione raggiunse l’apogeo e si parlò di «effetto CNN» per spiegare i cambiamenti dell’opinione pubblica determinati da notizie ricevute attraverso i teleschermi. Internet doveva ancora arrivare.

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