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di Maria Pappini1 Settembre 2025
«Costa al chiaro di luna», dipinto da Caspar David Friedrich nel 1835/1836. Wikimedia Commons. Public Domain.
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Nel suo nuovo libro, «War Street», Antonio Evangelista analizza i conflitti degli ultimi decenni, dal Kosovo a Gaza, dalla Bosnia alla Siria, intrecciando memoria personale e indagine geopolitica. Ex investigatore per l’Onu e l’Interpol, Evangelista racconta le ambiguità della politica e delle guerre contemporanee, dove la verità è manipolata e la propaganda diventa un’arma strategica. Il filo rosso è la «zona grigia» di Primo Levi: quello spazio ambiguo tra vittime e carnefici, responsabilità e autoassoluzioni, dove le giustificazioni si ripetono con parole nuove.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Antonio Evangelista ha attraversato i luoghi dove la storia recente ha mostrato il suo lato più oscuro: dal Kosovo insanguinato dei primi anni Duemila alla Giordania dell’antiterrorismo, passando per la Bosnia, la Cina e il Mediterraneo. Giurista di formazione, investigatore per l’Onu e l’Interpol, ha seguito da vicino crimini di guerra, terrorismo e mafie internazionali. Da questa esperienza nasce War Street, un libro a metà tra romanzo e saggio che intreccia memoria personale e indagine geopolitica. Ma soprattutto nasce una riflessione inedita sulla zona grigia evocata da Primo Levi. Quello spazio ambiguo in cui le giustificazioni si ripetono con parole nuove, dove la propaganda cancella o reinventa i fatti, e dove la verità non è mai neutra.

War Street è un ibrido tra romanzo e saggio. Perché questa scelta narrativa?
«Prima di War Street – il mio quinto libro – avevo pubblicato diversi saggi, tra cui Mediterraneo, Stesso sangue, stesso fango. In quel lavoro cercavo di mostrare come la disinformazione e la propaganda possano creare le condizioni per giustificare interventi internazionali o bombardamenti. Per quanto cercassi di rendere i concetti il più chiari possibile, mi sono reso conto che il linguaggio del saggio resta comunque più difficile da affrontare per chi non è del settore. Per questo ho scelto di tornare alla forma del romanzo, che avevo già sperimentato con Califfato d’Europa, romanzo che racconta delle truppe mercenarie e dei paramilitari durante l’assedio di Sarajevo. Il romanzo è più immediato, più leggibile, e coinvolge di più. Ma soprattutto, mi permette di raggiungere un pubblico più ampio. Lo capisco dai commenti, dalle conversazioni con chi legge i miei libri: amici, conoscenti, lettori occasionali. Io non scrivo per vendere, ma per provare a sensibilizzare su temi che ritengo fondamentali e che ormai sono spariti dal dibattito pubblico. Questo resta il mio obiettivo principale».
Nel libro c’è anche molto della sua esperienza lavorativa. C’è un ricordo che l’ha segnata particolarmente e che vuole condividere con Krisis?
«Sì. Sono stato in Kosovo per una missione. Ricordo un’indagine in cui fu coinvolto Ramush Haradinaj, che poi sarebbe diventato primo ministro del Kosovo. Aveva lanciato granate nella villa di una famiglia (ne parlo nel mio primo libro, La torre dei crani). Rimase ferito nello scontro e fu trasportato alla base di Ramstein, in Germania, dove venne curato. Quando chiedemmo agli americani di consegnarci i suoi vestiti – che erano prove balistiche cruciali, perché forati dai proiettili e macchiati di sangue – ci restituirono indumenti completamente puliti, da lavanderia, senza neppure un buco. In pratica, cancellati».
Che idea si fece in quel momento?
«A quel punto mi feci una domanda: perché proteggere un soggetto del genere? Quest’uomo, all’epoca membro dell’UÇK (l’Esercito di liberazione del Kosovo che era stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche e poi tolto), era a tutti gli effetti un criminale di guerra. Eppure sarebbe stato riabilitato, promosso politicamente, e poi processato all’Aja – ma, guarda caso, tutti i testimoni che avrebbero dovuto deporre contro di lui sono morti».

E fu allora che iniziò a collegare il crimine a logiche più ampie?
«Esatto. Fu allora che capii che quell’indagine, formalmente simile a tante altre che avevo svolto in Italia, aveva però una cornice completamente diversa. Non si trattava solo di crimine comune. Sullo sfondo c’erano interessi politici, logiche di potere, equilibri internazionali. Da lì ho cominciato, ogni volta che potevo, a interrogarmi su cosa ci fosse dietro i crimini: quali scenari, quali ragioni più grandi».
Per esempio?
«Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream. A prima vista può sembrare un semplice atto terroristico. Ma se si approfondisce, si scopre che quel gesto rientra in una logica energetica e geopolitica ben precisa. Impedire che il gas russo arrivi in Europa, evitare che la Germania diventi dipendente da Mosca, spingere il mercato verso il gas liquido americano. Se ci si ferma alla cronaca, non lo si vede. Ma se si scava, si comprende chi fa cosa, come, perché, e con quali obiettivi sul medio e lungo termine. Da quel momento, ho cominciato ad appassionarmi alla storia, alle radici culturali dei Paesi, ai loro costumi, alla loro struttura sociale ed economica. Perché tutto questo aiuta a capire i contesti in cui si opera e anche quei delitti che all’apparenza sembrano ordinari, ma in realtà non lo sono affatto».
Questo si lega anche al concetto di «zona grigia» di Primo Levi, che sta rielaborando. Ce ne vuole parlare?
«È stato un passaggio fondamentale, soprattutto alla luce delle mie esperienze dirette e dei conflitti più recenti: Ucraina, Siria, Gaza. Ho riletto I sommersi e i salvati qualche mese fa, e mi ha colpito la lucidità con cui Levi analizza certe giustificazioni postume. Le lettere che riceveva dai tedeschi, quelle in cui si difendevano dicendo “non sapevamo”, “eseguivamo ordini”, “non potevamo fare nulla”, sono identiche, nel meccanismo psicologico, a quelle che sentiamo oggi. Levi distingue con precisione tra chi è davvero in buona fede e chi invece si rifugia in una comoda autoassoluzione. E quelle stesse frasi, solo con parole nuove, ritornano anche oggi. Le sento nei dibattiti, nei media, perfino alle presentazioni dei miei libri. È come se certi automatismi morali si fossero tramandati di generazione in generazione, adattandosi al contesto ma rimanendo identici nella sostanza».

Cosa intende quando dice che certe formule si ripresentano «con parole nuove»? Può fare degli esempi?
«Prendiamo la Siria. Oggi si tende a dire che le forze attive sul campo non hanno più legami col terrorismo. Ma se analizziamo i percorsi individuali, scopriamo che certi soggetti, come Al Jolani, iniziano la loro carriera militante con al-Qaeda in Iraq nel 2004. È lo stesso anno in cui subimmo l’attentato di Nassiriya. Lui era già lì, forse coinvolto, forse no – ma certamente ne condivideva ideologia, obiettivi e metodi. Eppure, oggi ci si affanna a presentarlo come una figura nuova, ripulita, legittima».
E questo schema lo ritrova anche in altri contesti oltre alla Siria?
«Un’altra formula è quella che ha preso il posto del “abbiamo solo eseguito ordini”: oggi si dice “agiamo per la sicurezza e la stabilità della regione”. L’ho sentita spesso a proposito dell’Ucraina. Di recente ho letto un documento interno dell’esercito britannico, il piano Alchemy, redatto dall’ufficiale Charlie Stickland: descrive in modo esplicito la strategia per provocare, mantenere e prolungare il conflitto russo-ucraino. L’obiettivo? Impegnare la Russia “fino all’ultimo ucraino”. È inquietante quanto sia tutto dichiarato, perfino banale, eppure viene ignorato dai media».
E per quanto riguarda Gaza?
«Anche qui si percepisce quello che viene descritta come dissonanza cognitiva: a fronte di evidenze incontestabili – foto, filmati, testimonianze di giornali israeliani – si costruiscono comunque narrative autoassolutorie. Un esempio recente è la testimonianza di un militare di frontiera: racconta che il 7 ottobre, per ordine diretto della catena di comando, fu vietato di pattugliare tra le 4:30 e le 9:00 del mattino. Non un errore, ma un ordine preciso».
Altri episodi che rafforzano questa impressione?
«Ancora più disturbante è stata l’intervista rilasciata da Sharon Halevi, moglie dell’ex capo di stato maggiore dell’Idf, Erzy Halevi. Ha riferito che quella mattina, molto prima delle sette, il marito uscì di casa dicendo che Gaza sarebbe stata ridotta in cenere. Ma l’attacco di Hamas, secondo i report, iniziò solo alle sei. Qualcosa non torna. Eppure, nel discorso pubblico, prevale comunque la narrativa dell’assoluzione: utile a presentarsi bene davanti alla comunità internazionale, mentre dietro le quinte si fa – e si è già fatto – il peggio. È come trovarsi immersi in una distopia, dove la schizofrenia dilaga: soggetti che cambiano volto di continuo, che sembrano avere doppia o tripla personalità, oscillando tra malattia e calcolo politico».

Lei ha parlato di schizofrenia. A cosa si riferisce esattamente?
«Mi riferisco a un meccanismo che ho osservato sia nei contesti geopolitici sia durante la mia carriera nella polizia, occupandomi di crimini comuni. Ho studiato per anni i serial killer e le tecniche di interrogatorio. E una cosa che accomuna molti di loro – da Donato Bilancia a Gianfranco Stevanin, fino ai grandi casi americani – è il riferimento ossessivo a Dio».
Sta dicendo che anche nei leader politici ritrova lo stesso schema mentale?
«Esatto. Anche nei discorsi pubblici di oggi vedo la stessa struttura. Benyamin Netanyahu, ad esempio, parla di un popolo “eletto”. Donald Trump sostiene di avere un mandato divino, di essere stato “salvato dalla mano di Dio”. Durante le guerre balcaniche, gli appelli all’identità etnica e religiosa erano la norma nei discorsi politici. C’è sempre una componente religiosa e mistica deviata che ritorna, come un filo costante».
E quando questa logica non resta confinata ai singoli leader ma diventa collettiva, cosa accade?
«Se faccio questo parallelo, non so se abbiamo davanti più pazzi o più predatori cinici assetati di potere. Forse entrambe le cose. Ma di sicuro non sono persone che hanno i requisiti per guidare un Paese e occuparsi davvero degli interessi della propria popolazione. E quando questi meccanismi diventano collettivi, quando interi governi si muovono dentro una “zona grigia”, allora si produce quella che chiamo una forma di autoassoluzione collettiva. E la storia, inevitabilmente, rischia di ripetersi».
Nella guerra in Jugoslavia ci fu una narrazione molto netta: Slobodan Milošević era il male assoluto, mentre altri leader come Franjo Tudjman e Alija Izetbegović venivano presentati come figure positive. È uno schema che sopravvive ancora?
«Sì, e in modo sorprendentemente resistente. Quel tipo di narrazione, basata su una divisione manichea tra buoni e cattivi, non è mai davvero scomparsa. Nei miei lavori, in particolare nel libro Mediterraneo, ho cercato di mostrare come nel tempo siano emersi documenti che raccontano un’altra verità. Mi riferisco a fonti che per anni sono rimaste riservate: report classificati, testimonianze di funzionari della Cia, interviste a militari e ambasciatori. Tutti elementi che offrono un quadro molto diverso rispetto a quello diffuso dai media occidentali negli anni Novanta, dominati da un pensiero unico che privilegiava il rumore alla complessità».

Può fare un esempio concreto?
«Sì. Uno dei casi più clamorosi riguarda il Canada. Nel 2022 sono stati declassificati i report delle truppe canadesi di stanza a Sarajevo. Sono documenti ora consultabili, e contengono riflessioni molto pesanti su due episodi simbolici del conflitto: la strage del pane e quella del mercato. I militari canadesi, nei loro messaggi al quartier generale di Ottawa, esprimevano seri dubbi sul fatto che quei bombardamenti fossero stati compiuti dai serbi. I sospetti, invece, erano che fossero stati i bosniaci musulmani a colpire la propria popolazione civile, per poi attribuire la responsabilità ai serbi e ottenere così l’intervento armato della comunità internazionale».
Su cosa si basavano questi sospetti?
«Non su ipotesi astratte, ma su dati balistici. I soldati canadesi analizzarono le traiettorie dei colpi, applicarono modelli matematici e riuscirono a identificare le aree da cui erano partiti. Poi si chiesero: quelle zone, al momento dei bombardamenti, sotto il controllo di chi erano? La risposta fu chiara: erano sotto il controllo delle forze musulmane bosniache. E allora ti rendi conto che anche lì, anche in quello che è stato raccontato come un crimine “esemplare”, la verità storica è stata almeno in parte manipolata».
E oggi la propaganda? È ancora più capillare.
«Oggi questi meccanismi sono ancora più rapidi, più pervasivi. Perché? Perché si sono spostati sui social, che hanno avuto uno sviluppo esponenziale. La potenza – e in certi casi la violenza – comunicativa dei social ha trasformato l’informazione in un’arma strategica. Un esempio lampante? L’Isis: ha saputo sfruttare la rete con una precisione impressionante, moltiplicando la sua propaganda jihadista, sia a livello qualitativo che quantitativo. È lì che si vede quanto l’informazione – o meglio, la cattiva informazione – sia diventata una vera quinta colonna. È ciò che può creare, distorcere, minimizzare o cancellare. E questo vale anche per casa nostra».
Si riferisce alle polemiche sull’antifascismo?
«Esatto. Mi fa sorridere, amaramente, quando si attacca la premier italiana Giorgia Meloni perché non si dichiara apertamente antifascista, ma ci si dimentica che la stessa premier si è fatta fotografare tra baci e abbracci con Volodymyr Zelensky. Zelensky, che è riuscito a portare al Parlamento canadese un uomo come Jaroslav Hunka, che è stato applaudito come un eroe da tutti. Ma chi è Hunka? Un reduce della Divisione Galizia, formazione delle Ss. Un uomo che, per la sua appartenenza a quella struttura, ha legami diretti con lo sterminio degli ebrei. Eppure, nessuno ha fatto domande. Nessuno ha battuto ciglio».
E tutto questo è passato inosservato?
«Non solo. Poco tempo dopo, durante la cerimonia per commemorare lo sbarco in Normandia, hanno invitato Zelensky — rappresentante di un Paese in cui ampie zone collaborarono con Adolf Hitler — ma non la Russia, che ha perso 27 milioni di persone nella lotta contro il nazismo. Questo fa capire quanto conti oggi il controllo sull’informazione. Conta più delle armi».

Quanto incide, secondo lei, la capacità (o l’incapacità) del pubblico di leggere criticamente queste narrazioni?
«Incide tantissimo. Se guardiamo le statistiche sembra che circa il 50% degli italiani soffra di analfabetismo funzionale. Vuol dire che leggono, ma non capiscono. E chi vuole diffondere falsità va a nozze. Basta poco: un’immagine, uno slogan, un frame emotivo. Così si cancellano eventi realmente accaduti, o se ne inventano di nuovi. Ecco perché dico che oggi l’informazione è la vera prima linea. È lì che si vince o si perde una guerra».
Quale messaggio vuole lasciare ai giovani dopo War Street?
«Fanno bene ad andare a manifestare e a sventolare la bandiera palestinese. E soprattutto devono imparare a non fidarsi di nessuno, ad avere sempre dei dubbi. Quando scrivo o faccio le presentazioni, lo dico chiaramente: abbiate dubbi. Andate a verificare perfino le cose che dico io, perché non ho la verità in tasca. Quello che scrivo e che dico serve a stimolare riflessione, a sensibilizzare, a non accontentarsi mai della prima versione».
Concretamente, come si esercita questo dubbio?
«Secondo me ci sono sempre gli elementi per capire, anche solo con il buonsenso. Faccio un esempio: il piano Alchemy, messo nero su bianco da un colonnello britannico, prevedeva operazioni psicologiche e clandestine. Dentro questo schema rientra anche l’attentato al Crocus City Mall in Russia. Venti minuti dopo l’attacco, Joe Biden era già uscito a dire che l’Ucraina non c’entrava nulla. Ma come fai, 20 minuti dopo, a saperlo? In quel momento non si conosceva ancora chi avesse sparato, quanti fossero gli assalitori, se jihadisti o altro, e intanto si contavano i morti. Eppure gli americani e gli inglesi erano già pronti a dare certezze. Non serve essere esperti di geopolitica per capire che qualcosa non torna. Basta il buon senso. Ed è proprio quello che vorrei lasciare ai giovani: usate la testa, coltivate il dubbio, e non accettate mai una verità solo perché qualcuno ve la consegna già confezionata».
Che cosa succede quando il buon senso viene aggirato?
«Succede che ti raccontano che il gasdotto Nord Stream se lo sono fatto saltare i russi da soli, quando nei mesi precedenti Biden e Victoria Nuland (Sottosegretaria di Stato per gli Affari politici, ndr) avevano praticamente annunciato che non sarebbe mai entrato in funzione. Anche lì: basta il buonsenso. Il mio messaggio ai giovani è questo: usate la testa. Usate il senso critico. E quando vedete qualcuno che si presenta a dire “questa è la verità e lo è perché te lo dico io”, allora arricciate il naso. E abbiate tutti i dubbi del mondo».

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Autore
Maria Pappini Nata nel 1987, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales in Lyon. Dopo più di dieci anni come account manager in diversi settori e attivista politica, nel 2023 decide di riprendere gli studi presso l’Università Statale di Milano frequentando il corso di Scienze Storiche. La sua attività di ricerca è concentrata sulla storia dei partiti politici e sulla storia delle relazioni internazionali.