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04-09-2025 – di: Matilde Adduci
“Sta nella natura nella bellezza / quel che non ha ragione/ né mai ce l’avrà/
quel che non ha rimedio/ né mai ce l’avrà/ quel che non ha misura”
Sin da quando, molti anni fa, ho cominciato a studiare le implicazioni delle pratiche politiche neoliberiste nello Stato indiano minerario dell’Odisha, il contrasto fra il paesaggio naturale tropicale e il paesaggio sociale, lacerato da sofferenze profondissime, mi ha spesso fatto riaffiorare alla mente, quasi inavvertitamente, questi versi di Chico Buarque. Non sorprendentemente, ciò accade ancora oggi, mentre sono impegnata in un nuovo periodo ricerca sul campo, per aggiungere un tassello alla comprensione del vissuto delle classi subalterne, esposte da oltre un trentennio a politiche di privatizzazione, de iure e de facto, delle risorse naturali di cui l’Odisha è ricca, che si intrecciano alla progettualità neoliberista sul lavoro, tesa a ridurne il potere nei confronti del capitale.
In effetti, le contraddizioni che segnano il dispiegarsi del capitalismo nell’India di oggi, accompagnato da una questione sociale pulsante, sembrano risuonare con maggiore asprezza in questi territori, storicamente spinti ai margini della traiettoria di sviluppo indiana. Qui, ho dedicato parte del mio attuale percorso di ricerca a rinnovate discussioni in profondità con sindacalisti attivi fra i lavoratori dell’industria mineraria, che hanno progressivamente mostrato come, rispetto a dieci anni fa, le condizioni di lavoro dei minatori nel settore privato, in continua espansione, appaiano se possibile ancor più difficili. Mentre l’esternalizzazione del lavoro incalza, crescono i contratti a breve termine; si diffondono di fatto turni di dodici ore (non pienamente retribuiti); le pressioni per incrementare la produttività costituiscono altrettanti ostacoli alla sicurezza dei lavoratori, spesso privi di assicurazione medica; non da ultimo, qualsiasi tentativo di sindacalizzazione viene oltremodo contrastato, attraverso tacite pratiche di sorveglianza da parte delle guardie addette alla sicurezza delle miniere e, se ciò non bastasse, il licenziamento in tronco dei lavoratori coinvolti.
In un’occasione, prima di entrare nel vivo della discussione, un sindacalista mi ha parlato degli impegni che lo avevano trattenuto oltre il previsto fuori dalla capitale nei giorni precedenti il nostro incontro. Alcuni lavoratori impiegati nell’industria di congelamento dei gamberi destinati all’esportazione avevano richiesto il suo aiuto per organizzarsi, a fronte delle condizioni di incertezza in cui erano precipitati a causa dei dazi sui frutti di mare imposti dagli Stati Uniti. Così, mentre l’eco dei dazi giunge in queste terre ai margini, il sindacalista mi offre uno spaccato sul modo in cui i costi che ne derivano vengono immediatamente schiacciati sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici, allontanati arbitrariamente e senza preavviso dal luogo di lavoro per periodi più o meno lunghi, senza garanzia alcuna sul futuro. Poco dopo, ha inizio la nostra discussione, incentrata sulle condizioni dei lavoratori addetti ai trasporti nell’industria estrattiva. Il quadro si conferma crudo. Nella norma, si tratta di lavoratori assunti a chiamata nei distretti minerari attraverso un intermediario, privi di alcun tipo di contratto scritto (il che, per tanta parte del mondo del lavoro in India, non costituisce un’eccezione), sottoposti a turni estenuanti, e retribuiti in proporzione al carico trasportato e al numero di chilometri percorsi, secondo una logica che richiama quella del cottimo. Mentre la discussione si infittisce, lo sguardo del sindacalista cade su un testo appoggiato sulla scrivania. Si tratta di un saggio sui nuovi codici del lavoro, introdotti in India nel 2020 e non ancora entrati in vigore – questo passo è stato infatti a lungo rimandato, non da ultimo a ridosso delle elezioni nazionali dello scorso anno. In quell’attimo, il mio interlocutore non può fare a meno di esprimere l’apprensione generata dalla possibile attuazione dei nuovi codici, il che ci porta a spostare brevemente l’attenzione sulle implicazioni che ciò avrebbe sullo scenario del lavoro indiano nel suo insieme.
In effetti, i nuovi codici del lavoro sono stati oggetto di un acceso dibattito sin dalla loro introduzione. Fra tutti, lo studioso Shyam Sundar denunciava già nel 2020 come, in nome di una razionalizzazione del mercato del lavoro orientata ad attrarre il capitale (e ad esso subalterna), la nuova legislazione sul lavoro fosse tesa a favorire la massima flessibilità dello stesso, nonché a limitare l’esercizio del diritto di sciopero tanto da, rimarcava lo studioso, gettare le relazioni industriali nei giorni più bui di coloniale memoria, in cui si poteva licenziare secondo piacimento.
Di fatto, una simile trasfigurazione della legislazione a tutela del lavoro introdotta dall’India di nuova indipendenza nel corso della cosiddetta “età dello sviluppo” – caratterizzata, com’è noto, dal riconoscimento del ruolo dello Stato nella promozione di un processo di crescita capitalistico, nonché nell’introduzione di misure atte a contenere i processi di marginalizzazione sociale inerenti al dispiegarsi del capitalismo stesso – è destinata ad avere, per tanta parte, un impatto immediato di notevoli proporzioni sui lavoratori impiegati in condizioni di formalità, concorrendo a eroderne le già esigue proporzioni. Non sfugga, a questo punto, che l’universo del lavoro indiano è stato storicamente segnato dalla prevalenza del lavoro informale – caratterizzato da insicurezza nelle condizioni di impiego, carenza di protezione rispetto a incidenti o rischi per la salute e negato accesso alla sicurezza sociale – tanto che, quando a inizio anni Novanta l’“età dello sviluppo” veniva definitivamente archiviata in favore di una progettualità volta a ‘sprigionare’ le forze del mercato, i lavoratori informali costituivano ancora circa il 90% della forza lavoro. Non è questa la sede per discutere dei limiti della progettualità sviluppista in termini di democratizzazione sostanziale della vita economica e sociale; tuttavia appare utile osservare che, seppur attraversata da contraddizioni significative, tale età aveva guardato, in specie nella sua fase iniziale, all’ampia diffusione del lavoro informale come a una questione inerentemente problematica, il cui atteso superamento avrebbe contribuito a definire gli orizzonti dello ‘sviluppo’.
L’affermazione del neoliberismo, lo sappiamo, ha comportato un radicale mutamento di prospettiva, in uno scenario in cui si è imposto il mantra della flessibilità (o deregolamentazione) del mercato del lavoro, secondo il dichiarato intento di sollevare quest’ultimo da un rilevato eccesso di intervento da parte dello Stato – o l’intento reale di far sottostare il lavoro a una disciplina stringente. Così, l’incedere del neoliberismo in India ha comportato, non da ultimo, il dispiegarsi di un progressivo processo di informatizzazione del lavoro che non solo ha visto accrescere le già nutrite fila dei lavoratori e delle lavoratrici informali, ma che ha teso a normalizzare le condizioni di lavoro e di vita, frammentate e impoverite, che l’informalità comporta. La fase del ‘neoliberismo autoritario’, apertasi in India da ormai un decennio, ha esasperato tale processo, giungendo a sancire, anche attraverso la legge, il primato dei profitti su quello dei diritti, nel tentativo di sottrarre ulteriore terreno all’idea secondo cui, lungi dal costituire la nuova ineluttabile ‘normalità’, il lavoro informale costituisca una questione intrinsecamente problematica – nonché di soffocare le rivendicazioni e le lotte animate da questa idea. In questo senso, la portata disciplinante dei nuovi codici è destinata a riverberare sull’universo del lavoro nel suo insieme.
Mentre riflettiamo su questo scenario, il sindacalista richiama l’importanza della mobilitazione avvenuta in India lo scorso luglio che, parallelamente al rifiuto dei codici, poneva in discussione l’insieme di pratiche politiche e, con esse, la visione del mondo che definiscono il neoliberismo. Certamente, conveniamo, per quanto difficile, l’articolazione di un’agenda politica capace di dare nuova centralità alla questione della democratizzazione della vita economica e sociale, di cui la questione del lavoro è parte costitutiva, appare urgente.
Ciò diviene tanto più vero mentre si interroga il dispiegarsi del neoliberismo da questi territori ai margini. Parallelamente all’aggiornamento di una precedente ricerca sulle condizioni di lavoro e di vita dei minatori impiegati nel settore privato, parte del mio lavoro sul campo è dedicata a rivisitare una serie di villaggi abitati da comunità storicamente dedite alla pesca tradizionale, situati in prossimità del lago Chilika, le cui acque sono interessate, da ormai un trentennio, da un processo di privatizzazione de facto, finalizzato alla coltivazione (illegale) di gamberi destinati al mercato interno e internazionale. L’incessante proliferare di recinzioni illegali (enclosures) nelle acque del lago ha vieppiù ostacolato le attività di pesca tradizionale, costringendo tali comunità a dipendere, ancor più che in passato, da traiettorie di migrazioni interne, oppure – e questo è un fenomeno più recente – dal lavoro a giornata nei campi o nelle costruzioni.
Nel breve spazio che rimane, vorrei condividere uno spaccato delle condizioni di lavoro e di vita delle donne cui le privazioni crescenti impongono di percorrere questa seconda strada. Esposte al doppio fardello del lavoro produttivo e riproduttivo, tali donne iniziano la loro giornata alle quattro del mattino, quando si svegliano per compiere i lavori domestici.
Due ore più tardi, esse si recano nei campi in cui vengono chiamate a cadenza stagionale, per compiere otto ore di lavoro (la pausa per il pranzo non rientra nel computo); oppure in città, nei luoghi di raccolta dei lavoratori e delle lavoratrici a giornata, dove, se reclutate, svolgeranno otto ore di mansioni pesanti nelle costruzioni; ancora, alcune donne si recano in piccole fabbriche locali di trasformazione degli alimenti, fra cui i gamberi, dove, nuovamente, lavoreranno in condizioni di totale precarietà, il che include la mancata copertura delle spese mediche nei probabili casi di malattia o infortunio.
Nella norma, il rientro al villaggio avviene tra le otto e le dieci di sera, a seconda delle distanza del luogo in cui, di volta in volta, si è trovata una giornata di lavoro, retribuita fra le 300 rupie (poco più di tre euro, nel lavoro agricolo) e le 500 rupie (poco più di cinque euro, nelle costruzioni). Talvolta, lo stesso impiego può protrarsi per più giorni consecutivi. Impegnate in una manciata di giornate di lavoro spossanti e mal retribuite, le donne potranno essere esposte, in quel lasso di tempo, a nuove privazioni. Ad esempio, quella del suono della voce dei figli più piccoli – ancora o già a dormire, quando esse lasciano il villaggio o vi fanno ritorno. Di norma, poi, il tempo per sé è divenuto praticamente inesistente – contrariamente alla vulgata secondo cui le persone che vivono in condizioni di povertà godrebbero almeno di un’abbondanza di tempo libero.
Non sfugge, a questo punto, che la normalizzazione del lavoro informale cui tende la progettualità neoliberale comporterebbe, inter alia, la normalizzazione di simili condizioni di vita.
Di fronte al crudezza dello sfruttamento e dell’oppressione cui le classi del lavoro indiane sono quotidianamente esposte, l’articolazione di un’agenda politica che ponga con rinnovata forza la questione della democratizzazione della vita economica e sociale richiede, mi pare, uno sforzo alle forze di sinistra, finalizzato alla costruzione di un nuovo soggetto unitario, che a partire dalla critica del capitalismo, si muova verso un orizzonte di superamento dello stesso. In altre parole, in India – come in tanta parte del mondo – si pone con urgenza, per chi ritiene che la giustizia sociale sia un obiettivo irrinunciabile, la questione di un’alternativa socialista. Vale a dire l’avvio di un cammino di trasformazione verso quel mondo in cui saremo, come già indicava Rosa Luxemburg, socialmente uguali, umanamente differenti e totalmente libere e liberi.