Da un email
“per quanto il mondo d’oggi possa apparire mutato e completamente nuovi possano suonare gli odierni slogan, d’ora in poi le guerre saranno, senza eccezione, di natura simile alla guerra di Hitler, anzi persino peggiori di quella, ancora più incoscienti.”
G. Anders, I morti. Discorso sulle tre guerre mondiali, 1964
Nonostante l’assassinio di più di 200 giornalisti e reporter a Gaza,
nonostante il blocco di internet, nonostante la Striscia di Gaza sia
stata trasformata da Israele in un campo di concentramento
all’interno del quale nessuno ha il permesso di entrare per vedere
quel che accade, la quantità di immagini che testimoniano lo
sterminio sono innumerevoli. Parte di queste immagini vengono dai
civili di Gaza, ma una parte estremamente sostanziosa è prodotta –
e la produzione è ancora in corso – dagli stessi membri
dell’esercito israeliano: sono immagini di morte, di tortura, di
sopraffazione e di devastazione nei confronti dei palestinesi e dei
loro spazi di vita. Soldati che umiliano i civili palestinesi, urinano e
defecano sulle loro cose e poi con orgoglio esibiscono le immagini
di queste abominevoli azioni sui social network. Ho visto un
soldato israeliano condividere un post in cui si mostra insieme ai
suoi commilitoni in una casa distrutta di cittadini di Gaza. I soldati
sorridenti tengono in mano dei giocattoli: un pallone, un peluche e
una piccola bicicletta. Il disgusto di fronte alle immagini di Abu
Ghraib pare scomparire davanti a un abominio ancora peggiore.
Tutti stanno guardando ciò che Georges Didi-Huberman ha definito
l’“intollerabile”. È “intollerabile” quello che sta accadendo a Gaza,
in prima istanza “umanamente”, “per ciò che soffre la popolazione
civile, schiacciata sotto le bombe di un esercito che, alla maniera
americana, crede di poter ‘sradicare’ (cioè sradicare una radice dal
terreno) distruggendo indiscriminatamente tutto ciò che si trova in
superficie: case, ospedali, donne e bambini, giornalisti, paramedici,
operatori umanitari…”. “Intollerabile” è doverci di nuovo sentire
“storditi”, “nauseati nel vedere all’improvviso il ghetto di Varsaviadistrutto sistematicamente dai nazisti, che bruciano casa per casa
incluso ciò che restava della sua popolazione, tra aprile e maggio
del 1943”. Infatti, scrive Didi-Huberman a proposito di questo
paragone, questa è la situazione a Gaza: “Un’enclave, ovvero un
ghetto affamato, bombardato e sull’orlo della liquidazione”.
Ma la liquidazione del ghetto di Varsavia non era riprodotta in
immagini, in diretta e in mondovisione. Per questo Franco “Bifo”
Berardi ha scritto che “Gaza è Auschwitz con le telecamere”.
Eppure davanti alla quantità di immagini e di testimonianze
assistiamo a una sorta di blocco, di afasia.
numerosi cittadini israeliani muniti di potenti binocoli a
pagamento seguono come se fosse una serie Netflix
l’annientamento di civili nella Striscia di Gaza: ci si ritrova con birre
e patatine in compagnia per seguire distruzioni di edifici civili ed
esecuzioni di esseri umani. Ci sono pure tour operator che
propongono per la modica cifra di 160 euro il safari ai confini della
Striscia, per poter godere con il brivido lo sterminio in corso. Del
resto è la stessa ministra dell’intelligence Gila Gamliel che ha
proposto sui social il video La Gaza del futuro. O noi o loro: la Gaza
del futuro ripulita dalle macerie e dai palestinesi – i palestinesi
stessi sono solo macerie – è immaginata dalla ministra come una
sorta di luna park del lusso all’ombra di una Trump Tower, una
sorta di ibrido da incubo dove si incontrano la paccottiglia del
mega centro commerciale, l’ostentazione del consumo fine a se
stesso e dove tutti i ricchi israeliani si ingozzano di aperitivi e
sorridono felici e contenti. Uno spot che riesce a trasformare il
genocidio in una merce alla moda, appunto.