Nepal in rivolta: campo neutro di una partita più grossa

Dal blog https://www.remocontro.it/

12 Settembre 2025 Piero Orteca

Il Nepal, piccolo ma cruciale Paese himalayano tra India e Cina, è stato messo a ferro e fuoco. In 48 ore, la rabbia popolare, aizzata dalla corruzione e dagli errori di un governo maldestro, si è selvaggiamente sfogata contro i politici e le istituzioni.

Kahtmandu a ferro e fuoco

Le immagini offerte dalla BBC sono impressionanti: incendi dolosi e violenze diffuse hanno devastato la capitale Kahtmandu. Polizia ed esercito si sono scontrati con turbe di dimostranti, inferociti per l’ostentato nepotismo della classe dirigente. Ma, soprattutto, decisi a fare rimangiare all’esecutivo un controverso divieto di utilizzo dei social media, «per preservare l’armonia sociale». In sostanza, un trucco da magliari, fatto da chi, spacciandosi per «custode della democrazia» pretende di controllare preventivamente la veridicità delle notizie, al fine di combattere le ‘fake news’. Ma che, in effetti, non fa altro se non censurare le informazioni e i messaggi giudicati scomodi per chi comanda.

Social media e censura mascherata

Già a novembre dell’anno scorso, era stato vietato l’accesso a ‘Tik tok’, con la giustificazione di proteggere dati sensibili dall’ingerenza cinese. Tuttavia, questa volta si è andati molto oltre, anche nel tentativo di spegnere le feroci critiche, alimentate soprattutto dai più giovani, che prendevano di mira e mettevano in risalto i privilegi della classe politica. Così, qualcuno, in alto loco, ha avuto l’infelice idea di bloccare, contemporaneamente, YouTube, Instagram, X, Facebook e via discorrendo. In totale sono state zittite 26 piattaforme. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. All’unisono, come se si fosse data un segnale, si è sollevata tutta la ‘Generazione Z’, i più giovani, che hanno fuso la loro protesta con quella, già preesistente, dei gruppi anticorruzione (i cosiddetti ‘Nepo-kids’). Ne è nata una miscela esplosiva, pura nitroglicerina sociale, perché a queste due categorie si è accodata, rancorosa e in cerca di improbabili vendette di classe, tutta la massa dei diseredati. Insomma, per farla breve, dopo i primi 19 morti il Premier, Sharma Oli, si è dovuto dimettere di gran corsa, mentre i rivoltosi assaltavano persino le case dei politici.

Assalto ai simboli del potere

E mentre l’esercito continuava a sparare sui manifestanti, la collera popolare aumentava, fino al punto che qualcuno ha pensato di fare un bel falò del Parlamento e di un paio di Ministeri. A quel punto, mentre Kathmandu, vista dall’alto, sembrava sotto un attacco di missili ipersonici, la rivolta è dilagata a macchia d’olio in tutto il resto del Paese. Non prima, però, che qualche stratega governativo (del giorno dopo) non avesse tentato un estremo gioco di prestigio: ritirare il decreto sui social media e ammettere di avere sbagliato. Tutto troppo tardi però, perché quando il popolo si inferocisce, per fermarlo ci vogliono i carri armati. E infatti è proprio a questo che pensano i militari, pronti a prendere il potere per sostituire un gruppo dirigente rivelatosi avido, inetto e odiatissimo da ogni singolo nepalese. I ribelli hanno persino cominciato ad assaltare le carceri, liberando finora quasi un migliaio di detenuti.

Come è strutturata la protesta

«Finora – sostiene la BBC – i manifestanti non hanno esplicitato le loro richieste, se non quella di riunirsi nell’ambito del più ampio appello contro la corruzione. Le rivolte sembrano spontanee, senza una leadership organizzata. All’interno del Parlamento si sono svolte scene di giubilo mentre centinaia di manifestanti ballavano e cantavano slogan attorno a un fuoco all’ingresso dell’edificio, molti dei quali sventolavano la bandiera del Nepal. Alcuni sono entrati nell’edificio –-prosegue la Tv britannica – dove tutte le finestre sono state sfondate. Graffiti e messaggi antigovernativi sono stati dipinti con lo spray sulla facciata esterna». Adesso, bisognerà vedere a chi darà il nuovo incarico il Presidente Ramchandra Paudel, che dopo le dimissioni di Oli è costretto a bruciare le tappe e a non perdere tempo, per evitare che la protesta abbia il sopravvento.

Nepal crocevia geopolitico

Il Nepal è un ammortizzatore di tensioni. Ma potrebbe benissimo diventare anche la camera di innesco di un’esplosione colossale, incastonato com’è tra India e Cina. E proprio questa sua peculiare posizione geografica e culturale ne influenza, in modo significativo, la storia politica. Il Paese è passato da monarchia a repubblica meno di vent’anni fa, al termine di una serie lunghissima di lotte intestine, che hanno visto protagonisti gruppi e partiti di ogni tipo, a cominciare dai maoisti di ispirazione cinese.

Naturalmente, ha fatto da contrappeso una formazione che guarda all’India (il Congress Party).

Così, oggi il governo del Paese è espressione di questa ‘Grosse Koalition’, che mette assieme l’area marxista filo-Pechino, con quella più centrista filo-Nuova Delhi. E questo spiega alcuni degli zig-zag, altrimenti incomprensibili, della politica estera nepalese. Non solo. Proprio la transizione incompleta del sistema istituzionale (il Paese è una Repubblica ‘prefabbricata’), unita ai suoi ormai cronici problemi sociali ed economici, fanno del Nepal una area di crisi, che potrebbe in qualche modo ‘infettare’ i potenti vicini. Il think tank Stratfor, per esempio in una lunga analisi, fa una riflessione comparativa con altre aree di instabilità della regione, come lo Sri Lanka e il Bangladesh, dimostrando la loro capacità di influenzare in qualche modo i fragili equilibri del subcontinente asiatico.

Equilibrismi tra Cina, Usa e India

«Nonostante la percezione che il Congresso nepalese e i partiti comunisti del Paese preferiscano generalmente relazioni più strette rispettivamente con l’India o la Cina – affermano gli analisti di Stratfor – il Nepal ha ampiamente beneficiato delle sue relazioni con entrambi i Paesi, oltre ai suoi legami con gli Stati Uniti, cresciuti significativamente sotto l’ex Presidente americano Joe Biden. In particolare, Cina e Stati Uniti hanno finanziato progetti infrastrutturali e altri programmi in Nepal, in parte spinti dalla più ampia rivalità geopolitica tra Pechino e Washington. Ciò significa che, in futuro, qualsiasi governo governerà il Nepal, rimarrà incentivato a bilanciare attentamente i rapporti con queste diverse potenze regionali e globali, e queste ultime monitoreranno l’evoluzione della situazione in Nepal nel tentativo di sostenere i propri interessi geopolitici».

Insomma, tenere aperto il bubbone himalayano, significa rischiare che i germi dell’instabilità possano contagiare le periferie dei potenti vicini. Per questo, Cina e India troveranno di sicuro il modo per aiutare a normalizzare la situazione politica, risolvendo una crisi che va arginata prima possibile.

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