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16 Settembre 2025 Fulvio Scaglione
Un’analisi di Fulvio Scaglione, la prima di due puntata, della situazione sul campo e dei risultati della guerra dall’invasione russa del 2022. Con la denuncia sulla propaganda che si nasconde in molti dibattiti televisivi forzati su chi vince e chi perde nella guerra in Ucraina.

Pseudo-confronti televisivi o agit-prop
Il rappresentante permanente della Federazione Russa alle Nazioni Unite, Vasilij Nebenzja, ha appena dichiarato all’Assemblea Generale che «ogni mese che passa avvicina il crollo del regime ucraino», sapendo benissimo che non è vero. E il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per parte sua, ha detto che «se la Russia non si prende tutta l’Ucraina abbiamo vinto», sapendo che prendersi tutto il Paese non è mai stato l’obiettivo del Cremlino. La realtà è invece molto sfumata, piena di riserve e contraddizioni che, tra l’altro, contribuiscono a complicare non poco le speranze e le ipotesi di trattativa.
Guerra che nessuno poteva vincere
Abbiamo sempre detto e scritto su InsideOver che né Russia né Ucraina (e i Paesi che l’appoggiano) avrebbero davvero vinto la guerra. E ci pare che la situazione attuale rispecchi tale pronostico. Questo perché sia la Russia sia l’Ucraina hanno ottenuto delle vittorie, ma non quella definitiva e, forse, nemmeno quelle che cercavano.
Dove la Russia non vince
Dopo aver fallito la spallata nel 2022, con quel tentativo di ‘Blitzkrieg’ su Kiev che aveva lo scopo di far fuggire all’estero il Governo Zelensky per installarne uno più compiacente, Vladimir Putin e i suoi hanno ripiegato su un obiettivo non meno importante ma più realizzabile: conquistare tutta la fascia Est dell’Ucraina, da Nord a Sud e dal confine russo fino al fiume Dnipro, per ricreare la cosiddetta Novorossija (costituita nel Settecento all’epoca della zarina Caterina la Grande), come Stato satellite o, come si è visto poi, come territorio annesso. Ci è andato vicino: la regione di Luhansk è presa al 100%, quella di Donetsk all’80%, quelle di Kherson e Zaporizhzhja intorno al 75%. E ci sono infiltrazioni russe in quelle di Sumy e Khar’kiv.
Molto vicino ma manca Odessa
Ma ci è andato solo vicino, perché manca il tassello decisivo: la città di Odessa. Da lì la fantasia e il coraggio dei combattenti ucraini, e il contributo decisivo dei satelliti, dei droni e dell’intelligence occidentale, hanno costretto la flotta russa del Mar Nero a battere in ritirata. Senza il controllo del Mar Nero l’importanza strategica della (presunta) Novorossija si riduce, mentre aumenta la difficoltà a controllarla. Forse anche per questo Putin, a quel che si capisce, chiede a Trump di avere ‘solo’ il Donbass (la Crimea è data per scontata) negli abbozzi di trattativa, mostrandosi disposto a restituire le parti occupate di Kherson e Zaporizhzhja. Nel frattempo, come abbiamo già raccontato, gli ucraini annunciano che tra morti, feriti e dispersi i russi avrebbero perso un milione e 100 mila soldati.
Dove l’Ucraina non vince
Anche nel caso dell’Ucraina bisogna evitare le facili conclusioni. La prima delle quali è questa. Per almeno due anni e mezzo, la linea di Zelensky e dei suoi alleati è stata: sconfiggeremo la Russia sul campo per ristabilire il diritto internazionale e riportare i confini dell’Ucraina al 1991 (ovvero, con la Crimea e tutti i territori attualmente occupati). Cose che non sono avvenute (la sconfitta della Russia e il ripristino dei confini) e probabilmente non avverranno mai. Questo, però, era evidente da tempo. La sconfitta, o se vogliamo la non vittoria dell’Ucraina (che, peraltro, non poteva battersi meglio o fare di più di così), è stata nel non riuscire a impedire che la guerra di movimento si tramutasse in una guerra di logoramento, in cui la Russia si muove a proprio agio.
L’evidenza delle piccole notizie
Basta seguire le notizie, per capirlo: quasi ogni giorno le truppe russe occupano un nuovo villaggio, ogni giorno arrivano dall’Ucraina le immagini degli arruolamenti forzati, quasi ogni giorno questo o quel Paese, quando non gli Usa o la Ue, è costretto a nuovi finanziamenti o altri armamenti nel calderone del conflitto per l’Ucraina.
Arruolamenti forzati, soldi e armamenti
Le tre ‘voci’ citate non sono banali. Logorio territoriale. È vero, come sottolineano molti, che le truppe russe non hanno realizzato alcun clamoroso sfondamento. Ma è altrettanto vero che avanzano da un anno e oggi controllano il 20% del territorio ucraino. Molti (per esempio Macron) ripetono che è poco, anche in omaggio al mantra fasullo che la Russia vuole prendersi tutta l’Ucraina (e perché no, anche l’Europa) e quindi finché si prende solo quello è sconfitta. Ma ne siamo proprio sicuri? L’Ucraina è vasta 603.628 chilometri quadrati, ed è il secondo Stato più grande d’Europa, dopo la Russia e prima della Francia. Il 20% del suo territorio sono quasi 121 mila chilometri quadrati, cioè poco meno della Grecia e poco più della Bulgaria. Nel cuore dell’Europa.
Cassaforte Donbass
Al di là del valore strategico, poi, il Donbass, è una specie di cassaforte di risorse naturali del valore di 7.500 miliardi. E i territori ora occupati dai russi ospitano, tra l’altro, il 40% dei giacimenti di terre rare dell’Ucraina (quelle del travagliato accordo tra Zelensky e Trump) e la centrale nucleare più grande d’Europa, quella di Zaporizhzhia.
Logorio demografico
Ella Libanova, la massima demografa ucraina, ha spiegato di recente che secondo tutti gli studi è lecito attendersi che l’Ucraina abbia circa 35 milioni di abitanti nel 2033. Calcolati però entro gli ormai irrealistici confini del 1991, che sono stati largamente erosi dall’invasione russa. Nei territori occupati dai russi, oggi vivono 8-9 milioni di ucraini, che al momento devono essere sottratti a quei potenziali 35 milioni. Questo in un Paese che nel 1991, al momento dell’indipendenza, aveva 52 milioni di abitanti. E poi c’è la questione degli emigrati e dei rifugiati. Sempre la Libanova spiega che circa 9 milioni di ucraini vivono fuori del Paese. Di questi, 2,5-3 milioni sono migranti economici che se ne sono andati prima dell’invasione russa. Dei 6 milioni fuggiti a causa della guerra, 4,1 milioni sono nei Paesi Ue (Polonia e Germania soprattutto). Torneranno, a guerra finita?
Fuga dall’Ucraina
La Libanova e altri studiosi dicono che se ne tornerà il 30% sarà già un successo. E più la guerra si prolunga più la percentuale dei possibili ritorni cala. Un mese fa, quando il Parlamento ucraino ha approvato la legge che consente l’uscita all’estero dei giovani tra 18 e 22 anni, nelle prime 24 ore sono uscite 11 mila persone. La mobilitazione prosegue ma sempre più spesso si tratta di una mobilitazione forzata. E le conseguenze si vedono: l’ultima ricerca Gallup mostra che ormai il 69% degli ucraini supporta l’idea di «negoziare la fine della guerra il più in fretta possibile», contro un 24% che vuole continuare a combattere, rovesciando le posizioni del 2022. Dove ‘negoziare’ vuol dire anche accettare un compromesso sui territori occupati (vedi sopra).
Logorio finanziario (anche europeo)
Il disincanto (per non dire disimpegno) trumpiano ha ovviamente aumentato l’esposizione degli europei, che hanno finora investito quasi 170 miliardi nel sostegno all’Ucraina, ritrovandosi con le bollette triplicate, un sistema industriale in affanno, lo spauracchio russo che impone enormi investimenti nella Difesa e genera un diffuso senso di isteria, come lo stress test dei droni entrati in Polonia (peraltro senza cariche esplosive) ha ben dimostrato. Per non parlare della generale sfiducia che l’attuale trend politico genera in molti Paesi Ue e di cui l’ultimo successo elettorale dell’AfD in Germania è ottimo testimone. Si parla, anche negli Usa, di incrementare le sanzioni contro la Russia. Ma Trump, prima di farlo, chiede che l’Europa smetta di comprare petrolio russo attraverso Paesi come India e Russia: una condizione-capestro, viste le condizioni e soprattutto i costi dei nostri rifornimenti energetici, definiti eccessivi e insostenibili anche nei rapporti di Mario Draghi.
Beni russi da sequestrare, ma quelli occidentali?
Aggiungendo tutto questo alle condizioni di cui sopra, quanto si può pensare di andare avanti così? Non è un caso, infatti, se in sede Ue si è riaperto il dibattito sulla devoluzione all’Ucraina dei beni (circa 300 miliardi tra Usa e Ue, con la gran parte in Europa) congelati alla Russia. Decisione che darebbe sollievo all’Ucraina, è indubbio, ma non danneggerebbe più di tanto la Russia, almeno stando ai calcoli degli stessi russi. I quali mettono insieme il valore dei beni occidentali che potrebbero congelare loro, con la rivalutazione delle loro riserve di oro (ne hanno per 250 miliardi di dollari) dal 2022 a oggi per concludere che il danno sarebbe minimo. Il che riporta tutto punto e a capo.
L’attuale strategia di Putin
Sono tutte queste considerazioni, assai più che la conquista di questo o quel villaggio nella regione di Donetsk, a sorreggere l’attuale strategia di Vladimir Putin. Strategia che vorremmo definire negoziale se non fosse che un negoziato vero pare oggi più lontano che mai. Nella prossima puntata vedremo di analizzare le “non vittorie” russe e l’influenza che esse possono avere sulle politiche del Cremlino.
(1, continua)