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Redazione Jacobin Italia 17 Settembre 2025
Note di redaz. Cliccando sulle parole in rilievo si aprono testi

La casa come nodo centrale delle attuali diseguaglianze e ingiustizie sociali, della carenza di politiche pubbliche e della necessaria critica alle forme dell’abitare
Come evidenziato dallo slogan xenofobo «Padroni a casa nostra», esiste una correlazione precisa tra il sovranismo come forma attuale e manifestamente autoritaria del neoliberismo e l’ideologia proprietaria riferita all’abitazione e agli spazi privati da difendere.
Questo numero di Jacobin Italia si occupa di indagare il tema della casa come nodo centrale delle attuali diseguaglianze e ingiustizie sociali, inquadrandolo dentro l’ultradecennale carenza di politiche pubbliche, contestualizzandolo all’interno delle trasformazioni delle forme speculative e del comando, e mettendo a critica la forma stessa dell’abitare dominante.
Partiamo proprio dalla descrizione, opera di Chiara Davoli, degli effetti concreti, sulla carne delle persone, della finanziarizzazione del capitale immobiliare: quando a decidere delle sorti delle città in cui viviamo sono fondi speculativi che non hanno alcuna connessione con il territorio in cui agiscono, cosa accade al diritto alla casa? Subito dopo, Alessandro Coppola passa in rassegna la mutazione del rapporto tra casa e proprietà privata. Il modello che era stato immaginato fin dal dopoguerra prevedeva che la maggior parte delle persone avrebbero dovuto vivere in una casa di proprietà. Con tutta evidenza, quello schema non funziona più e ciò ha diretta influenza sulla struttura delle diseguaglianze e sulle risposte che esse necessitano. Marco Peverini cerca dunque di capire come reagire all’ubriacatura immobiliare che colpisce in particolare chi sta in affitto. E dimostra che le alternative ci sono e che politiche praticabili esistono. Anche per combattere l’irruzione delle piattaforme digitali nel mercato delle case, ciò di cui si occupa Sarah Gainsforth, che da anni senza alcun vincolo legislativo stanno già ridisegnando la geografia sociale delle città.
Ne fa le spese la città pubblica, della quale parla Paolo Berdini discutendo con Carlotta Caciagli: in parallelo all’affermarsi del neoliberismo si è abbandonata ogni possibilità di regolazione urbanistica, come mostra il caso clamoroso di Milano che va ben oltre l’inchiesta giudiziaria. Quest’egemonia si è basata anche sull’ideologia proprietaria, scrive Giuliano Santoro, in conseguenza della quale le nostre città sono soltanto contenitori di spazi privati da sorvegliare, cui garantire sicurezza. Chiunque immagini forme alternative degli spazi viene guardato con sospetto. Quest’ideologia viene veicolata anche attraverso gli show neotelevisivi che hanno fatto degli agenti immobiliari le nuove star del piccolo schermo: il fenomeno viene indagato da Selene Pascarella.
Ma non bisogna dimenticare, osserva Enrico Gargiulo, il ruolo delle campagne securitarie e a difesa della legalità. Crociate tutt’altro che neutrali, visto che conferire alla proprietà privata un valore assoluto rispetto ad altri diritti significa fare una precisa scelta di campo. Ne sanno qualcosa i migranti, osservano Martina Lo Cascio e Giuliana Sanò, che ci indicano altre forme possibili dell’abitare. Tommaso Frangioni analizza un altro caso di studio: quello degli studenti, la cui posizione si pone all’incrocio tra diritto allo studio e diritto all’abitare.
Nell’inserto apribile di questo numero, compilato sullo scheletro di un depliant di annunci immobiliari neanche tanto lontani dalla realtà, Giulia Contini traccia un glossario della resistenza inquilina. Per capire in che modo le lotte possano incidere per cambiare le cose è interessante guardare alla città di Roma, dove si calcola che almeno diecimila persone vivano in case occupate dai movimenti per l’abitare. Rossella Marchini evidenzia luci e ombre del modello capitolino. Da Roma passiamo a New York, città della speculazione immobiliare per eccellenza: è in questo settore che ha fatto i soldi un certo Donald Trump ma è sempre qui, racconta Glyn Robbins, che si sperimentano possibili vie di uscita con le cooperative abitative. E poi andiamo in Spagna, dove Valeria Racu dialoga con Simone Guglielmelli della possibilità di mettere in piedi vere e proprie vertenze sindacali che intacchino la rendita. Altro territorio emblematico è il Sud Italia, da dove Federico Prestileo e Davide Curcuruto mettono in relazione i fenomeni di overtourism con le categorie di meridionalismo per capire come avanzino i processi di mercificazione della casa.
Fabrizia Ferrazzoli intervista invece Arianna Porcelli Safonov che ha messo in piedi un monologo sulla fuga dalla città, oltre la retorica sui borghi. Nel racconto di Simona Baldanzi, infine, si traccia la linea tra i luoghi operai e la speculazione edilizia. E si auspica che le storie dei primi infestino le vite di lusso dei nuovi inquilini benestanti.
Tutto ciò ha molto a che fare con la speculazione nell’epoca della fine della crescita, che è il tema del n. 58 dell’edizione statunitense di Jacobin che esce in contemporanea a noi, di cui come di consueto riproduciamo alcuni articoli. Doug Henwood prende le mosse da Keynes per ragionare sul confine sempre più indistinguibile tra operazioni speculative e investimenti produttivi. Martin Bernstein mette in evidenza come la prevalenza del settore finanziario produca sempre meno ricchezza, peraltro in una fase storica in cui servirebbero ingenti investimenti per rinnovare i processi produttivi e cambiare modelli consolidati. Aaron Benenav dimostra come la rendita non sia la causa della stagnazione economica bensì la risposta capitalista alla diminuzione dei profitti derivanti dalla produzione. E, per tornare al mattone, Owen Heaterley sottolinea che esiste un modo per indentificare l’epicentro delle recessioni: individuare dove di volta in volta viene costruito il grattacielo più alto.
Lo schianto finanziario prossimo venturo, dice Ramaa Vasidevan a Daniel Finn, sarà direttamente collegato anche alle criptovalute, bomba finanziaria a orologeria che Trump ha proceduto a piazzare nel cuore dell’economia Usa.