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19-09-2025 – di: Ezio Boero
Un’operazione in stile militare di 500 agenti di diverse agenzie federali ha circondato l’impianto automobilistico Hyundai a Ellabell in Georgia, trasformandolo in una zona di guerra ed effettuando il più grande raid contro l’immigrazione del secondo Governo Trump. Al raid del 4 settembre, denominato “Operazione Bassa Tensione”, hanno partecipato agenti di FBI, dell’immigrazione (negata), (contro la) droga e del dipartimento alcool / tabacco / armi ed esplosivi (questi quattro aspetti raggruppati nello stesso settore federale). Lo stabilimento da 7,6 miliardi di dollari, una joint venture coreana tra Hyundai e LG Energy Solution, si trova nella città di Ellabell, non lontano dal porto di Savannah, in Georgia. Esteso 12 chilometri quadrati, comprende una fabbrica di veicoli elettrici e una di produzione di batterie al litio, che è ancora in costruzione. Ricevuto un sussidio di 2 miliardi di dollari dal Governo dello Stato della Georgia, Hyundai si è impegnata a impiegare 8.500 lavoratori entro il 2031. Dei 475 lavoratori arrestati dall’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement)alla fine della giornata lavorativa, più di 300 erano coreani. Gli altri, soprattutto edili latini. Gli arrestati sono stati trasferiti in un campo di concentramento dell’ICE a Folkston, in Georgia, che ha una storia di condizioni disumane e violazioni riscontrate talvolta dagli stessi ispettori federali. I latini non hanno probabilmente grandi appoggi dai loro Paesi. Il raid risulterebbe il risultato di un’indagine penale che durava da mesi. Hyundai e LG hanno da subito dichiarato di non aver assunto direttamente nessuno dei lavoratori coreani arrestati, i quali, assoldati da subappaltatori, col loro tipo di visto provvisorio di permanenza negli USA, non erano autorizzati a fare lavori manuali. Che, nella fattispecie, erano pure pericolosi.
Lo stabilimento della Hyundai ha notoriamente una scarsa sicurezza del lavoro e di disinteresse di efficaci precauzioni antinfortunistiche: tre lavoratori, di cui un coreano, sono morti in due anni in incidenti prevenibili. E la più grande casa automobilistica coreana è pure nota per l’utilizzo di subappaltatori per aggirare le leggi locali del lavoro e oggetto negli anni di varie accuse legali per aver costretto i lavoratori immigrati a svolgere un lavoro pericoloso al di fuori dell’ambito dei loro visti. Ed è infine conosciuta per il contrasto all’ingresso del sindacato nelle sue aziende, caratteristica assai diffusa negli Stati Uniti, e soprattutto negli Stati del Sud e/o governati dai Repubblicani, che stabiliscono leggi apposite, paradossalmente definite di “diritto al lavoro”, che intaccano l’attività sindacale e la raccolta delle quote. Ad agosto, un giudice federale statunitense ha emesso una prima sentenza contro la controllata Hyundai Glovis Georgia e il subappaltatore GFA Alabama, i cui ingegneri messicani affermano di essere stati portati nel paese attraverso il programma di visti ex accordo di libero scambia NAFTA, che prevede di fare un lavoro professionale. Ma sono stati assegnati alla catena di montaggio e al magazzino, e pagati solamente 11 dollari l’ora, mentre i loro colleghi avevano una retribuzione di 17-18 dollari l’ora per lo stesso lavoro.
Già nel 2022, l’agenzia di stampa Reuters ha documentato che quattro impianti di fornitori Hyundai in Alabama utilizzavano i bambini immigrati minorenni, adibiti in fabbrica a pericolosi lavori, mentre nel 2024 il Dipartimento del Lavoro ha citato in giudizio Hyundai e una delle sue agenzie di personale subappaltato dopo che una ragazza di 13 anni è stata trovata a lavorare 50-60 ore a settimana nello stabilimento, invece di frequentare la scuola media. La fattispecie di reato è quella di “traffico di esseri umani”. Da decenni la piaga del lavoro minorile è diffusa negli USA. Come si vede nel caso di Hyundai, lo è, non solo nei lavori agricoli, nei quali si presume lavorino 500.000 bambini, dall’età di 8 anni, che raccolgono, per più di 10 ore al giorno, frutta e verdura a contatto con pesticidi e sotto il sole cocente, pagando la loro attività con 100.000 incidenti sul lavoro di varia entità all’anno e un quinto degli infortuni mortali. Tutta la filiera dell’alimentazione (imprese che coltivano, confezionano, consegnano, cucinano, vendono e servono il cibo) si regge in maniera consistente su lavoro minorile, anche con forme considerate illegali ai sensi di legge… Pure alcune grandi imprese di trasformazione lo utilizzano, alla faccia delle pur limitate normative in vigore, peraltro corrette al ribasso in molti Stati degli USA governati dai repubblicani.
Tornando al raid in Georgia, il Governo sudcoreano ha offerto supporto legale ai coinvolti, cercando di riportarli in patria e Hyundai probabilmente se la caverà dalla responsabilità di far lavorare persone con minori paghe e meno diritti e più esposte a infortuni. Ha già messo le mani avanti dichiarando che «ci aspettiamo lo stesso impegno al rispetto delle leggi da parte di tutti i nostri partner, fornitori, appaltatori e subappaltatori». Ma evidentemente questo impegno non lo impone per iscritto nei contratti di appaltizzazione del lavoro. all’automobile elettrica, ulteriore trasferimento di fabbriche dalle roccaforti auto del nord-est, ormai smantellate, al Sud degli USA, che svolge una funzione di dumping sociale.
Trump ha cavalcato l’episodio, non per denunciare lo sfruttamento dei lavoratori e rafforzare la sicurezza sul lavoro e la protezione della salute e dei diritti dei lavoratori ma per ribadire sui social media che gli investimenti delle società straniere sono i benvenuti se assumono e addestrano lavoratori statunitensi.
Cioè, se si attengono strettamente ai suoi diktat ricattatori che diminuiscono i dazi delle merci in ingresso negli USA a quei Paesi che producono e assumono “americano”: Hyundai ha investito miliardi di dollari, molti dei quali pagati dalle casse statali, per creare una di queste strutture in Georgia, come parte di un accordo stipulato con la Corea del Sud per investire 350 miliardi di dollari in progetti collocati negli USA per poter ottenere tariffe daziarie ridotte al 15%.
Ciò rafforza anche l’agenda anti-immigrati del presidente e il suo tentativo di rappresentare i lavoratori “americani”, in contrapposizione ai sindacati che non lo appoggiano.
E, mentre contesta l’emergenza climatica e i contributi dati dall’amministrazione Biden alla riconversione alle auto elettriche, è costretto a tener conto che le imprese l’hanno ormai iniziata e la grande produzione delle necessarie batterie è dominata da produttori asiatici. Imprese che, nota il New York Times, di solito portano negli USA i propri ingegneri e tecnici, a causa della loro superiore professionalità in materia e delle cautele per non diffondere la loro proprietà intellettuale del prodotto. Il problema è che i sindacati statunitensi, nello specifico United Workers Union (UAW), cercano i medesimi posti di lavoro.
Infatti, UAW, che pure i dazi trumpiani sulle auto aveva approvato, ha condannato le condizioni di lavoro presso Hyundai e il suo «sfruttamento del lavoro immigrato per costruire le sue fabbriche e catene di approvvigionamento», aggiungendo che «UAW starà sempre con tutti i lavoratori, immigrati e nativi allo stesso modo, contro le imprese non sicure e gli attacchi militarizzati sui nostri luoghi di lavoro».
Dove, en passant, è assurdo l’utilizzo del termine “nativi” in un Paese dove tutti sono immigrati, salvo quelli risparmiati da decenni di iniziali trasferimenti forzati e stermini.
Anche la grande Confederazione sindacale AFL-CIO, a cui UAW aderisce, ha detto, da parte di Yvonne Brooks, presidente di quella federazione in Georgia, che «quando più lavoratori sono morti durante la costruzione di questo impianto di Hyandai, l’unica azione federale che potrebbe essere giustificata è quella di rafforzare l’applicazione della sicurezza sul lavoro e la protezione della salute e di altri diritti dei lavoratori, ben lontani dai raid dell’ ICE».
Più attiva pare la Confederazione coreana dei sindacati, che ha organizzato in Corea negli ultimi anni una serie di iniziative itineranti contro gli abusi Hyundai dei subappaltatori.
Una lotta sindacale durata 20 anni che ha contribuito ad approvare ad agosto il Labor Union Act, che ha esteso i diritti sindacali ai lavoratori coreani impiegati dai subappaltatori.
Dunque il sindacato coreano ha potuto oggi denunciare fermamente Trump per aver punito, non i subappaltatori sfruttatori della manodopera, ma gli immigrati impiegati nelle fabbriche Hyundai negli Stati Uniti.
Lo stesso hanno sostenuto varie associazioni statunitensi che si occupano dei diritti civili e lavorativi, che sono strettamente intrecciati nel Sud degli USA; gruppi come Migrant Equity Southeast si sono impegnati a contribuire a sostenere e fornire cibo e alloggio alle famiglie colpite dalla perdita di un membro, operaio in Hyundai, incarcerato e/o espulso dal Paese, mentre l’American Immigration Council, un’associazione politico-giuridica nazionale difende il fatto che «i lavoratori immigrati sono la spina dorsale della nostra economia, colmando le lacune critiche del lavoro nel settore manifatturiero e oltre» (a livello nazionale, infatti, il 5,7% dei lavoratori manifatturieri non hanno documenti in regola e in Georgia sono il 6,7%). Stessa posizione hanno espresso anche gli imprenditori californiani che avevano chiesto esplicitamente a Trump di esentare i loro settori, soprattutto quello agricolo, dai raid minacciosi dell’ICE, quando i rastrellamenti, condotti da militi mascherati, hanno smentito le affermazioni di Trump secondo cui sarebbero state indirizzati verso “criminali” e “assassini”. Risulta che detti raid californiani, prima delle “occupazioni” di Washington e della prevista Chicago, abbiano espulso un numero indefinito di persone ma incarcerato finora 61.225 persone, il 70% delle quali senza condanne penali e di questi ultimi la maggioranza con a carico reati non violenti o minori come violazioni del traffico.
Nel frattempo, l’offensiva di sindacalizzazione del Sud lanciata con 40 milioni di dollari da UAW dopo il rinnovo nell’autunno del 2023 dei tre contratti delle grandi dell’auto USA (Ford, General Motors ed ex Chrysler, oggi in Stellantis) procede con grandi difficoltà, ostacolata dai governi statali, delle imprese che destinano milioni allo union busting (contrapposizione al sindacato appaltata ad aziende specializzate) e anche dal timore degli operai di perdere il lavoro, se sindacalizzato: un solo successo, presso la Volkswagen di Chattanooga, nel Tennessee (senza finora la firma di un contratto collettivo) e la sconfitta in Mercedes- Benz (a Vance, in Alabama) e in altre imprese dove non si è finora raggiunto il consenso scritto del 30% della forza lavoro per far indire dal NLRB (l’ente federale sul diritto alla sindacalizzazione) il voto d’ingresso. Consenso ottenuto, invece, nella nuova fabbrica di batterie elettriche BlueOval SK, nel Kentucky, di proprietà di una partnership tra SK On e Ford, da una risicata maggioranza (contestata dall’azienda) dei 750 addetti finora assunti sui 5.000 previsti. Tentativi messi ulteriormente in discussione dal repulisti che Trump ha fatto nel NLRB (che ad oggi lo ha paralizzato a livello federale) licenziandone un membro determinante per la maggioranza progressista nell’agenzia, preceduto dall’immediata revoca della direttrice protagonista del notevole appoggio che l’Ente ha dato per quattro anni a una certa ripresa del movimento sindacale e alla sua difesa dai grandi ostacoli padronali.
Fonti principali:
M. Freeman, Sweeping Immigration Raid at Hyundai Plant Is an Attack on All Workers, Left Voice, 5.9
UAW, UAW Issues Statement Condemning Dangerous Working Conditions and Immigration Raid at Hyundai, 7.9
M. Elk, Following ICE Raid in Georgia, Concerns Raised About Human Trafficking at Hyundai, The American Prospect, 8.9
O. Evans, Contested votes and NLRB vacancy: What’s next for workers after BlueOval SK union election, Courier Journal, 8.9