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21 Settembre 2025 Antonio Cipriani
Dalla terrazza di legno del rifugio più frikkettone d’Italia si vede il mondo. È come un piccolo palcoscenico che digrada verso il prato, il sentiero e il bosco. Panni stessi ad asciugare. Un drappo palestinese sventola lungo una cornice di cavalli del vento colorati, bandierine di preghiera dialogano con gli sguardi e con la profondità dell’orizzonte.
Per arrivare al Rifugio Parco Antola, in Liguria, occorre camminare un paio d’ore. La bellezza si deve conquistare passo dopo passo. Ci sono tante strade, qualcuna più corta o più ripida, da percorrere a lunghe falcate esperte o lasciandosi cullare dalla magia dell’incontro. Noi siamo partiti da Casa del Romano che ospitava il comando partigiano della Terza Brigata Garibaldi “Germano Jori”, e faceva parte della Divisione Cichero, quella nota anche per il rigore morale del Codice Cichero. Su queste montagne hanno combattuto, e tanti sono morti, per questa libertà che oggi ci sembra fin troppo scontata.
Un cammino di pensieri e storia. Assaporando la lentezza, scoprendo le vacche arancio dolcemente ruminanti, prendendo auspici di speranza dall’agrifoglio punteggiato dal rosso delle bacche, scovando i primi ciclamini pronti a reclamare il privilegio dell’autunno.
Antola dal greco anthos, fiore
Siamo qui, silenziosi per risparmiare fiato, a esercitare il diritto alla memoria, per ricordare e ricordarci come i luoghi che la nutrono coltivino comunità e democrazia vera. Siamo qui per testimoniare questa vicinanza, a mettere passi, respiri e progetti in connessione con chi agisce perché il mondo sia un posto migliore ogni giorno.
Quando entri nel rifugio lasci le scarpe e indossi ciabatte. Linda ti accoglie con un sorriso luminoso, Igor e Flavio disegnano itinerari tra la cucina e i tavoli. Davide, sguardo limpido, ieratico, prepara cose buone perché prima di parlare di libri, di “Ritratti a viva voce – di donne che impugnano la loro vita come una bandiera e una testimonianza di futuro” e di altre storie belle, occorre metterci seduti intorno a un tavolo a bere un po’ di barbera mangiando polenta.

Poi l’incontro. Tre donne, sedute al tavolo, alle spalle la vetrata sul parco.
Dolce e coraggiosa, Linda Ghigino, la padrona di casa, protagonista di una delle venti storie del libro. Essenziale, imprescindibile, Valentina Montisci, la curatrice del volume. Cordiale, profonda Carlotta Farina, che ha scritto con passione la storia di Linda e si è raccontata con delicatezza e rigore. Quanto cuore nelle parole che ho usato, parlando di cura, coraggio e della profondità che origina dal cuore. Ascoltarle è stato emozionante, impossibile non farlo con un sorriso delicato sulle labbra. Con amore per tanta bellezza.
Attraverso la vetrata, oltre i faggi, una gemma verde smeraldo dalla forma sinuosa cattura lo sguardo. Coronato da nuvole basse, a spezzare un inseguirsi di monti e colline, c’è il lago del Brugneto.
Carlotta tesse la serata di conversazioni. Nel suo testo ha scritto: “Linda ha fatto del rifugio un piccolo avamposto culturale, un crocevia di idee, esperienze e visioni del mondo”. E col suo sorriso spiega che questa frase è un filo di connessione a unire spazi di abitare civile, diversi, esperienze che dialogano. Come il rifugio quassù in montagna e Vald’O nella valle dell’Orcia, sotto l’Amiata sacra. Porti aperti dove chi arriva non è di passaggio, diventa paesaggio, lascia un pezzo di sé e porta via qualcosa in cambio.
Tre donne splendide. E tante altre ad ascoltare, a stringersi in un abbraccio, dopo essere salite fin quassù in montagna, calpestando i sassi della resistenza, I suoi fiori, rinnovando il patto generoso con la libertà da difendere, metro su metro.
Valentina è schiva, è stata capace di costruire un libro di relazioni e amicizie; qualcuna già c’era, altre sono nate nel viaggio. Parla e sembra coccolare Carlotta e Linda, donne giovani dell’utopia concreta, con la loro forza e tenerezza, con la semplicità delle cose giuste che ci danno speranza per il futuro. Senza questa speranza, senza queste giovani donne toste e non omologate, non servirebbe lottare…
Linda è emozionata e sa emozionare. Per raggiungere il suo rifugio – dice nel suo intervento -, per fare del pensiero un’azione e condividere spazio, idee, progetti, è necessario fare fatica. Occorre mettersi in viaggio, in salita. Scegliere di prendersi tempo, di respirare la natura, di saper aspettare, di accontentarsi del sole e della pioggia, delle panche di legno, della condivisione come filosofia di vita vissuta e non come quella roba solo virtuale, annoiata o modaiola, da spettatori mediatici.
Come Luisa, che nel libro è stata raccontata: ha portato il suo mondo rivoluzionario, il Vivo d’Orcia, la sua cucina geniale e la filosofia del dis-abbandono, del riprendersi i luoghi di comunità dall’abbandono forzato e incivile, figlio del profitto oscuro.
O come Fulvia, che non smetterà mai di insegnare a chi ha bisogno di imparare la lingua italiana, non c’è pensione che tenga: lei è una delle venti autrici ed è stato il sostegno principale per Valentina nella revisione dei testi.
‘Ritratti a viva voce’
Quindi cinque donne splendide, testimoni di un progetto, quello di “Ritratti a viva voce” che si è messo in cammino, senza fretta, senza marketing, senza paura. Con la consapevolezza che nel tempo del colonialismo culturale dominante, occorre riprendersi la parola. Ricominciare a raccontare e a raccontarsi, prima che siano soltanto gli altri a costruire modelli mediatici farlocchi di gestione narrativa omologante, capaci di far credere che ingiustizie e bruttezza siano solo inesorabili dettagli del progresso.
Prima di partire gli abbracci sono forti e sinceri. Promesse di nuovi incontri, di altri progetti fertili sulla soglia del nostro abitare civile. Celebrando il poco e il niente, il seme dentro il seme, le cose semplici e meravigliose che la vita ti offre.