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23 Settembre 2025 Piero Orteca
Le guerre continuano a uccidere i bambini anche quando sono finite. In Afghanistan, dopo vent’anni di presenza ‘umanitarie’ occidentali e centinaia di migliaia di vittime, tornati i talebani, oggi si muore di fame più di prima. Ma Trump rivuole indietro la base aerea di Bagram.

Un crocevia strategico da controllare
Questa è una storia tragica, disperata e paradossale, nello stesso tempo, perché mette assieme la sacralità del sostegno alla cooperazione internazionale, col cinismo della geopolitica. Dunque, in un’epoca in cui altre aree di crisi calamitano la nostra attenzione, nel montuoso e aspro Paese centrasiatico si continua a giocare una dura partita di potere tra Usa, Cina e Russia. L’Afghanistan è una specie di ‘cerniera strategica’ tra queste tre superpotenze e, in teoria, un’ottima testa di ponte per controllare tutte le rotte che, dall’Estremo Oriente, portano verso il resto del continente. E viceversa. Per questo l’Armata Rossa di Brezhnev l’aveva invaso, facendo il passo più lungo della gamba e scatenando quasi mezzo secolo di massacri. La sua posizione, poi, ha acquistato un valore ancora maggiore dopo l’acuirsi della rivalità tra Washington e Pechino. Ma Trump, durante la sua prima Presidenza, aveva pensato che restare a Kabul costasse troppo e che, in fondo, non ne valesse la pena: la democrazia, a volte, non la si può imporre per decreto. O, peggio ancora, sulla punta delle baionette. Così avviò i colloqui di Doha, in Qatar, per fare le valigie e risparmiare. Dollari e vite. Biden, poi, non ha fatto altro che portare avanti il piano di disimpegno di Trump, coordinando però, in maniera maldestra, la più sgangherata delle ritirate. Che, per la verità, sembrava una vera fuga ignominiosa a gambe levate (quasi sul modello Saigon) piuttosto che il tranquillo ritorno da una missione di ‘peacekeeping’.
Gli Usa ora rivogliono quella base
Dopo cotanto macello, la notizia sorprendente è che ora Trump ci ha ripensato: vuole di nuovo indietro la grande base aerea di Bagram, precipitosamente abbandonata dai soldati americani, mentre scoppiavano bombe da tutte le parti. Quella che era un’indiscrezione (che circolava da alcune settimane), ha trovato in questi giorni risalto sui mass media Usa. Tra i primi a rilanciarla, Zachary Cohen e Natasha Bertrand, della CNN, i quali hanno detto che da mesi il Presidente Donald Trump sta insistendo silenziosamente con i suoi responsabili della Sicurezza nazionale affinché trovino un modo per riprendersi la base aerea, sottraendola ai talebani. Fonti anonime dell’Amministrazione hanno ragguagliato la CNN sui retroscena: «L’abbiamo data ai talebani senza far pagare nulla», ha detto Trump giovedì durante una conferenza stampa. «Le fonti – secondo la CNN – hanno riferito che le conversazioni sulla restituzione della base al controllo degli Stati Uniti risalgono almeno a marzo. Trump e i suoi alti funzionari per la Sicurezza nazionale ritengono che la base sia necessaria per diverse ragioni, tra cui sorvegliare la Cina (il cui confine dista meno di 800 chilometri) e i suoi siti nucleari. Inoltre, sarebbe utile per ottenere l’accesso a terre rare e miniere in Afghanistan; istituire un nodo antiterrorismo per colpire l’ISIS; e forse riaprire una sede diplomatica. Non è chiaro – conclude la CNN – se e come i talebani si siano confrontati con gli Stati Uniti per cedere il controllo dell’importante aeroporto. Ma Trump ha lasciato intendere che gli Stati Uniti hanno influenza sul gruppo». Il Presidente è stato infatti pesantemente allusivo: «Stiamo cercando di riprendercela perché i talebani hanno bisogno di qualcosa da noi. Vogliamo indietro quella base. Nel linguaggio di Trump, quel ‘bisogno di qualcosa’ significa sicuramente ‘soldi’ che in afghano si traduce in cibo.
L’allarme del World Food Program
E qui torniamo ai bambini che muoiono di fame. L’economia del Paese è in ginocchio e, a quanto pare, lo smercio di papavero da oppio (il principale export) è stato contrastato dal nuovo governo talebano. Ma non ci sono ancora alternative lecite credibili. Si campa principalmente alla giornata e, soprattutto, di aiuti internazionali. Tasto dolentissimo, perché l’Occidente non ha solo ritirato le truppe, ma anche i dollari. L’allarme è stato lanciato clamorosamente dal WFP, il World Food Program, l’Agenzia delle Nazioni Unite incaricata di combattere la malnutrizione a livello planetario. Il Paese – dice il rapporto WFP – è già alle prese con una crescente malnutrizione, rimpatri forzati da Pakistan e Iran, una siccità sempre più intensa e un forte calo degli aiuti umanitari dovuto a limitazioni finanziarie. Per andare avanti, l’Agenzia «ha urgente bisogno di 568 milioni di dollari per operazioni salvavita fino a febbraio 2026». Purtroppo, però, i contributi (in massima parte occidentali) sono vergognosamente crollati. In particolare, gli Stati Uniti di Trump (finora) li hanno ridotti del 70 per cento. Come la Germania del Cancelliere Merz. Tagli significativi sono arrivati anche dall’Unione Europea. Eppure, come avverte il rapporto WFP «quasi un terzo della popolazione afghana – fino a 15 milioni di persone – necessita di assistenza alimentare d’emergenza per sopravvivere. Otto famiglie su dieci non possono permettersi una dieta minimamente nutriente e tre famiglie su quattro devono chiedere prestiti per acquistare generi alimentari di base. Si prevede che, nel 2025, 3,5 milioni di bambini in Afghanistan saranno malnutriti. È una cifra enorme. Non si è visto mai niente del genere negli ultimi quattro anni».
Gli aiuti umanitari arma politica
La verità dei colloqui segreti, rivelata dal think tank Stratfor è che gli Stati Uniti «potrebbero cercare di incentivare i talebani afghani a raggiungere un accordo in cambio di una qualche forma di assistenza economica o umanitaria, che aiuterebbe l’Afghanistan a gestire ulteriori ondate di migranti afghani deportati dall’estero in un momento in cui gli aiuti al Paese sono diminuiti». Difficile che ciò accada, dicono gli analisti, perché i talebani si sono opposti a una ripresa della presenza militare statunitense in Afghanistan. «Considerata la costante resistenza dei talebani afghani alle pressioni internazionali affinché allentino la loro linea dura di governo in cambio di incentivi come aiuti economici e umanitari – sentenzia Stratfor – è difficile che il gruppo cambi la sua posizione su un dispiegamento militare statunitense, indipendentemente dagli incentivi offerti. Nell’improbabile eventualità di un accordo, i militanti prenderebbero di mira con insistenza qualsiasi rinnovata presenza statunitense in Afghanistan e riconquistare l’aeroporto di Bagram sarebbe quasi certamente uno sforzo costoso che richiederebbe probabilmente l’impiego di migliaia di soldati e personale civile statunitense per riparare o costruire strutture di base e fornire protezione».
Insomma, l’Afghanistan resta una causa persa. Per l’America, prima di tutto, e per l’Europa in generale. Che continuano a occuparsi di alta filosofia politica e danno a tutti lezioni di etica e di diritto internazionale. Ma che non si accorgono che dove hanno speso miliardi di dollari, per ‘esportare’ la democrazia, i bambini stanno peggio di prima e continuano a essere sterminati dalla fame e dalle malattie.
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MEMORIE LONTANE
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