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4 Ott , 2025|Giuseppe Gagliano
Mentre a Gaza continuano i bombardamenti e il conflitto israelo-palestinese scuote la diplomazia internazionale, un capitolo meno visibile, ma non meno decisivo si gioca nei mercati finanziari.
È qui che, secondo un gruppo di organizzazioni non governative europee e statunitensi, si trova una parte fondamentale dell’infrastruttura che permette a Israele di sostenere a lungo la propria campagna militare.
I rapporti pubblicati da BankTrack, dalla ONG olandese PAX e dal centro di ricerca Profundo descrivono con dovizia di particolari come il debito pubblico israeliano – e in particolare una serie di obbligazioni denominate “war bonds” – sia stato collocato con l’aiuto delle più grandi banche d’investimento del mondo, che avrebbero così contribuito indirettamente a finanziare le operazioni di guerra.
Secondo questi rapporti, tra la fine del 2023 e il 2025 Israele ha raccolto sui mercati internazionali oltre 15 miliardi di dollari, una cifra eccezionale per un Paese in guerra, grazie a emissioni obbligazionarie che i documenti del Ministero delle Finanze israeliano avrebbero collegato al rafforzamento del bilancio della difesa. La logica non è diversa da quella usata da molti Stati nel corso della storia: emettere titoli di debito per sostenere lo sforzo bellico, confidando nella capacità di rimborso a conflitto finito. La differenza, sostengono le ONG, sta nella rapidità e nella facilità con cui Israele è riuscito a piazzare queste obbligazioni grazie al sostegno di alcune delle principali banche globali.
Le ONG indicano un gruppo di sette istituti come protagonisti del collocamento.
Goldman Sachs, storica banca d’affari statunitense, avrebbe svolto il ruolo principale di “bookrunner” nelle emissioni, sottoscrivendo da sola – cioè acquistando in anticipo e rivendendo al mercato – oltre 7 miliardi di dollari di titoli.
Bank of America, altra colonna di Wall Street, avrebbe fatto parte del gruppo di gestione di più collocamenti internazionali, compreso quello da 8 miliardi di dollari del marzo 2024, un’operazione record conclusa in poche ore.
Citigroup, oltre a partecipare come sottoscrittore, avrebbe assunto funzioni di fiscal agent, paying agent e registrar, cioè di responsabile tecnico per i pagamenti delle cedole e per la registrazione dei titoli, un ruolo che indica un coinvolgimento strutturale e duraturo.
A completare il quartetto statunitense c’è JPMorgan Chase, anch’essa presente nei principali sindacati di collocamento.
Accanto alle banche americane, nei rapporti compaiono anche tre grandi istituti europei.
La britannica Barclays, tradizionalmente molto attiva nel mercato dei titoli sovrani, è indicata come una delle principali sottoscrittrici e per questo è stata al centro di forti contestazioni da parte di associazioni di cittadini e di alcuni fondi etici britannici, che hanno organizzato proteste durante le assemblee annuali della banca.
Deutsche Bank, il maggiore gruppo bancario tedesco, avrebbe agito come co-bookrunner nelle emissioni internazionali, mentre la francese BNP Paribas sarebbe stata coinvolta come co-manager in alcune delle principali operazioni, compresa quella del 2024.
Gli attivisti sottolineano che queste banche non si sarebbero limitate a fornire un servizio tecnico.
Il loro ruolo di underwriter implica che abbiano comprato in blocco i titoli al momento dell’emissione, fornendo così allo Stato israeliano la liquidità immediata necessaria a coprire le spese, e abbiano poi rivenduto i bond agli investitori istituzionali.
Non solo: la loro presenza ha inviato al mercato un segnale di fiducia, incoraggiando fondi pensione, assicurazioni e gestori di portafoglio a considerare i titoli israeliani un investimento sicuro nonostante l’instabilità geopolitica. Questo effetto reputazionale, secondo BankTrack e PAX, ha contribuito ad abbassare i tassi d’interesse e a facilitare un afflusso rapido di capitali che avrebbe sostenuto direttamente il bilancio della difesa israeliana nel pieno dell’offensiva su Gaza.
Le accuse delle ONG vanno oltre l’aspetto finanziario e toccano quello legale e morale. Se i proventi di questi bond vengono usati per operazioni militari che causano vittime civili o che violano il diritto internazionale umanitario, chi ne facilita l’emissione, sostengono gli attivisti, potrebbe essere considerato complice almeno sul piano etico, se non addirittura su quello giuridico. Non esistono per ora procedimenti giudiziari, ma la questione alimenta un dibattito crescente su responsabilità e doveri delle istituzioni finanziarie nei conflitti armati.
Le banche citate respingono le accuse di complicità. Sostengono di operare come intermediari per conto di clienti e di non avere alcun controllo sull’uso finale dei fondi raccolti. Tuttavia, l’impatto reputazionale non è trascurabile: il caso di Barclays, che secondo la stampa britannica avrebbe valutato di rinunciare a partecipare ad alcune aste di titoli israeliani, dimostra che la pressione dell’opinione pubblica può influire sulle scelte strategiche.
Anche altri istituti starebbero riesaminando le proprie politiche ESG – ambientali, sociali e di governance – per ridurre i rischi d’immagine.
L’intera vicenda mostra come le guerre moderne non si combattano solo sui campi di battaglia ma anche sui mercati del debito.
La capacità di un governo di finanziare le proprie operazioni militari dipende in larga misura dalla disponibilità di intermediari globali pronti a sostenere le emissioni sovrane. Secondo gli analisti di PAX, se le grandi banche avessero rifiutato di partecipare al collocamento, Israele avrebbe probabilmente incontrato maggiori difficoltà e costi più alti per reperire i fondi necessari, con possibili ripercussioni sul ritmo e sulla portata dell’offensiva.
Il dibattito sul ruolo etico della finanza nei conflitti è destinato a proseguire. Alcuni fondi sovrani e investitori istituzionali europei hanno già avviato revisioni interne per valutare l’esclusione dei cosiddetti “war bonds” dai propri portafogli, mentre organizzazioni per i diritti umani chiedono ai governi occidentali di introdurre norme che vietino agli intermediari di sostenere finanziariamente guerre in corso. Nel frattempo, i grandi nomi della finanza globale si trovano al centro di un conflitto che non è solo armato ma anche economico e morale: la loro scelta di continuare o meno a collaborare con le emissioni israeliane potrebbe avere conseguenze concrete non solo sui bilanci ma, indirettamente, anche sulla prosecuzione stessa della guerra.
- BankTrack – Seven underwriters of ‘war bonds’ instrumental in enabling Israel’s assault on Gaza (2024): https://www.banktrack.org/news/seven_underwriters_of_war_bonds_instrumental_in_enabling_israel_s_assault_on_gaza_new_research_finds
- PAX for Peace – War Bonds: How banks help fund Israel’s war chest (2024): https://paxforpeace.nl/news/war-bonds-banks-invest-in-israels-war-chest
- Profundo – Financial flows to Israel’s war effort – Research report (2024): https://www.profundo.nl/en/publications/financial-flows-israel-war-effort