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Lorenzo Zamponi 4 Ottobre 2025
n movimento che vede l’ingiustizia drammatica subita dai palestinesi come una forma estremizzata di quelle che segnano l’intera società. Ora è la principale opposizione al Governo Meloni, che non sembra attrezzato ad affrontare una stagione di conflitto sociale
Una marea infinita. «Non vedevo un corteo del genere da vent’anni». «Forse contro la guerra in Iraq, ma non ne sono sicuro. Forse dagli anni Settanta». Ci si scambia commenti di questo genere, in ogni città italiana, dopo l’incredibile ondata di partecipazione allo sciopero generale del 3 ottobre che ha visto 2 milioni di persone scendere in piazza per Gaza.
I prodromi si erano visti con gli scioperi del 19 e soprattutto del 22 settembre, quando cortei imponenti avevano sfilato in molte città italiane in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e la sua missione marittima verso Gaza. L’attacco delle forze armate israeliane alla Flotilla, iniziato intorno alle 19 di mercoledì 1 ottobre, ha provocato reazioni ancora più forti. Sotto lo slogan «Blocchiamo tutto», cortei spontanei di decine di migliaia di persone hanno bloccato strade e stazioni già nella serata di mercoledì in molte città, con picchi enormi di partecipazione a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Firenze. L’antipasto della giornata straordinaria del 3 ottobre, quando lo sciopero generale proclamato da Cgil, Usb e altri sindacati di base ha portato in piazza 2 milioni di persone. Non semplici cortei: sono state bloccate strade, stazioni ferroviarie, tangenziali, autostrade, porti, aeroporti, interporti. Uno sciopero vero, con l’obiettivo concreto di bloccare il paese e mettere alle strette il governo Meloni rispetto al genocidio in corso.
Un’ondata di partecipazione di dimensioni, intensità e radicalità con pochi precedenti nella storia recente del paese, che raccoglie il portato di due anni di mobilitazioni per Gaza ma lo proietta su un piano di massa che quelle mobilitazioni non avevano mai conosciuto. E il 4 ottobre si torna in piazza a Roma, per un corteo nazionale convocato da una serie di realtà palestinesi. C’è da riflettere su cosa abbia permesso questo salto di qualità, su come Gaza sia diventata la metafora di tutte le ingiustizie del mondo e la Flotilla quella di ogni atto umano di resistenza e solidarietà. Difficile prevedere il futuro di questo movimento, e sbagliato cercarne una proiezione elettorale. Giorgia Meloni e la sua destra restano saldi alla guida del governo e, se si votasse domani, sarebbero in ottima posizione per ottenere un altro mandato. Qualcosa però scricchiola, nel dominio di una destra che non è mai stata egemone nella società italiana, che ha ottenuto una maggioranza parlamentare solo a causa di un’astensione record e che preferisce galleggiare sull’apatia sociale che affrontare il conflitto.
Un lungo weekend
«Mi sarei aspettata che almeno su una questione che reputavano così importante non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì, perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». L’infelice battuta con cui la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha cercato di liquidare come una vacanza lo sciopero generale è stata un gigantesco boomerang, così come il tentativo del ministro dei trasporti Matteo Salvini di impedire lo sciopero per presunta assenza del necessario preavviso.
Non c’è stato nessun «weekend lungo» di ferie, ma un lungo weekend di mobilitazione, popolato di lavoratori e lavoratrici non particolarmente entusiasti di sentirsi insegnare l’uso del diritto di sciopero da chi, come Meloni e Salvini, fa politica di professione da quanto aveva vent’anni. La reazione istantanea di mercoledì sera è stata impressionante, così come la costanza con cui decine di migliaia di persone hanno continuato ad andare in piazza, giorno dopo giorno, dal blocco della Global Sumud Flotilla in poi.
Il movimento per Gaza non è nato mercoledì scorso, e non esisterebbe oggi senza l’impegno di chi l’ha fatto vivere negli ultimi due anni, soprattutto nelle università. Le mobilitazioni di questi giorni segnano un salto di qualità innegabile, che vede un protagonismo inedito di lavoratori e lavoratrici. La spinta dal basso della solidarietà con Gaza ha prodotto convergenze inaspettate: nei giorni scorsi abbiamo sottolineato la novità positiva di uno sciopero generale proclamato congiuntamente dalla Cgil e da molti sindacati di base. In piazza si sono viste altre convergenze. In termini di composizione, con gestioni di piazza condivise tra sindacato e centri sociali, la partecipazione massiccia del vasto mondo della sinistra sociale e politica che si è aggregato in supporto alla Flotilla, e in generale un allargamento visibile del movimento e della sua capacità di accogliere persone esterne ai circuiti militanti. E in termini di forme di lotta, con azione di massa che hanno portato interi cortei, senza fratture, alla violazione esplicita del Dl Sicurezza, bloccando davvero flussi produttivi, commerciali e di traffico. Fa un certo effetto vedere cortei di decine di migliaia di persone bloccare tangenziali, autostrade, stazioni, interporti, nello stesso paese in cui pochi mesi fa si criminalizzavano i blocchi stradali del movimento per il clima. Meloni e Salvini se ne sono accorti in ritardo, probabilmente. La legittimità delle forme di lotta è strettamente legata alla forza morale di un tema e di chi lo sostiene. E cosa può essere più moralmente forte che voler fermare un genocidio in corso?
Generazione Gaza
Per capire l’esplosione delle mobilitazioni di questi giorni non si può non partire dal dato generazionale evidente a chiunque si sia affacciato in piazza: la presenza preponderante di giovani e giovanissimi. Si tratta di una generazione caratterizzata da un livello di istruzione medio più alto delle precedenti e da una familiarità molto più immediata che in passato con ciò che avviene in giro per il mondo e con le chiavi interpretative con cui analizzarlo. E si tratta di una generazione che, per la prima volta nella storia d’Italia, ha una componente molto rilevante di italiani di seconda generazione, a background migrante o comunque di persone che hanno legami biografici, familiari, identitari con il Sud del mondo. Tenere conto della combinazione tra questa nuova composizione e l’accesso immediato a storie e idee è fondamentale se si vuole capire la crescente centralità dell’anticolonialismo nella visione del mondo di questa generazione e in generale il crollo di credibilità di qualsiasi retorica occidentalista.
Il secondo elemento di cui tenere conto riguarda invece le generazioni precedenti, che comunque hanno partecipato in maniera significativa alle piazze di questi giorni, ed è lo storico sentimento filoarabo e in particolare filopalestinese che ha caratterizzato l’Italia per buona parte della storia repubblicana. Fino alla fine del secolo scorso la solidarietà con il popolo palestinese, il riconoscimento dell’ingiustizia storica che subiva e la presenza di legami concreti con quella realtà erano un patrimonio ampiamente condiviso nella politica e nella società italiane. Non solo a sinistra, ma anche, ad esempio, in buona parte del mondo cattolico. Negli ultimi due decenni, in particolare dopo l’inizio della «guerra di civiltà» seguita all’11 settembre 2001, l’élite politica e mediatica ha operato una forzatura enorme nei confronti di questo sentimento, spostando nettamente la posizione dell’Italia verso l’asse Usa-Israele. Ma legami e sentimenti profondi richiedono più di qualche editoriale sui giornali, per essere cambiati. Il rapporto tra questo elemento e il precedente non è stato privo di tensioni e conflitti in questi due anni, come del resto tensioni e conflitti strutturano la stessa società palestinese. Il vecchio internazionalismo e il nuovo anticolonialismo, pur parenti stretti, non parlano sempre la stessa lingua. L’urgenza della situazione, e l’irruzione sulla scena della Flotilla, come vedremo, hanno creato, anche in questo caso, spazi di convergenza.
In terzo luogo, non si possono capire le piazze oceaniche di questi giorni senza tenere conto del fortissimo senso di frustrazione di una parte della popolazione nei confronti dell’inazione del governo Meloni. La tensione tra parti di popolazione che, per le ragioni appena descritte, sentono in maniera fortissima la solidarietà con Gaza e un governo che, ancora più dei partner europei, non ha sostanzialmente mosso un dito sul tema, limitandosi a parole di generico auspicio per la pace e qualche limitato intervento umanitario, è cresciuta per quasi due anni. Una parte della popolazione, in ogni società, e in particolare in epoche di spoliticizzazione diffusa e bassa tendenza alla partecipazione, vive in un regime di delega implicita, in cui non si fa carico di alcune questioni, prime fra tutte le grandi crisi internazionali, perché si aspetta che qualcun altro, in posizione di autorità, se ne occupi. La percezione diffusa che il governo, l’Ue e la comunità internazionale non stiano facendo quasi nulla per fermare un massacro che avviene ogni giorno sotto i nostri occhi ha generato una frustrazione che ha trovato sfogo ed espressione nelle piazze di questi giorni. Se nessuno se ne occupa, la delega implicita viene ritirata. Parlando con chiunque, in piazza, emerge forte questo dato: non è possibile stare fermi e non fare niente, di fronte a quello che sta accadendo. Come dice il soldato italiano della Seconda Guerra Mondiale interpretato da Alberto Sordi nel film Tutti a casa (1960), nella scena finale, imbracciando la mitragliatrice e unendosi ai partigiani: «Non si può stare sempre a guardare».
La madre di tutte le ingiustizie
Su tutto questo, è intervenuta la scintilla della Global Sumud Flotilla. Quelli che, a livello di massa, erano sentimenti di solidarietà e frustrazione inespressi, hanno trovato nella missione umanitaria e politica tesa a rompere il blocco navale israeliano su Gaza attraverso la consegna di beni di prima necessità un oggetto concreto con cui identificarsi. In un’epoca e in un paese fortemente caratterizzati dalla sfiducia nei confronti delle istituzioni e della mediazione politica, oltre che nell’efficacia della partecipazione collettiva nell’influenzare le scelte delle autorità pubbliche, era difficile che decine di migliaia di persone trovassero un significato nel mobilitarsi per chiedere al governo Meloni di cambiare linea sulla questione palestinese. La presenza di un oggetto concreto e materiale come la Flotilla, che rappresentava e metteva in pratica il desiderio diffuso di solidarietà diretta, aggirando l’inazione dei governi, ha fatto scattare qualcosa. Ne scrivemmo oltre un mese fa notando il grande corteo che aveva accompagnato la partenza da Genova di alcune barche destinate a unirsi alla Flotilla. Di fronte all’emergenza (una delle parole chiave di quest’epoca), si attiva un senso di urgenza che richiede soluzioni materiali e immediate. La Flotilla ne ha fornita una. L’elemento di aiuto umanitario di questa missione ha anche permesso di attivare in suo sostegno soggetti sociali e politici che magari faticavano a schierarsi sulla questione di Gaza in termini politici. Il movimento si è fatto «equipaggio di terra» della Flotilla, identificandosi talmente con il destino della missione da sentire come intollerabile la sua interruzione forzata dall’intervento delle forze militari israeliane. «Se bloccano la Flotilla, blocchiamo tutto» ha iniziato a dire il movimento. «Se bloccano la Flotilla, facciamo lo sciopero generale» ha annunciato il sindacato. E così è stato.
A tutto ciò si aggiunge il fatto più interessante, per quanto non inedito, delle mobilitazioni di questi giorni: Gaza è diventata di fatto la metafora di tutto ciò che non va nel mondo. Le persone hanno iniziato a vedere nell’ingiustizia enorme subita dai palestinesi una forma estremizzata e violentissima delle tante ingiustizie che segnano la nostra società. Se a Israele è permesso di fare una cosa così grave e passarla liscia, che speranze abbiamo noi nelle nostre piccole e grandi battaglie? Se non si ferma neanche un genocidio trasmesso in diretta streaming, come possiamo sperare di cambiare qualsiasi altra cosa? Se i nostri rappresentanti istituzionali non sono capaci di fermare il genocidio, perché dovrebbero essere in grado di difendere la democrazia dall’offensiva dell’estrema destra? E, del resto, chi ci dice che la violenza spropositata che è stata riversata in questi due anni sui palestinesi non possa, un giorno, prendere di mira anche noi?
Il movimento per Gaza sembra essere diventato quindi una mobilitazione di ultima istanza: se non ci muoviamo neanche per questo, allora per cosa? La volontà di dire basta, di ribellarsi alla madre di tutte le ingiustizie, ricorda sicuramente le mobilitazioni contro la guerra in Iraq, all’inizio del secolo. La percezione di un tema la cui forza morale, in particolare in un paese come l’Italia, in cui politica e religione hanno radicato fortemente l’opposizione alla guerra, supera ogni altra e, di conseguenza, obbliga all’attivazione.
Diventa quindi difficile, ormai, distinguere l’indignazione per il genocidio palestinese da quella per il blocco della Flotilla o da quella per gli sfottò di Meloni ai lavoratori in sciopero. La scelta di attivarsi e protestare dipende molto spesso dalla percezione di una violazione degli standard di giustizia riconosciuti in una società. Indigna l’idea che si sia passato il limite, che quello che accade non sia più tollerabile. Questo vale per Gaza, ma, soprattutto per le fasce più giovani della popolazione, vale in generale per un sistema alle cui promesse ormai nessuno crede più e che ha perso, sul genocidio come nella vita quotidiana di molti, qualsiasi credibilità.
Piazze, urne e manganelli
In questa indignazione diffusa sta il potenziale di generalizzazione di questo movimento, che oggi è la principale opposizione sociale al governo Meloni. L’impressione è che ci sia un potenziale generativo, di semina, di sviluppo di altre mobilitazioni, ma sarebbe probabilmente un errore aspettarsi che questo movimento diventi direttamente qualcosa di diverso da quello che abbiamo visto finora. Come si diceva, la forza morale dell’opposizione al genocidio è qualcosa di unico e non replicabile. Chi è sceso in piazza per Gaza, magari ha riflesso in Gaza anche le proprie condizioni materiali di sfruttamento, ma è comunque sceso in piazza per Gaza e niente ci dice che farebbe lo stesso in piazze contro lo sfruttamento.
Gli ultimi anni ci hanno abituato a grandi esplosioni di partecipazione, quasi sempre legati a vicende caratterizzate da grande forza morale, da un senso di resistenza a violenza e oppressione. Basti pensare alle piazze che anche in Italia ha riempito nel giugno 2020 l’indignazione per l’omicidio di George Floyd, sotto lo slogan «Black Lives Matter», o alle mobilitazioni femministe che periodicamente rispondono ai casi di femminicidio: momenti di grande partecipazione per dimensione e intensità, e capaci di produrre un impatto culturale fortissimo e di lungo periodo, soprattutto sulle fasce più giovani della popolazione; più raro, invece, che sedimentino organizzazione o anche solo un ciclo di movimento prolungato.
Non è detto che ciò si ripeta nel caso delle piazze per Gaza, certamente uniche per rilevanza, ma vale sempre la pena di mettere in guardia dalle facili illusioni e dalla diffusa tendenza al wishful thinking che caratterizza la sinistra. Gaza è Gaza. La «rivolta sociale» di cui parla spesso il segretario generale della Cgil Maurizio Landini si può sicuramente alimentare dell’attivazione generata in questi giorni e del senso di ingiustizia diffusa di cui si parlava, ma deve svilupparsi con un percorso proprio. Non è tempo, insomma, di fare le mosche cocchiere o di provare di mettere le braghe al movimento, ma piuttosto, per le organizzazioni sociali e politiche, di aprirsi al movimento e lasciarsi alimentare, in un rapporto dialettico dal potenziale molto elevato.
Ciò che è facile da prevedere è che la destra al governo, oggi completamente ammutolita dall’esplosione di un conflitto sociale che non è minimamente attrezzata ad affrontare, aspetti con ansia lunedì, quando l’annuncio dei risultati delle elezioni in Calabria, in cui i sondaggi la danno in testa, potrebbe fornirle la risposta che oggi non ha. Poter dire all’opposizione: «Piazze piene, urne vuote» è sicuramente ciò che Meloni e soci desiderano di più al momento. Del resto l’establishment liberal ha già provato ad attribuire la sconfitta del centrosinistra nelle elezioni nelle Marche della settimana scorsa a una presunta deriva estremista e alle parole di solidarietà con la Palestina pronunciate dal candidato.
Argomenti deboli e strumentali, a cui la destra ricorre perché sa che, nel merito della questione, la netta maggioranza del popolo italiano sta con i palestinesi e con la Global Sumud Flotilla. Missione a cui del resto hanno partecipato anche quattro parlamentari del centrosinistra (due del Partito Democratico, una dell’Alleanza Verdi-Sinistra e uno del Movimento Cinque Stelle), scelta che non può che rafforzare la (normalmente debolissima) credibilità di quelle forze politiche di fronte a una parte di elettorato.
Più preoccupanti, invece, sono gli appelli law and order che il governo ha lanciato in questi giorni. Se le retoriche contro la Flotilla si sono rivelate spuntate, tanto è priva di ogni credibilità la voce di Israele di fronte a milioni di italiani, l’appello al manganello, invece, può funzionare. Non è un caso che le voci social della maggioranza in queste ore stiano girando al largo dal tema della questione (Gaza e la Flotilla), concentrandosi invece sui disagi provocati dagli scioperi e sulla necessità di mettere a freno il conflitto sociale. Il tentativo è di cavalcare il vento autoritario che viene dall’ovest, la voglia di reazione e di uomo forte di cui si alimenta anche il trumpismo, la caccia violenta al nemico interno, magari attraverso una legislazione più restrittiva sul diritto di sciopero.
Una scelta coerente con la natura del governo Meloni, che è un governo il cui consenso è tuttora ampio, tanto da farne un autorevole candidato alle future elezioni politiche del 2027, ma che non ha mai avuto una vera presa egemonica sulla società italiana. Meloni diventò presidente del consiglio nel 2022 sostanzialmente per la combinazione tra l’esaurimento delle altre leadership a destra (Berlusconi e Salvini), le divisioni nel centrosinistra e la credibilità offerta dall’essere stata l’unica visibile opposizione parlamentare durante il governo Draghi. In questi tre anni, Meloni è riuscita a mantenere il consenso barcamenandosi abilmente tra un’attività legislativa molto limitata e un grande sforzo di propaganda, soprattutto sul piano internazionale. Ma raccogliere consenso in un’Italia in cui sono sempre più vuote sia le piazze sia le urne non è la stessa cosa che dover affrontare un conflitto sociale di massa. Una cosa che Giorgia Meloni, almeno al momento, non sembra attrezzata a fare.
*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).