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Giacomo Gastaldi 2 01 Ottobre 2025
Le mobilitazioni in corso ovunque dicono che i partiti e i loro fronti sociali non hanno più il monopolio della convocazione popolare. Per fortuna, ha scritto António Martins, sono entrati in azione altri attori. Intanto, nei giorni scorsi Genova ha ospitato un’assemblea con delegazioni di portuali greci, spagnoli e francesi che promuovono azioni di boicottaggio delle navi cariche di armi dirette in Israele
Foto Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
Brasile e Italia, settembre 2025: il popolo prende la scena. Non ha senso confrontare la situazione sociale e politica dei due paesi, certo, né le ragioni che spingono la gente a trasformarsi in marea in questi giorni. Ciò che Brasile e Italia condividono, però, è l’intensità della forza popolare, l’impatto che essa esercita su piani diversi. Costituito da moltitudini che sfuggono alle analisi ortodosse della coscienza, della progressione lineare, alla fiducia nel ruolo di un soggetto storico unico ed eterno, il popolo riempie le strade, manda all’aria le strategie, spazza via le spiegazioni dei perché di certe scelte e alleanze, le richieste di moderazione, di comprensione “dei tempi della politica”.
Gli spazi politici istituzionali — saturi di una dialettica spesso sterile — sono scossi da una forza incontenibile che non lascia spazio ad altre azioni. Le istituzioni politiche — di governo e di opposizione — e i sindacati confederali devono trovare il modo di confrontarsi con quelle moltitudini; ignorarle è impossibile. Significherebbe restare all’esterno di eventi che segnano la vita di un paese. A seconda delle diverse inclinazioni, alcuni tentano di stigmatizzarle come inutili o controproducenti, altri di saltare sul carro.
Quel che tutto ciò significa per il Brasile e per la politica brasiliana è stato ben descritto da António Martins in un recente articolo su Outras Palavras, a proposito delle manifestazioni contro l’amnistia per i golpisti del 2023. Tra i cinque punti che António mette in rilievo nella sua analisi, il terzo è quello che più avvicina il Brasile all’Italia: “I partiti e i loro fronti sociali non hanno più il monopolio della convocazione popolare. Per fortuna, sono entrati in azione altri attori — quelli che hanno garantito l’enorme successo della giornata di domenica”.
È lo stesso che sta accadendo in Italia, dove — come tutti sanno — si vivono tempi oscuri. L’alleanza di ferro tra Meloni e Trump — spinta all’estremo dalle esternazioni deliranti di Salvini — non sembra allentarsi davanti alle politiche criminali di quest’ultimo. Al contrario, vengono assunte come riferimento nella definizione dei rapporti con la giustizia, dei conflitti sociali, delle disuguaglianze, così come in politica estera. La sinistra istituzionale, prigioniera delle eterne contraddizioni che la caratterizzano da decenni e senza una visione chiara di cosa voglia essere da grande, resta in panchina, senza prospettive di entrare nel campo di gioco principale per i prossimi due-tre campionati.
In questo scenario, e con le immagini di Gaza che entrano quotidianamente negli schermi di tutti, da un lato, e l’ipocrisia e la malafede dei politici nazionali ed europei, dall’altro, il popolo ha preso la scena.
Non sono state organizzazioni politiche a spingere in questo senso. Sono state due strutture molto diverse tra loro: il CALP (Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali), un’organizzazione di base del porto di Genova, e Music for Peace, una struttura di volontariato molto attiva, tanto a livello locale, quanto in paesi con forti esigenze di supporto logistico e umanitario (Sudan e, fino a due anni fa, Gaza).
Il CALP organizza il blocco delle navi per il trasporto di armi nel porto di Genova dal 2019. Ha costruito, nel corso di quei sei anni, legami stretti con organizzazioni sociali e politiche, collettivi studenteschi, centri sociali. La partecipazione ai blocchi ha sempre visto una presenza che andava ben oltre i portuali stessi, ma non ha mai raggiunto numeri davvero elevati.
L’uscita del CALP dalla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) nel 2020 e l’adesione al sindacato di base USB (Unione Sindacale di Base) gli hanno conferito maggiore autonomia d’iniziativa. L’USB è un sindacato ben radicato tra chi lavora nella logistica e nei trasporti — soprattutto tra i più marginalizzati — e nel settore pubblico. Da allora il CALP ha raggiunto una posizione di rilievo nei rapporti con altri portuali, sia in Italia che in Europa. È arrivato persino a essere ricevuto da papa Francesco, che in diverse occasioni aveva valorizzato molto le azioni del Collettivo contro il traffico di armi. Nonostante tutto ciò, le iniziative promosse dal CALP mantenevano il carattere delle manifestazioni “militanti”, nel senso più letterale del termine. Non varcavano la barriera che le separava dal resto della città, forse non era neppure previsto. Anche la maggioranza dei lavoratori portuali non partecipava ai blocchi. Tra questi, predomina un’organizzazione politica “fabbrichista” e, per certi aspetti, anacronistica — Lotta Comunista —, la quale si è sempre dichiarata contraria a questo tipo di iniziative.
Ad agosto, la situazione è cambiata all’improvviso. Il CALP e Music for Peace hanno organizzato una raccolta di beni alimentari da destinare a Gaza, tramite la Global Sumud Flotilla. In cinque giorni sono state raccolte 300 tonnellate di beni. È stato un successo incredibile. C’erano file di persone e automobili a qualsiasi ora del giorno per consegnare alla sede di Music for Peace i beni indicati dagli organizzatori. Migliaia e migliaia di cittadini di ogni estrazione e età, anche provenienti da altri luoghi, facevano la fila per consegnare ciò che avevano comprato. I supermercati nei dintorni avevano gli scaffali vuoti. La manifestazione che ha chiuso la raccolta ha visto un fiume di decine di migliaia di persone accompagnare i beni fino alla loro simbolica consegna alle barche (leggi anche Il vento di Genova).
Lì c’era il popolo. Ciò che è successo riecheggia le parole di António Martins: si tratta di un popolo che non ha risposto alla convocazione di un’organizzazione politica.
Ha risposto, piuttosto, a un appello interiore, se così lo vogliamo chiamare, che ha attraversato tutta la città e oltre. E non si è fermato lì.
Lo sciopero generale convocato dall’USB è stato un successo senza precedenti: centinaia di migliaia di persone hanno partecipato in molte città italiane. La CGIL ha cercato di boicottarlo, convocando essa stessa un altro sciopero generale tre giorni prima, adducendo a una spiegazione a dir poco fantasiosa, ma è fallita del tutto: vi hanno preso parte in ognuna delle grandi città solo alcune migliaia di persone. Stiamo parlando del più grande sindacato d’Italia. Il ritardo — nella migliore delle ipotesi — dei partiti e delle organizzazioni istituzionali della sinistra si è palesato in modo imbarazzante. Il popolo, per contro, si è dimostrato molto più avanti, mettendo in mezzo una distanza siderale.
Sarebbe ingenuo non tener conto della situazione drammatica in cui è nato questo movimento e vedere subito in esso qualcosa che indichi un cambiamento di lungo periodo. Le esperienze francesi nel passato recente mostrano che le mobilitazioni — anche quelle più partecipate — finiscono dopo un tempo più o meno lungo.
Ma c’è un’altra conseguenza: ogni volta che il popolo riempie le strade, qualcosa rimane, a volte sotto la cenere, una brace pronta a riaccendersi. La France Insoumise è nata così.
Ma c’è anche un altro punto. Questo movimento è nato in conseguenza di una presa di posizione rispetto a uno degli elementi nevralgici della fase attuale della storia del capitalismo: la guerra e il regime che la produce e riproduce come condizione della sua esistenza. In questo senso, il movimento nato nell’estate (europea) del 2025 può e dovrebbe diventare qualcosa di diverso. Si comincia già a parlare nell’USB di obiezione di coscienza per tutti coloro che lavorano, direttamente o indirettamente, nella produzione e nella movimentazione di armi. Ciò significherebbe ampliare in modo radicale il “campo di battaglia”, contro una delle produzioni strategiche a livello mondiale, che andrebbe molto oltre la drammaticità del genocidio a Gaza.

Il lavoro da fare sarà enorme e molto complicato, perché toccherà gli equilibri tra poteri politici ed economici a diversi livelli. Perciò, questo movimento avrà bisogno di articolazioni tra una moltitudine di soggetti che, per avere l’impatto desiderato, dovranno estendersi orizzontalmente e verticalmente, avendo come riferimento lo scenario internazionale. Ed è proprio in questo senso che la mobilitazione sta già evolvendo.
Il 27 settembre si è tenuta a Genova un’assemblea, con la partecipazione di delegazioni di portuali greci, spagnoli e francesi. Tutti stanno mettendo in atto le stesse pratiche di boicottaggio delle navi della morte, contro l’ordine che il “regime di guerra” vuole imporre. Seguendo il percorso che ha portato all’articolazione di forze sociali a livello locale, la sfida ora è spostare il conflitto su un piano sovranazionale. L’articolazione tra attori diversi, però, significa anche la produzione di un livello “politico”, che sia la sintesi delle “politiche” specifiche. Questa è la condizione per mantenere, consolidare e sviluppare una forza popolare.
Il CALP e Music for Peace stanno dimostrando che lavorare in questo senso è possibile e produttivo. Tocca a tutti noi contribuire al raggiungimento dei prossimi obiettivi, che saranno subito superati da altri. Quello che abbiamo davanti è una sfida troppo alta perché ci si possa permettere distrazioni.
* Giacomo Gastaldi è un cartografo veneziano del XVI secolo. Fare la mappa di uno spazio non corrisponde alla sua rappresentazione: significa produrlo. Quello di cui abbiamo bisogno oggi è proprio la produzione di una nuova mappa, dove i tratti e i nodi che definiscono la rete siano attraversati da linee che, a partire da quella stessa rete, indichino le possibilità di fuga.
“Ciò che importa non è chi scrive, ma: quali sono le condizioni che permettono a certi discorsi di emergere?” Uno pseudonimo sottrae lo scritto al predominio dell’autorialità; consente al testo di dialogare direttamente con quelle condizioni, senza la mediazione di un soggetto che abbia la pretesa di esserne l’origine unica.
Pubblicato originariamente su Outras Palavras.