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di Irene Masala 3 Settembre 2025
Lavoratori in balia di salari instabili, turni di lavoro sfiancanti e licenziamenti senza possibilità di ricorso. Il rapporto “The Gig Trap” svela come le principali piattaforme di lavoro a chiamata negli Usa, tra cui Amazon Flex e Uber, stiano usando algoritmi opachi per gestire turni e retribuzioni, negando così protezioni basilari ai lavoratori
Il mondo del lavoro sta vivendo una trasformazione silenziosa ma profonda. Sempre più spesso, infatti, a determinare chi sarà assunto, quanto sarà pagato e quando sarà licenziato non è più un responsabile in carne e ossa, ma un algoritmo.

Dietro la retorica della flessibilità si nasconde un sistema rigido e centralizzato, dove algoritmi in continua evoluzione decidono in modo unilaterale turni, compensi e priorità dei lavoratori.
Le conseguenze sono evidenti: salari che spesso non raggiungono nemmeno il minimo legale, mancanza di protezioni sociali, esposizione a rischi per la salute e una precarietà esasperata dal timore costante di essere “disattivati”, ovvero esclusi dal sistema, senza spiegazioni né possibilità di ricorso.
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The Gig Trap, il ritratto di un sistema squilibrato
Secondo la ong Human Rights Watch, questa forma di gestione algoritmica del lavoro sta generando un ampio squilibrio tra la posizione di potere delle piattaforme e quella dei lavoratori, intrappolati in un modello che li priva di ogni leva negoziale.
Partendo da queste premesse, il nuovo report The Gig Trap si propone di analizzare nel dettaglio il mercato statunitense dei lavoratori occasionali e a chiamata, la cosiddetta Gig Economy, attraverso l’operato delle sette piattaforme leader del settore: Amazon Flex, DoorDash, Favor, Instacart, Lyft, Shipt e Uber.
Gig economy: il boom delle piattaforme e la promessa della flessibilità
Negli ultimi dieci anni, le piattaforme di lavoro digitale sono passate da 142 a oltre 777 a livello mondiale, di cui 489 dedicate a servizi di ride-hailing, trasporto a chiamata, e consegne a domicilio. Negli Stati Uniti, circa il 16% degli adulti ha svolto almeno una volta un lavoro su piattaforma, e per il 31% dei cosiddetti “gig worker”, i lavoratori a chiamata, questo rappresenta la principale fonte di reddito.

Il modello è presentato come sinonimo di autonomia: ciascun lavoratore può teoricamente impostare orari e carichi ed essere il capo di sé stesso.
Ma la realtà è fatta di bassi salari e poche tutele. L’elevata diffusione dei modelli independent contractor, ovvero degli appaltatori indipendenti, unita ai sistemi di gestione algoritmica poco trasparenti, ha portato infatti a retribuzioni spesso inferiori al minimo salariale, a una scarsa protezione sociale e ad elevati rischi per la sicurezza dei lavoratori. Il fatto di non considerare i lavoratori come dipendenti, infatti, protegge le piattaforme da oneri contributivi e obblighi normativi.
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Il ruolo degli algoritmi nella privazione dei diritti
Dall’analisi di Human Rights Watch, basata su 127 interviste, è risultato evidente come queste compagnie stiano sfruttando l’autonomia per sottrarre quei diritti fondamentali che invece spettano per legge ai dipendenti.
Le aziende esercitano un controllo serrato sulla forza lavoro tramite algoritmi proprietari che assegnano i lavori in base a punteggi di performance, tassi di accettazione e valutazioni dei clienti, determinando anche dinamicamente le tariffe in base alla domanda e all’offerta.
I lavoratori, però, non riescono a godere neppure delle libertà tipiche di un imprenditore indipendente, come poter negoziare tariffe e turni orari, perché gli algoritmi regolano ogni aspetto del lavoro.
Cos’è la Gig economy: tra flessibilità e precarietà

«Le piattaforme di lavoro digitali hanno creato un modello di business che elude le responsabilità dei datori di lavoro, mantenendo i lavoratori sotto stretto controllo algoritmico, guidato da decisioni imprevedibili», spiega Lena Simet, ricercatrice senior presso Human Rights Watch.
«Promettono flessibilità ma, in realtà, lasciano i lavoratori in balìa di salari instabili, scarsa protezione sociale e nella costante paura di un licenziamento senza possibilità di ricorso».
In questo panorama, solo Amazon Flex applica una paga oraria fissa, mentre le altre piattaforme calcolano la retribuzione a seconda delle condizioni del mercato e dei parametri algoritmici, rendendo impossibile stimare in anticipo i guadagni.
Sei delle sette piattaforme esaminate, infatti, adottano modelli di remunerazione a cottimo. I risultati del sondaggio, somministrato ai lavoratori del Texas, mostrano una retribuzione media oraria lorda di 16,90 dollari, ma una volta detratti carburante, manutenzione e contributi previdenziali il salario scende mediamente a 5,12 dollari l’ora, quasi il 30% al di sotto del minimo federale, e il circa il 70% in meno rispetto al salario di sussistenza stimato per il Texas.
Gig economy: i rischi per la salute
I dati raccolti rivelano, inoltre, come un terzo dei lavoratori intervistati abbia subito incidenti automobilistici sul lavoro mentre un quarto ha riportato ferite correlate all’attività, senza alcuna forma di copertura assicurativa o assistenza medica garantita.
A differenza dei lavoratori dipendenti, inoltre, i contractor autonomi non hanno accesso a indennizzi per infortuni sul lavoro né alla copertura sanitaria.
Disattivazioni arbitrarie, i nuovi licenziamenti
La sospensione o la cancellazione dell’account, definita disattivazione, equivale a un vero e proprio licenziamento senza preavviso e avviene spesso in modo automatico, senza spiegazioni dettagliate da parte delle compagnie. Il 32 % dei texani intervistati ha subito almeno una disattivazione.
I lavoratori, inoltre, non hanno canali di appello trasparenti per comunicare con chi prende le decisioni, né possono accedere facilmente a procedure di revisione indipendenti, perdendo di fatto il diritto a contestare le decisioni prese dagli algoritmi.
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Gli esempi di sette leader del settore: profitti record, diritti pochi
Il divario tra le condizioni dei lavoratori e i risultati finanziari delle aziende per cui operano non è mai stato così evidente. Mentre i driver arrancano, le piattaforme accumulano cifre da capogiro.
Uber, leader assoluto nel settore del ride-sharing, ha chiuso il 2024 con un fatturato di 43,9 miliardi di dollari, in crescita del 17,96% rispetto all’anno precedente, mentre DoorDash, attore dominante nel food delivery, ha registrato un incremento di fatturato del 24% nel 2024, con ricavi per 10,72 miliardi di dollari.
Anche Lyft, concorrente diretto di Uber, ha generato nel 2024 un fatturato pari a 4,4 miliardi di dollari.
Instacart, specializzata nello shopping e nella consegna di generi alimentari, si è quotata in borsa nel 2023 con una valutazione iniziale di circa 10 miliardi di dollari.
Amazon Flex, invece, non ha rilasciato dati specifici ma fa parte dell’ecosistema logistico di Amazon, che nel 2024 ha fatturato oltre 574 miliardi di dollari.
Gig economy alle prese con l’esigenza di nuove tutele
Per superare questa trappola della Gig Economy occorrono riforme incisive. Per questo Human Rights Watch propone di estendere, a livello federale, il “test Abc” già adottato in California per assicurare ai lavoratori del settore le tutele minime previste per i dipendenti.
Anche l’approvazione di provvedimenti come il No Robot Bosses Act sulla trasparenza algoritmica rappresenterebbe un passo decisivo. In assenza di riforme, avverte l’organizzazione, le grandi piattaforme continueranno a massimizzare i profitti scaricando i rischi sociali sui lavoratori e sulle comunità.
