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Marco Bertorello Riccardo Rudino 09/10/2025
Riccardo Rudino del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali di Genova racconta le mobilitazioni contro il genocidio, la convergenza con movimenti e altri sindacati, le lotte di questi giorni
E se Genova non fosse un’anomalia?
Incontro Riccardo Rudino (detto Ricky) del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali (Calp) al BookPride di Genova. È lì per presentare i libri prodotti dal Collettivo, ma la presentazione si trasforma in un incontro sul movimento contro il genocidio in Palestina, sulle sue prospettive. Non poteva essere altrimenti visto che proprio i portuali del capoluogo ligure sono stati tra i principali animatori di questa risorgenza di conflittualità. Dopo l’incontro gli scrivo un breve messaggio per sottolineargli che avevo condiviso parola per parola quanto aveva sostenuto. Lui mi risponde sornione «Mi fa piacere vecchio mio… Anche se non ricordo minimamente quello che ho detto!». Così l’ho intervistato, perché quanto detto in qualche modo resti.
Allora Ricky dalla grande manifestazione che ha accompagnato la partenza delle flottiglia italiana a Genova il 31 agosto di cose ne sono accadute. È nato un movimento nel paese che pochi si aspettavano. Che si fa ora?
Ora bisogna fare come col Sudafrica. Anche all’epoca dell’apartheid, della segregazione della popolazione nera a opera dei bianchi, è nato un movimento contro. I vecchi portuali ce lo hanno raccontato. Dalla condanna si è passati al boicottaggio. In America, in Europa, i portuali hanno cominciato a rifiutarsi di caricare e scaricare merce per e dal Sudafrica razzista. Questo boicottaggio è diventato sempre più diffuso fino a costringere il regime prima a liberare Nelson Mandela, poi a fare libere elezioni per tutti. Fino a cambiare il paese africano insomma. È stata l’iniziativa della gente, dal basso, assieme alle lotte dei neri naturalmente, a rendere impossibile la vita del regime. Qua dobbiamo fare la stessa cosa. Iniziare un boicottaggio, accerchiare Israele, costringerlo a cambiare rotta. Ovviamente iniziando dalle armi.
Ecco partiamo da lì. Il Calp ha dato vita a una grande lotta contro il traffico di armi nel porto di Genova. Una battaglia senz’altro difficile, ma che via via ha trovato alleati in città fino alla marea di queste ultime settimane. Come proseguire?
Abbiamo iniziato nel 2019 quasi per caso, scoprendo che c’era del materiale bellico con sopra gli adesivi delle compagnie di navigazione che operano nel nostro scalo. E ci siamo detti: «Belin, ma qui passa di tutto!». Poi abbiamo scoperto che c’erano le navi saudite che caricavano armi per la guerra con lo Yemen. Una delle guerre che in quel tempo causava un numero elevatissimo di vittime, tra i civili soprattutto. E così abbiamo iniziato a sollevare il problema, a proclamare i primi blocchi dei carichi. Non è stato sempre facile. Certo quando nel carico c’erano carri armati o elicotteri era facile vederli direttamente. Ma quando le armi sono confezionate all’interno dei contenitori, quei cassoni sono tutti uguali. Non si può capire cosa portano all’interno. Quindi c’è stato un crescente coinvolgimento di colletti bianchi, che anonimamente ci segnalavano quando e dove passavano le armi. C’è stato un impegno di tanti, noi portuali siamo stati le braccia di questa protesta, ma abbiamo avuto bisogno di tanti altri. In Italia esiste una legge, la 185/90 (fa ridere che proprio noi ci appelliamo alla legge!), che vieta il traffico di armi in paesi belligeranti. Il prossimo passo dovrebbe essere quello di creare un Osservatorio con i vari operatori portuali e le istituzioni per riuscire a monitorare meglio le merci che imbarchiamo e impedire il traffico illegale di armi. I tempi sono maturi per ottenere un obiettivo del genere.
Mi stai dicendo quindi che il movimento attuale favorisce concretamente l’allargamento dell’azione contro le armi?
Sì, ripeto, i portuali sono le braccia, ma hanno bisogno di collaborazione di tante altre persone che in qualche modo sono coinvolte nel traffico di armi, pur non essendo d’accordo. Che ne vengono a conoscenza. Che vedono passare sotto i loro occhi gli incartamenti per la movimentazione dei container, le assicurazioni, ecc. C’è un lavoro importante che va fatto a monte delle banchine portuali e dei nodi della logistica. Il movimento si può ancora allargare, si deve allargare.
La flottiglia è stata fermata illegalmente e con una certa dose di violenza. Tra gli imbarcati c’era anche uno del Calp, Josè Nivoi. Il governo italiano è stato tra i peggiori nella condotta pilatesca, anzi sono state più le recriminazioni e condanne contro la flottiglia che contro il governo israeliano.
Tra gli imbarcati c’era un nostro compagno e poi c’erano altri due nostri giovani concittadini: Pepe (Pietro Queirolo) e Luca Viani. Il trattamento è stato quello di uno Stato autoritario e quando rientreranno tutti ne sentiremo delle belle sull’ospitalità ricevuta. Il governo italiano è uno dei principali alleati degli Stati uniti e di Israele. Da antifascista non voto e non voterò mai questo governo. Ma non è questo il punto. La situazione in Palestina è talmente grave che anche un governo di destra potrebbe muoversi per fermare la guerra. Il boicottaggio dovrebbe essere fatto da tutto il paese. Noi ci muoviamo senza steccati. Ma se il governo non fa nulla noi andiamo avanti per la nostra strada, continuando la mobilitazione. Se siamo scesi in piazza in 2 milioni, dobbiamo lavorare perché la prossima volta si arrivi a essere 4 milioni.
Che fare dunque?
Il problema, come è stato per l’apartheid, è di ordine internazionale. Non è sufficiente la mobilitazione in Italia. Nel settore portuale stiamo lavorando per uno sciopero internazionale dei porti. I porti sono diventati un simbolo di questa battaglia. Non è un caso che si sono mossi tanti porti italiani come non accadeva da tempo. Penso a Livorno, che stanno facendo meglio di noi, ma anche Ravenna, Taranto, Trieste, Civitavecchia. Abbiamo poi relazioni con i portuali di Francia, Spagna, Paesi Baschi, Slovenia, Germania, Grecia, Olanda, ecc. Certo uno sciopero internazionale non è facile da fare. Ci sono livelli di coscienza diversi. Ci sono poi i portuali di Spagna e Slovenia che ci dicono che il loro paese si sta muovendo più determinato contro Israele, dunque lo sciopero rischia di non essere compreso. Ma nel complesso c’è determinazione e convinzione che lo sciopero vada fatto. Anche qua i tempi sono maturi per questo salto di qualità.
Che dire del movimento? A me pare una novità assoluta. Un concentrato di generosità e radicalità. Intergenerazionale, potenzialmente molto ampio e forse anche più trasversale di quanto potessimo immaginare.
Questo movimento è il risultato di tanti fattori. Si lotta per la Palestina, ma guardiamo anche alle nostre condizioni. Ai salari bassi, al precariato. E poi credo che lottiamo anche guardando a Est. Magari inconsapevolmente, ma guardiamo anche alla guerra in Ucraina che potrebbe espandersi. Una macchina partendo dal Friuli in poche ore arriva al fronte. E l’economia di guerra porta dritto al peggioramento delle condizioni di vita proprio a partire dal mondo del lavoro, dai disoccupati. Insomma questo movimento è la risultante di molteplici sofferenze e preoccupazioni. Perciò credo che avendo al fondo ragioni di lungo periodo possa durare, stabilizzarsi, affrontare anche altri temi e problemi.
Un movimento, dunque, che implicitamente può parlare, oltre che di pace, di lavoro, di condizioni di vita. Non è un caso che assieme a tanta spontaneità ci sia un rivitalizzazione sindacale. Con alcune novità positive. Sbaglio?
Dalle mobilitazioni è uscita una spinta all’unità d’azione. La collaborazione operativa tra Usb e Cgil, ma anche con altri sindacati di base, mi pare un segno positivo. Poi torneremo a litigare, ma abbiamo dimostrato che si può marciare assieme. Che si può parlarsi e gestire unitariamente delle lotte importanti e improrogabili. Altrimenti il sindacato non sarebbe capito. Pace e lavoro sono due temi che ricompongono una moltitudine di persone diverse.
E la politica? Sembra distante o nella migliore delle ipotesi sostiene da distante. Certamente più trascinata che trascinatrice.
Siamo partiti come lavoratori portuali, ma poi tanti si sono aggiunti in questi anni. Un legame tra lavoro e vita. La flottiglia e la raccolta di aiuti umanitari ha poi fatto da detonatore. Music for Peace da anni fa assistenza umanitaria ai poveri in città, ma anche in tante parti del mondo. Sudan, Palestina. Questa miscela di soggetti diversi ha creato il movimento. Va ricordato poi che nel movimento ci sono tante idee diverse, magari su tanti temi litighiamo o torneremo a litigare. Ma la determinazione a contrastare questa guerra non ci manca. Guarda che la scelta di proseguire la navigazione non è stata facile. Ne abbiamo discusso, ma abbiamo ritenuto che dovessero proseguire. Ho apprezzato anche quei parlamentari che hanno fatto la scelta di imbarcarsi e di restare fino in fondo. Non era una scelta facile neppure per loro. Io voto, ogni volta scelgo cosa votare. Ma so che dalle mobilitazioni può arrivare il cambiamento. Può bastare? No certo, serve anche il piano politico. Ma ognuno faccia il suo in questo momento. Noi continuiamo a mobilitarci. Se la politica arriva meglio. E speriamo che arrivi anche il Papa: Papa Francesco era stato il nostro migliore alleato contro le armi.
Un’ultima questione. Ho come l’impressione, ma solo un’impressione, che qualcosa si stia muovendo anche sul fronte delle forze dell’ordine. Come se ci fosse una consapevolezza che una protesta di queste proporzioni non può essere arginata con la repressione. Nonostante le urla sguaiate di alcuni esponenti della maggioranza di governo. Si muove qualcosa pure lì?
Penso di sì. Lo abbiamo registrato durante la raccolta degli aiuti. Sappiamo che anche tra le forze dell’ordine c’è chi ha raccolto cibo per la flottiglia. Magari poi lo faceva portare da mogli, figli, ma ha contribuito. La piazza a Genova, ma mi pare non solo, è stata gestita dalle autorità con raziocinio, nella consapevolezza di un’inapplicabilità del decreto sulla sicurezza appena approvato dal parlamento. Detto ciò abbiamo chiaro che continuiamo a dare fastidio. Come Calp abbiamo ancora processi in corso. I nostri legali sono riusciti a far cadere l’abnorme accusa di associazione a delinquere, ma restano ancora tante accuse. Quindi la repressione del dissenso resta un’opzione. Raccogliamo sempre soldi per i nostri avvocati. Anche se ora stiamo spendendo di più in fumogeni per le manifestazioni.
*Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).