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Emilio Gardini 8 Ottobre 2025
La negazione dei crimini di Israele, dall’occupazione del 1948, ha costruito una memoria che funziona come strumento di affermazione del diritto esclusivo all’esistenza
Sessanta chilometri a sud di Tel Aviv, lungo la spiaggia sulla quale i giovani israeliani si godono il sole tra la musica e le partite di beach volley, c’è Gaza. Stessa linea di costa, stessa terra. Fa davvero impressione immaginare quella linea che unisce e separa la vita tranquilla e l’orrore della distruzione.
Un’inchiesta giornalistica del Guardian pubblicata qualche settimana fa inizia proprio così, mostrando le immagini di giovani che a Tel Aviv sono in spiaggia, mentre a un’ora circa di macchina più a sud, i giovani palestinesi vagano tra le macerie o muoiono sotto le bombe israeliane. «Siamo nel mezzo della guerra, due anni – dice sorridente una ragazza di Tel Aviv – e la spiaggia dietro di me è piena. La resilienza è la cosa principale che rappresenta Israele, che rappresenta gli israeliani». Poco dopo, una ragazza intervistata in un mercato, alla domanda che gli viene posta sulle immagini dei bambini che soffrono a Gaza risponde che almeno il cinquanta per cento di quelle immagini non sono reali, sono una messa in scena. Forse l’80%, azzarda. Gazawood come Hollywood.
Queste risposte descrivono lo stato di negazione, come lo chiama lo storico israeliano Ilan Pappè, che esiste da sempre in Israele. La negazione dei crimini di Israele, dall’occupazione del 1948, ha edificato una memoria che funziona come strumento di affermazione del diritto esclusivo all’esistenza oltre che alla terra. Dal 1948 lo Stato di Israele è riuscito a dimenticare le violenze che ha compiuto verso i palestinesi e a costruire per sé stesso e per il mondo un’immagine credibile di paese democratico. Mentre, come è noto, il colonialismo di insediamento è avvenuto attraverso le violenze che sono state inflitte alla popolazione palestinese. L’anno che sancisce l’origine dello Stato di Israele è l’anno della Nakba, della catastrofe per i palestinesi che sono stati brutalmente uccisi e cacciati dai loro villaggi e dai loro quartieri. La cosa che stupisce è che quelle operazioni di pulizia etnica avvenute attraverso azioni militari sono state sistematicamente cancellate dalla memoria collettiva israeliana, come sarà cancellato il genocidio a Gaza. Anzi, la cancellazione è in corso. C’è una guerra oggi, come c’era una guerra nel 1948, e non un esercito che sta bombardando i civili da due anni e che è entrato a Gaza city mettendo in fuga i sopravvissuti. Questa, purtroppo, è la narrazione che prevale.
Che le cose stiano diversamente non è difficile da capire, che sia in corso un genocidio, come la commissione indipendente Onu ha dimostrato, è palese, ma la narrazione funziona e porta risultati. Risultati drammatici che rendono cinico e osceno l’atto di cancellazione della popolazione palestinese. Cinico, perché è ormai chiaro che lo Stato di Israele è disposto a tutto pur di portare avanti il suo progetto. E osceno, perché il progetto opera secondo un «falso svelamento»: mostrare ciò che non può essere mostrato per dimostrare che è necessario e inevitabile. Israele sa che ciò che sta facendo avviene sotto gli occhi del mondo ma continua a farlo. Sa che una parte del mondo guarda in silenzio e questo conferma e giustifica il suo operato. Il falso svelamento ha quasi una funzione escatologica; mostrare apertamente la propria assurda verità per rendere l’assedio di Gaza lo strumento della propria salvezza. Costruzione della propria storia e cancellazione della storia degli altri diventano due momenti speculari che tracciano una linea retta che è necessario spezzare. Per farlo occorre prendere consapevolezza del modo in cui avviene la negazione della storia e come questa riesca a permeare l’intera società.
Le istituzioni hanno una funzione importante in questo senso, sono lo strumento che riesce ad «adeguare» gli eventi alle necessità politiche e, in questo caso specifico, a dar forma alla storia. Soprattutto le istituzioni deputate alla conoscenza come le università. Nei decenni successivi al 1948 le università israeliane hanno assolto un ruolo fondamentale nella negazione della Nakba, come proprio il lavoro di Ilan Pappè mostra, e negli anni più recenti questo ruolo è stato sempre più importante come mostra il lavoro prezioso dell’antropologa Maya Wind. E non si tratta solo delle università scientifiche che impiegano le loro conoscenze nella tecnologia di guerra. Nelle università prende forma un modo di pensare il mondo, sono il luogo ideale per promuovere idee e valori congeniali agli obiettivi politici che si intende perseguire, anche se questi non sono nobili. Occorre formare giuristi in grado di fornire strumenti per mettere in discussione il diritto internazionale, storici per edificare la propria storia e occorre investire nei saperi sociali per trovare giustificazioni morali e politiche all’azione di guerra e al colonialismo. O addirittura per fare in modo che le cose non siano così tragiche come sembrano.
Per molti anni, infatti, la pulizia etnica dei palestinesi del 1948 è stata raccontata come trasferimento volontario di massa. Quello che avviene in Israele è che la negazione dei fatti più oscuri della propria storia trova conferma nella cancellazione della storia degli altri. La storia dei palestinesi non è una storia riconosciuta, non lo è per l’Occidente né per lo Stato di Israele. I palestinesi non esistono nemmeno come popolo per la gran parte degli israeliani che li considerano genericamente «arabi». Non avere una storia significa non avere «presenza storica» e per questo non avere dignità di essere e di rivendicare la propria presenza su un territorio. La colonizzazione dei territori palestinesi è potuta avvenire sotto lo sguardo del mondo perché il sionismo si è affermato usando verso i palestinesi quegli stessi pregiudizi culturali che l’Occidente usava verso il mondo arabo tutto. Non vi era nulla prima che Israele – «l’unica democrazia in medio oriente» – portasse su quel territorio la civiltà e il progresso, come l’Europa aveva fatto nelle colonie.
È il problema che poneva Edward Said, intellettuale palestinese che con il concetto di «orientalismo» ha descritto i modi attraverso cui l’Occidente ha costruito l’immagine dell’Oriente al fine di esercitare dominio culturale, politico, economico. E allora è chiaro che il piano di pace di Trump non può che essere un ulteriore esperimento coloniale. Si chiedeva Edward Said ne La questione palestinese: «Secondo quale metro politico o morale si chiede a noi di abbandonare le nostre aspirazioni a vivere come una nazione, alla nostra terra, al rispetto dei diritti umani? Quale mondo è mai quello nel quale nessuno fiata se un intero popolo viene dichiarato giuridicamente assente, anche se poi contro di esso si muovono interi eserciti, si cerca di cancellare il suo nome e per ‘provare’ la sua non-esistenza si arriva persino a falsificare la storia?»
A queste domande che poneva Edward Said nel 1979 è venuto il momento di rispondere a voce alta, come è avvenuto nelle manifestazioni di questi giorni. La questione palestinese è oggi la questione della verità che bisogna tornare a ribadire contro la sciagura dell’assedio. Ancora una volta questo desiderio di verità viene dal basso, dal sindacalismo di base, dai lavoratori e lavoratrici, dalle scuole, dalle università, da quella parte di società civile che fa di tutto per cancellare l’incubo della catastrofe. Questo è un atto di responsabilità.
* Emilio Gardini insegna sociologia generale e politiche pubbliche e per la sicurezza all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Fa ricerca sulle trasformazioni del capitalismo, sulla città e sulle politiche securitarie.