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Tommaso Chiti 16 Ottobre 2025
Il piano di reindustrializzazione degli operai di Campi Bisenzio indica una prospettiva alternativa al riarmo, per questo viene ostacolato. Sabato la lotta operaia più tenace della storia torna in piazza in convergenza con il movimento per la Palestina
Il piano di reindustrializzazione degli operai di Campi Bisenzio indica una prospettiva alternativa al riarmo, per questo viene ostacolato. Sabato la lotta operaia più tenace della storia torna in piazza in convergenza con il movimento per la Palestina
A milleseicentosessantatre giorni da quel fatidico 9 luglio 2021 in cui il fondo finanziario Melrose, proprietario di Gkn Driveline, licenziò in massa cinquecento dipendenti della fabbrica di Campi Bisenzio e dell’hinterland fiorentino con una mail, il Collettivo di Fabbrica e la Soms Insorgiamo – nata grazie al movimento di solidali con questa lunga lotta – hanno convocato un nuovo corteo a Firenze per sabato 18 ottobre per sbloccare la reindustrializzazione dal basso dello stabilimento proposta dagli operai.
Da troppi mesi ormai aleggia la domanda sui tempi di riapertura dell’attività produttiva e le lungaggini del Consorzio pubblico – nato ma per una serie di motivi burocratici non ancora effettivamente operativo – logorano i lavoratori e le lavoratrici che vivono nel limbo dei sussidi di disoccupazione. È questo logoramento che intendono rompere con questa nuova manifestazione, denunciando – nel solco delle mobilitazioni per la Palestina delle ultime settimane che hanno visto protagonista anche il Collettivo di fabbrica – l’interconnessione di un «sistema fatto di genocidio, di speculazione finanziaria e immobiliare, di crisi climatica, precarietà, salari da fame, soldi pubblici al riarmo, guerre e autoritarismi», come scrivono nell’appello per la manifestazione.
«Per tutto, per altro e per questo», sabato prossimo a Firenze quindi «il futuro (IR)rompe» rispetto alle responsabilità di multinazionali, fondi finanziari, rendite immobiliari, investimenti nel fossile e nelle armi, perché «questo presente di morte fa da muro di gomma a ogni cambiamentofuturo portatore di vita […] con le istituzioni che si fingono impotenti per coprire le proprie complicità».
Il piano industriale elaborato dalle lavoratrici e lavoratori per la conversione ecologica della produzione e una fabbrica socialmente integrata con il territorio, con proprietà pubblica dell’immobile attraverso il Consorzio e gestione cooperativa della produzione mediante l’azionariato popolare diffuso, è un modello di riscatto della classe lavoratrice in forte contrasto con la narrazione dominante di assenza di alternative allo status quo. E forse proprio per questo incontra ostacoli infiniti, perché è percepito come un esempio tanto concreto quanto minaccioso per chi normalizza la crescita vertiginosa della spesa militare a scapito dei servizi pubblici.
Gli operai della Gkn però non hanno intenzione di arrendersi. Del resto sono ormai diventati un centro di convergenza tra organizzazioni e movimenti per la giustizia sociale e climatica, rendendo così la vertenza più tenace nella storia della Repubblica italiana anche un paradigma di mutualismo conflittuale, capace di tenere insieme il piano locale con quello internazionale e, con un modello simile a quello praticato dalla Global Sumud Flotilla, capace di una forma di solidarietà radicale che assume un significato politico generale.
Non a caso in vista della manifestazione di sabato, la settimana si è aperta con un’assemblea pubblica «con la Flotilla, per la Palestina». Un incontro con Margherita Cioppi – capo missione di Karma del progetto Tutti gli Occhi sul Mediterraneo (Tom) – e Marco Orefice del progetto Yalla, membro dell’equipaggio di Aurora, altra barca a prendere parte alla missione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La marea umana indignata e solidale con la causa palestinese cerca così anche di tracciare una rotta delle lotte sociali, come argine alla deriva bellicista e alle politiche di riarmo.
«Il Mediterraneo è diventato teatro di tutte le violazioni più gravi dei diritti umani e spesso per opera nostra o con il coinvolgimento di interessi anche italiani» esordisce Margherita, che cita l’ennesimo assalto delle milizie libiche a un natante di naufraghi in zona Sar maltese, con l’utilizzo di una motovedetta fornita da Fincantieri. «Come Flotilla abbiamo subìto un atto di pirateria in acque internazionali, ma la reazione di fronte a questa violenza ha mostrato che è ormai saltata l’asticella dell’insofferenza di fronte ai crimini e ai soprusi commessi sotto i nostri occhi». Da questo punto di vista, la referente del progetto Tom è convinta che «non ci meritiamo un paese dove le persone sono migliori dei governi al potere» e, come sostiene anche Marco di Yalla, «non ci dovevamo essere noi a Gaza a portare aiuti umanitari e a cercare di far rispettare il diritto internazionale, ma i nostri maledetti governi europei». L’esperienza della Flotilla «ci ha fatto uscire dal torpore e dal senso di impotenza – continua Marco –, per alzarci dalla sedia e tornare a una quotidianità fatta di relazioni e tentativi di resistenza». Nel commentare poi gli accordi di «tregua trumpiana», ha ribadito che «non c’è pace senza giustizia e il processo di colonialismo d’insediamento sionista, in corso da decenni, va tuttora avanti in Cisgiordania e in Libano».
L’iniziativa, in una sala gremita, ha visto anche la partecipazione di Bhaskar Sunkara, fondatore della rivista Jacobin negli Stati uniti, in questi giorni in Italia per un giro di incontri. «Le persone hanno capito che ogni bomba lanciata a Gaza non ha fatto danni solo lì – ha esordito Sunkara – ma anche alle nostre democrazie, gestite da chi parla di diritti e come Israele si fregia di essere un regime democratico, mentre nella realtà perpetra impunemente un genocidio». Sunkara ha poi elogiato il movimento italiano che «è stato d’ispirazione anche negli Usa con il boicottaggio delle armi da parte di portuali e addetti alla logistica, con il blocco della didattica da parte di studentesse e studenti, con le azioni diffuse di tante persone che hanno riconosciuto la violenza coloniale israeliana e si sono schierate riversandosi nelle strade per dire: ora basta!». Sull’estrema incertezza di questa fase diplomatica in Medio Oriente, la sua convinzione è che l’attuale cessate-il-fuoco non sia sufficiente, e che sia necessario mantenere alta l’attenzione per interrompere il regime di apartheid e le colonie illegali di Tel Aviv, ripristinando il diritto internazionale. Sunkara ha poi ringraziato il circolo Arci che ospitava l’iniziativa, ricordando come la classe lavoratrice abbia saputo rivendicare e costruire i propri spazi, anche se «adesso ci troviamo in una fase in cui il movimento operaio per diversi motivi vive il punto più basso della propria storia. Le organizzazioni dei lavoratori devono cercare di riconnettersi con la propria base sociale, dimostrando capacità e flessibilità per intercettare i bisogni popolari: se crollano servizi di base come sanità, istruzione e trasporti per favorire il riarmo, viene meno anche la fiducia delle persone nella democrazia». Per questo Sunkara ha sottolineato l’importanza in questa fase di un «antifascismo che non è memoria ma metodo, rifiutando l’imperialismo a tutti i livelli, supportando l’accoglienza dei migranti, l’autodeterminazione della Palestina, e il riscatto delle soggettività emarginate».
Tra i parallelismi internazionali emersi nel dibattito non è mancata la tenebrosa analogia fra i progetti di resort di lusso del distopico video «Trump Gaza» e le mire di speculazione immobiliare sull’area industriale dell’ex Gkn che ostacolano l’attuale progetto di reindustrializzazione. Gli interventi del Collettivo di Fabbrica durante l’assemblea, hanno riconosciuto alcune analogie tra le loro pratiche di lotta e quelle della Flotilla, con «i propri corpi mobilitati per creare un cortocircuito in un sistema perverso» paragonabile nell’immaginario operaio a «Davide contro Golia», rappresentato prima da una multinazionale amministrata da un fondo finanziario e poi dall’inerzia di un Consorzio regionale pubblico che non ha ancora validato nessun atto ufficiale.
«Abbiamo il compito di continuare a stupire, perché la lotta della Gkn non riguarda ormai più soltanto noi. Non possiamo più attendere – ha detto il Collettivo di fabbrica rilanciando il doppio appuntamento del fine settimana, che dopo il corteo di sabato 18 si concluderà domenica 19 ottobre con un’assemblea pubblica per la reindustrializzazione con le Comunità Energetiche Rinnovabili e Sostenibili (Cers) – Le istituzioni devono dirci con quali modalità intendono agire, qui e ora».
*Tommaso Chiti, attivista e coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze.