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Marco Bertorello Giacomo Gabbuti 17 Ottobre 2025
Un appello a chi si occupa di economia, per un confronto teorico e pratico su Jacobin. Bisogna reinventare un’opzione politica diversa, fondata su un pensiero all’altezza dei tempi e in grado di misurarsi con le attuali contraddizioni
La seconda edizione del Festival di economia critica, tenutasi alla Fondazione Feltrinelli a Milano il 10 e 11 ottobre, anche quest’anno curata dallo storico economico Emanuele Felice, ha avuto un programma strutturato attorno al titolo Capitalismo di Stato, stato del capitalismo, declinato in diversi modi.
Dal ritorno dello Stato imprenditore al ruolo dell’Europa, dagli Stati uniti alla Cina, passando per il Sud Globale, mettendo a fuoco il ruolo del fisco – da riformare radicalmente, e oggi al centro del dibattito non solo francese – e della finanza, ancora preponderante.
Il piano del discorso ha lasciato inevitabilmente un po’ al margine le prospettive di genere e il mondo del lavoro, che pure sono riemerse prepotentemente tanto nei dibattiti sull’insegnamento dell’economia quanto nell’attenzione ineludibile al tema dell’ambiente.
Una discussione decisamente ricca di spunti e stimoli che come Jacobin siamo contenti di aver contribuito a pensare e animare, sfruttando anche la presenza in Italia di Bhaskar Sunkara, e che hanno trovato e troveranno ulteriore spazio in Pubblico, la newsletter della Fondazione. Tuttavia, queste due giornate ci hanno lasciato con un quadro tutt’altro che rassicurante.
Le conseguenze della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 hanno fatto saltare gli equilibri che sembravano granitici con la fine del «comunismo reale».
La storia però, anche in campo economico, non era finita: il Covid – ne avevamo parlato anche in tempo reale su Jacobin – ha rimesso in discussione tanto la globalizzazione quanto i modelli neoliberali, riportando in auge il ruolo dello Stato e facendo emergere una nuova attenzione, almeno retorica, sul lavoro di cura e sui servizi pubblici come la sanità e la scuola. Una finestra di opportunità che, tuttavia, si è chiusa rapidamente.
Il ripiegamento della globalizzazione – con il ritorno, nei paesi occidentali e in particolare negli Usa, di protezionismi e nazionalismi con varie gradazioni – ci consegnano un mondo dove la guerra e le politiche di potenza, forme di un vero e proprio suprematismo occidentale, tornano a essere opzioni non solo praticabili, ma rivendicabili pubblicamente.
Il modello globale all’insegna dei principi liberaldemocratici si è eroso primariamente al suo interno. Da un lato abbiamo visto nel mondo uscire dalla povertà centinaia di milioni di individui, non certo grazie a processi spontanei insiti nel modello in via di affermazione, ma all’aumento di domanda di lavoro e al potere contrattuale che questa traina con sé.
Un processo avvenuto per la maggior parte in Cina, di cui si dibatte se costituisca una variante di capitalismo, ma difficilmente può essere ricondotta al semplice liberalismo. Dall’altro lato si sono creati livelli di diseguaglianza crescenti e con pochi precedenti, anche in quei paesi, come il nostro, in seconda o terza linea rispetto alle nuove tendenze del capitalismo.
La marea, dunque, non ha sollevato tutte le barche contemporaneamente. Non ha creato benessere diffuso, portando anzi sotto la soglia della povertà quote crescenti della classe lavoratrice dei paesi che avevano promosso la globalizzazione.
Anche da questo punto di vista, purtroppo, il caso italiano è esemplare: come mostra l’economista Marco Ranaldi, mentre sia i più ricchi che il capitale hanno mantenuto le proprie posizioni, le lavoratrici e i lavoratori del nostro paese dai primi anni Novanta a oggi hanno perso posizioni nella classifica globale in una misura senza paragoni anche con il resto dell’Europa.
A questo impoverimento dei più ha corrisposto un esponenziale arricchimento di pochi, riusciti a mettere a valore i processi di finanziarizzazione e delocalizzazione produttiva affermatisi. Tale parabola ha dato la stura a una guerra tra poveri e impoveriti, rendendo il quadro oltremodo complicato sul piano delle relazioni e dell’efficacia dell’azione collettiva.
In tutto questo, non ci siamo certo liberati dal patriarcato, mentre si spalancava davanti ai nostri piedi l’abisso dell’apocalisse climatica.
Non è solo il contesto, però, a preoccupare. Al termine delle due giornate milanesi, dal palco come tra il pubblico, è emersa l’assenza di un’agenda economica alternativa in grado di cambiare lo stato di cose presenti. A fronte delle tante ed elaborate critiche che suscita, e che nel Festival alla Fondazione Feltrinelli sono state degnamente rappresentate, l’unica opzione attualmente in campo, perlomeno nei paesi occidentali, sembra quella sovranista-nazionalista. Si tratta di una riesumazione, più o meno organica e razionale, del protezionismo, che mantiene tuttavia sostanzialmente inalterato il paradigma dell’austerità e persino l’attenzione al vincolo di bilancio: il sostanziale allineamento tra l’ex primo ministro tecnocratico Mario Draghi e la sua erede Giorgia Meloni, ascesa a Palazzo Chigi proprio come sua unica oppositrice, lo rende particolarmente evidente. Il tutto condito con la commistione di interessi economici privati e poteri pubblici che cento anni fa Mussolini chiamava corporativismo, e che oggi raggiunge negli Usa di Trump vette difficilmente immaginabili.
Non sono di grande consolazione le contraddizioni interne a questa opzione, come il fatto che non sia fruibile diffusamente sul piano internazionale. Sappiamo bene che il sovranismo nazionalista non può che essere la carta del più forte in un rinnovato e più acuto contesto internazionale supercompetitivo. Ma, al momento, costituisce l’unica opzione dotata di una lettura della realtà coerente e comprensibile, in poche parole capace di egemonia. Lo si vede in piccolo anche nelle elezioni locali italiane, dove una destra spesso inconsistente nell’offerta e persino nel personale politico, per il solo fatto di denunciare i «nemici» giusti riesce a sconfiggere chi continua a riproporre un piccolo mondo liberista antico che, se già non era idilliaco dieci o venti anni fa, risulta oggi fuori dal tempo e dalla storia.
Preso atto dell’attuale contesto, il compito che queste giornate milanesi ci lasciano è dunque quello di provare a reinventare un’opzione politica diversa.
Fondata su un pensiero economico all’altezza dei tempi, in grado di misurarsi con le attuali contraddizioni e capace di dare risposte al contempo teoriche e concrete. Ecco perché, come Jacobin Italia, vogliamo rivolgerci alle economiste e agli economisti e, più in generale, a chi si interroga sull’economia nelle aule universitarie come sui posti di lavoro, per confrontarci sull’urgenza di alternative all’esistente senza rimanere ingabbiati nel rimpianto di ipotesi che non sono state in grado di evitare l’impasse in cui ci troviamo. Senza rimpianti e senza sconti a nessuno insomma, neppure alle nostre personali storie culturali e intellettuali.
C’è urgenza di trovare risposte alla crisi del capitalismo, a un’economia che riproduce il patriarcato in forme nuove e non meno asfissianti, e a un sistema economico che ci lancia contro il muro della catastrofe climatica. C’è bisogno di immaginare strade innovative per uscire dall’impasse socio-economica che stiamo vivendo, togliendo centralità al mercato e rimettendo al centro la società.
Ritrovando il filo a piombo dell’uguaglianza: un’uguaglianza più piena però, che integri in modo intersezionale una rinnovata attenzione alle classi sociali e al lavoro, con quella alle discriminazioni di genere e al razzismo sistemico delle nostre economie. Con nuove forme di equilibrio tra programmazione e mercato, con una pianificazione democratica in grado di coniugare interessi diffusi e libertà, riqualificando la sfera pubblica e il suo ruolo.
Se di un protezionismo abbiamo bisogno è quello delle persone.
Prendendo atto che la crescita economica infinita non è praticabile e non è più la soluzione, e che la centralità della difesa dell’ambiente deve necessariamente essere coniugata con la difesa sociale. C’è bisogno – ce lo racconta la vicenda dell’ex Gkn – di piani di rigenerazione produttiva, partecipati, sempre con un’attenzione all’ambiente, in grado di rimettere al centro le comunità. Inoltre ogni tematica economica va inquadrata in un’ottica di genere, pensando alla riproduzione sociale, alle discriminazioni e al gap salariale.
Questioni rilevanti, dunque, che richiedono una buona dose di inventiva, per proporre una visione d’insieme alternativa all’esistente. Useremo le pagine online della nostra rivista per ospitare un confronto su questi temi, per contribuire a costruire un terreno di sperimentazione socio-economica di ordine sistemico e strutturale, segnato da freschezza e attualità di idee. Proveremo ad alimentare questo dibattito con interviste, contributi e analisi sugli esempi più o meno di successo offerti dalla storia e dall’attualità.
Un dibattito non accademico ma funzionale – per usare le parole con cui Sunkara ha chiuso il Festival – a ricostruire una base sociale senza la quale una sinistra, più o meno radicale, non ha senso di esistere. Un obiettivo quanto mai urgente nella crisi – economica, sociale, ecologica, e anche democratica – dei tempi in cui viviamo.
I contributi al dibattito si possono mandare alla mail info@jacobinitalia.it con oggetto “DIBATTITO ALTERNATIVA ECONOMICA”
*Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023). Giacomo Gabbuti fa parte del consiglio redazionale di Jacobin Italia, ed è Ricercatore tenure-track di storia economica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha curato Non è Giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Laterza, 2025).