Le Pantere nere che non sono tornate a casa

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Jaclynn Ashly 18 Ottobre 2025

A 59 anni dalla nascita del Black Panther party, Charlotte e Pete O’Neal sono ancora in esilio in Tanzania. La loro storia rivela l’eredità duratura del movimento

Charlotte Hill O’Neal è conosciuta con diversi nomi. Nella Tanzania settentrionale, dove vive da decenni, è nota come «Mama C» perché il suo nome è difficile da pronunciare per la gente del posto. È anche chiamata «Mama Africa», per il suo aspetto afrocentrico – con tanto di scarificazione delle guance Masai e piercing al labbro – e per aver ispirato i giovani locali a essere orgogliosi della propria cultura.

Il suo nome spirituale Orisha, Osotunde Fasuyi, le fu dato durante la sua iniziazione come sacerdotessa nella tradizione Orisha della fede Yoruba, una delle più antiche tradizioni religiose viventi al mondo. È anche un’ex membro del Black Panther Party (Bpp), fondato esattamente cinquantanove anni fa.

Charlotte, settantaquattro anni, e suo marito Pete O’Neal, ottantacinquenne, ex direttore della sezione di Kansas City, sono fuggiti dagli Stati uniti più di cinquant’anni fa, dopo che Pete era stato preso di mira dalle autorità. Dal 1972 vivono in Tanzania.

Sebbene parli swahili, la lingua ufficiale della Tanzania, il persistente accento del Midwest di Charlotte rimane un ricordo della sua vita precedente a Kansas City. La sua pelle è decorata con tatuaggi: una pantera nera sulla spalla sinistra e un Sankofa, simbolo Akan per l’acquisizione della saggezza del passato. Un nyatiti uno strumento a corda tradizionalmente suonato dal popolo Luo del Kenya, ha ora sostituito la pistola che portava con sé quando era al partito.

La coppia ora gestisce lo United African Alliance Community Center (Uaacc) nel villaggio di Imbaseni, fuori dalla città di Arusha. Le pareti del centro sono decorate con murales che raffigurano icone del potere nero e dei diritti civili come Malcolm X e Martin Luther King Jr.

La loro storia, lunga decenni, si intreccia con lo spirito rivoluzionario di migliaia di giovani afroamericani che hanno tentato di opporsi all’ingiustizia, scontrandosi invece con la prigione, gli omicidi e la repressione governativa. La loro relazione è ormai potente testimonianza di amore duraturo, ma Pete ammette di aver «disprezzato» Charlotte quando si sono incontrati per la prima volta.

Pete si unì al Bpp nel 1968, dopo una presa di coscienza politica durante una visita a Oakland, in California, dove le Pantere nere erano state fondate nel 1966. Da adolescente era stato incarcerato, si definiva un «ladro e un truffatore».

«La mia vita rispecchiava quella di molti giovani uomini e donne non bianchi attratti dalla vita di strada nel ghetto», racconta. I suoi amici lo convinsero ad andare a Oakland per vedere questa nuova organizzazione, ma inizialmente non aveva «nessun interesse» nel miglioramento della comunità e pensava che avrebbe «solo fatto qualche lavoretto e guadagnato un po’ di soldi».

Come molti, l’attenzione delle Pantere nere sulla brutalità della polizia inizialmente attirò Pete. Disse al co-fondatore del Bpp Bobby Seale e al membro di alto rango David Hilliard che avrebbe fatto qualsiasi cosa per «vendicarsi [della polizia]». Ma loro lo fermarono, dicendo: «Fratello, non è questo il nostro obiettivo. Non vogliamo vendicarci. Stiamo cercando di cambiare il mondo», racconta Pete.

Pete rimase a Oakland per settimane, partecipando a sessioni di educazione politica su rivoluzionari globali come Che Guevara e Mao Zedong. Improvvisamente ebbe una «epifania», dice. «Immagino che sia questo che succede ai cristiani rinati quando ‘vedono la luce’. Beh, io ho visto la luce».

Abbracciando una causa più grande di lui, il ventottenne ex truffatore di strada tornò a Kansas City, pervaso dal desiderio di un cambiamento rivoluzionario, «non solo per i neri ma per le persone del mondo». Recise i legami con la sua vita precedente e fondò la sezione di Kansas City del Bpp nel Missouri.

Nel frattempo, Charlotte stava finendo il liceo a Kansas City. Cresciuta con l’orgoglio della sua «africanità», si ispirava a Malcolm X, Stokely Carmichael e alle suggestive immagini delle Pantere che marciavano con le loro giacche di pelle nera, i berretti e gli occhiali da sole. All’epoca, ritagliava le foto di Pete dai giornali e le incollava alle pareti della sua camera da letto. «Ma non avrei mai pensato di incontrarlo davvero», dice Charlotte con un ampio sorriso. Eppure, quando finalmente incontrò Pete di persona, non fu amore a prima vista.

Gli inizi infuocati

Charlotte era una studentessa modello, ma spesso marinava la scuola per andare in Missouri a seguire corsi di educazione politica presso la sezione di Kansas City. Circa due mesi dopo la laurea, Charlotte, allora diciottenne, si unì ufficialmente al Bpp, sebbene Pete fosse impegnato in un tour di conferenze e organizzazione.

Charlotte iniziò a vivere in un «Panther Pad», dove i giovani membri delle Pantere condividevano uno spazio comune, dando forma alla società socialista rivoluzionaria che aspiravano a creare. Insieme cucinavano, pulivano e si addestravano con le armi.

Il Bpp aveva rigide regole di condotta contro l’uso di stupefacenti, alcol o marijuana durante il servizio. I membri dovevano essere «molto attenti», dice Charlotte, perché la polizia li molestava e li arrestava costantemente per impoverire le risorse del partito. Cartelli intorno al luogo di lavoro mettevano in guardia i membri dal comportarsi in modo «non funzionale».

«Ma eravamo adolescenti, ed erano gli anni Sessanta», dice Charlotte, inclinando la testa all’indietro con una risatina maliziosa.

Un giorno, lei e altri giovani Pantere decisero di abbandonare i «diavoli rossi», il nome commerciale del Secobarbital, una pillola sedativo-ipnotica usata in medicina per l’insonnia e l’epilessia, ma ampiamente abusata negli anni Sessanta e Settanta. «Eravamo fuori di testa – ricorda Charlotte – Ci divertivamo, tutti fumavano, facevano questo e quello. Eravamo completamente fuori forma».

Ma le giovani Pantere non sapevano che Pete sarebbe tornato a Kansas City quel giorno. «Sono entrato e ho sentito odore di sostanze illecite nell’aria – ricorda Pete – Erba ovunque. Stavano facendo festa in veranda con la musica a tutto volume. Così li ho sorpresi all’improvviso e ho detto: ‘Che diavolo sta succedendo?’ Sono rimasti a bocca aperta, tutti in silenzio».

Charlotte stava finalmente incontrando l’uomo la cui immagine aveva tappezzato le pareti della sua camera da letto in Kansas. «Ero fuori di me – ricorda – Facevo fatica a parlare». Pete, furioso con le giovani Pantere, individuò questa giovane donna che non riconobbe, che descrisse come una «ragazzina magra con una testa grossa e grassa». La fulminò con lo sguardo e chiese: «E questa chi diavolo è?».

Con un balbettio nervoso, Charlotte disse: «Io-io sono Ch-ch-arlotte Hill. Vengo da KK-Kansas City. E mi sono unita al BB-Black Panther Party». «Chi diavolo l’ha lasciata entrare?» sbottò Pete, rivolgendosi a Charlotte e aggiungendo: «Stai zitta e non dire un’altra parola!».

Ma Charlotte replicò: «Non puoi dirmi di non parlare. Mio padre ha detto che ho sempre il diritto di parlare». Gli altri giovani rimasero senza fiato, ricorda Pete. «Pensavano: ‘Oh Signore, ora è morta!’». «Era davvero furioso» dice Charlotte, sorridendo e scuotendo la testa al ricordo dell’incontro con l’uomo che sarebbe diventato il suo compagno per tutta la vita. «Fratello Pete era un uomo severo, e io ero lì a rispondergli male». «Ricordo di aver pensato: ‘Non sopporto questa ragazza’», racconta Pete. Per punizione, Pete costrinse le Pantere, «completamente sfatte», a caricarsi a vicenda sulla schiena e a correre in giro. Poi le chiuse in un armadio.

Nonostante il loro primo incontro travagliato, Pete e Charlotte convissero e si sposarono poche settimane dopo. Pete dice che Charlotte è diventata da allora «l’amore della mia vita, la mia più grande ispirazione e la mia migliore amica».

Sostituire la paura con l’azione

La relazione tra Charlotte e Pete si è sviluppata parallelamente all’ascesa e al declino del Black Panther Party. Fondato il 15 ottobre 1966 da Huey Newton e Bobby Seale presso il North Oakland Neighborhood Anti-Poverty Center, il partito, in seguito etichettato dall’Fbi come la «più grande minaccia» alla sicurezza degli Stati uniti, si basava su una piattaforma in dieci punti che chiedeva, tra le altre cose, autodeterminazione, riparazioni, piena occupazione, istruzione incentrata sulle esperienze dei neri e la fine della brutalità della polizia.

Centrale era il diritto all’autodifesa, attraverso l’organizzazione di gruppi armati per difendere la comunità nera dall’oppressione della polizia, appenandosi il Secondo Emendamento. Newton e Seale consideravano la brutalità della polizia una realtà quotidiana per i neri di ogni età, genere e classe sociale, come osserva Robyn Spencer in The Revolution Has Come: Black Power, Gender, and the Black Panther Party in Oakland (Duke University Press, 2016).

Questa brutalità non era solo un caso isolato di cattiva condotta, ma un riflesso di come le disuguaglianze razziali permeassero la legge e l’ordine, con la polizia che faceva rispettare lo status quo razziale. L’autodifesa era uno strumento organizzativo per dare potere a una comunità a lungo brutalizzata. «Consideravano il possesso di armi e l’autodifesa diritti a lungo negati alle persone di origine africana – afferma Spencer – Le leggi emanate per i bianchi furono riutilizzate dalle Pantere per scopi rivoluzionari». Newton e Seale organizzarono pattugliamenti armati per contrastare le attività di polizia a Oakland, intervenendo negli arresti con telecamere, libri di giurisprudenza e armi da fuoco legalmente portate, uno spettacolo che spesso attirava folle.

Molti membri delle Pantere provenivano dall’esercito o dalle gang, oppure avevano imparato a maneggiare le armi da fuoco andando a caccia, osserva Spencer. «L’autodifesa armata era viscerale e centrale nella loro immagine, e attraeva le persone. Ma chi era attratto dalle armi da fuoco doveva studiare educazione politica, e chi era attratto dalla politica doveva comunque imparare a maneggiare un’arma».

Emory Douglas, ministro della cultura del partito, disegnò caricature di poliziotti raffigurati come maiali sul giornale Black Panther, una tattica che, insieme a espressioni come «via i maiali», contribuì a «sostituire la paura con l’azione collettiva», afferma Spencer. Trasformando la polizia da figure onnipotenti a simboli conquistabili, le Pantere stavano sovvertendo dinamiche di potere consolidate.

Forza e speranza

In risposta diretta alle pattuglie del BPP, l’allora governatore della California Ronald Reagan firmò il Mulford Act nel 1967, abrogando la legge che consentiva il porto d’armi in pubblico. Decine di Pantere nere armate protestarono irrompendo nel Campidoglio della California a Sacramento e interrompendo una sessione legislativa.

Questa audace trovata e la vistosa soppressione di un diritto chiaramente non concepito per gli afroamericani attrassero ancora più iscritti. L’assassinio di Martin Luther King Jr., icona della nonviolenza, nel 1968, fece aumentare il numero di iscritti, poiché le persone cercavano nelle Pantere un’alternativa più militante. «Dopo l’omicidio di Martin Luther King, le loro porte si sono riempite di persone scioccate, ferite e arrabbiate perché il principale sostenitore della nonviolenza era stato ucciso in modo violento», afferma Spencer.

Le sezioni delle Pantere nere sorsero in tutto il paese per servire le comunità locali, creando programmi educativi, il programma «Colazione Gratuita per i Bambini in Scuola» e cliniche mediche gratuite gestite da medici e infermieri volontari. Le Pantere nere consideravano la propria lotta parte di una più ampia lotta di classe, lavorando a fianco di attivisti bianchi e di altri esponenti della sinistra.

Fred Hampton, il presidente della sezione dell’Illinois assassinato dalla polizia in collusione con l’Fbi nel 1969 all’età di ventun anni, dichiarò che il Bpp avrebbe combattuto il razzismo con la solidarietà, il capitalismo con il socialismo e «i maiali reazionari e i procuratori statali» con la rivoluzione proletaria internazionale.

A Kansas City, Pete lanciò un programma di colazioni gratuite che sfamava fino a 700 bambini al giorno, oltre a distribuire cibo e vestiti, cliniche sanitarie gratuite e pattuglie di polizia. Le Pantere affrontarono anche i proprietari terrieri per gli sfratti illegali. «Parlavamo con il fratello in modo aggressivo finché non cambiava idea», ricorda Pete con un leggero sorriso.

Nonostante il loro impegno per la comunità, «i media si concentravano su una cosa sola: ‘Un uomo di colore ha una pistola!’ – racconta Pete – Non volevano parlare della bellezza dei nostri programmi di sostegno alla comunità. Ero molto orgoglioso di quel lavoro: era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima, qualcosa di così grandioso e altruistico».

L’educazione politica del Bpp trasformò Pete, che da allora dedicò il suo tempo a organizzare programmi educativi per tutti i membri della comunità, compresi i bianchi.

Charlotte sostiene che questi programmi le hanno dato forza e speranza. «Abbiamo scoperto i movimenti per la libertà e i combattenti per la libertà in tutto il mondo, ed è stato allora che ho iniziato a sentirmi parte di una comunità internazionale – racconta – Mi sento ancora così: mi ha dato una conoscenza e una fiducia che continuo a portare nel cuore, nel modo in cui vivo e mi relaziono con gli altri».

Doppiamente convinta

Fin dalla sua fondazione, il Black Panther Party è finito sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine locali. La polizia ha iniziato a prendere di mira i veicoli del Bpp e a ricorrere al diritto penale per arrestare i membri e prosciugare le finanze del partito con cauzioni esorbitanti e spese legali.

Nel 1967, l’Fbi ampliò il Cointelpro, un programma di controspionaggio inizialmente rivolto ai gruppi comunisti, per colpire i gruppi per i diritti civili e la liberazione dei neri. Nel 1969, il direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover definì il Bpp la più grande minaccia alla sicurezza interna della nazione. Un dispaccio dell’Fbi suggeriva metodi per indebolire il Bpp, tra cui la creazione di fazioni tra i leader e sospetti su finanze e alleati. L’Fbi utilizzò informatori, lettere false e vignette per creare o sfruttare tensioni, e i telefoni e le case dei leader del partito, incluso quello di Pete, furono intercettati illegalmente.

Il 30 ottobre 1969, Pete fu arrestato per presunto trasporto di un’arma oltre i confini dello Stato. Questo avvenne due settimane dopo che lui e altri membri delle Pantere avevano assaltato un’udienza al Senato a Washington con la notizia che la polizia di Kansas City stava consegnando armi confiscate a gruppi di destra come il Ku Klux Klan.

Pete iniziò a temere per la sua vita. Quando arrivava in tribunale, la polizia lo prendeva in giro durante le perquisizioni, dicendogli che avrebbe lasciato la prigione «in una bara». Un agente di colore lo avvertì in seguito che la polizia aveva intenzione di ucciderlo. Pete fu condannato a quattro anni.

Nonostante i suoi precedenti, che includevano un’evasione dal carcere, il giudice gli permise di rimanere libero su cauzione durante l’appello, una decisione inaudita che Pete riteneva mirasse a impedirgli di diventare un «martire» agli occhi della comunità. Hoover aveva emanato una direttiva per «impedire l’ascesa di un ‘messia’» che potesse unificare il movimento di liberazione dei neri.

Paul Magnarella, professore all’Università della Florida e autore di Black Panther in Exile: The Pete O’Neal Story (University of Florida Press, 2020) afferma che il processo a Pete del 1970 non garantì alcuna «giustizia». Era pieno di «vizi costituzionali», osserva. Testimoni chiave dell’accusa spergiurarono, un testimone chiave era un informatore dell’Fbi pagato il cui status fu nascosto alla difesa, la legge federale fu applicata erroneamente e furono utilizzate intercettazioni illegali dell’Fbi.

Pete sapeva di dover scappare, anche se inizialmente detestava l’idea di lasciare gli Stati uniti, un piano che, al contrario, affascinava Charlotte. All’epoca, la sinistra statunitense manteneva quella che Spencer definisce una «moderna ferrovia sotterranea»: reti di persone e rifugi sicuri che aiutavano gli attivisti ricercati dalle autorità a fuggire dal paese.

Charlotte e Pete non furono i primi Panthers a fuggire. Nel 1968, Eldridge Cleaver fuggì dopo essere stato accusato di tentato omicidio in seguito a una sparatoria con la polizia di Oakland in cui fu ucciso il diciassettenne Bobby Hutton, la prima recluta del partito, affettuosamente chiamato «Lil’ Bobby». Cleaver riapparve in seguito in Algeria, dove fondò la sezione internazionale dei Panthers. All’epoca, l’Algeria, da poco indipendente, era un centro di movimenti anticoloniali.

Quando pianificarono la fuga, non poterono dirlo alle loro famiglie, ma credevano che sarebbero rimasti via solo per «forse due anni». La loro casa era sorvegliata dalla polizia 24 ore su 24, quindi dovettero sgattaiolare fuori dal retro, travestiti. Charlotte indossava una parrucca e Pete si lisciò i capelli. Si nascosero nel bagagliaio di un’auto per oltrepassare i confini dello stato.

Arrivarono a Long Island, New York, dove dei «ricchi comunisti bianchi» prepararono i loro documenti e un avvocato li accompagnò all’aeroporto. Prima dell’imbarco, Pete offrì a Charlotte, che aveva una borsa di studio completa per la facoltà di medicina in Texas, la possibilità di rimanere. «Le dissi che poteva andare avanti con la sua vita, che nessuno la stava cercando e che sarebbe stata al sicuro a Kansas City», ricorda Pete. Ma anche da adolescente, la risposta di Charlotte fu ferma: «No, fratello presidente. Sono doppiamente convinta. Sono con te fino in fondo».

Salirono a bordo dell’aereo e iniziarono la loro vita in esilio.

Dal sottosuolo all’oltremare

La loro prima tappa fu la Svezia, dove rimasero per diversi mesi, prima di volare da Maiorca, in Spagna, ad Algeri, in Algeria, dove alloggiarono in un hotel «infestato da insetti». Pete, privo di contatti, chiese aiuto al proprietario per contattare il Bpp locale.

Quando lo chiamò, Cleaver era «molto sospettoso», ricorda. All’epoca si era creata una profonda spaccatura nel Bpp tra Newton a Oakland e Cleaver ad Algeri sulla direzione del partito: Newton si concentrava sui programmi comunitari, mentre Cleaver dava priorità alla militanza e ai contatti internazionali.

Il Cointelpro dell’Fbi esacerbò le tensioni. Spencer spiega che l’Fbi considerava la sezione di Algeri, guidata da Cleaver, «particolarmente minacciosa» perché aveva la possibilità di stringere legami con i movimenti di liberazione internazionali e gli avversari degli Stati uniti. L’Fbi rispose isolando Cleaver dal partito in patria, inviando lettere falsificate a entrambi gli uomini per alimentare la sfiducia.

Newton iniziò a espellere membri di spicco dal partito, tra cui Elmer Gerard Pratt, noto anche come «Geronimo Ji-Jaga», un leader molto rispettato della sezione di Los Angeles. Dopo che Cleaver criticò pubblicamente Newton, Newton espulse con rabbia l’intera sezione internazionale del Bpp, provocando una profonda scissione che presto sfociò in violenza. «Molte persone sono morte nel Black Panther Party a causa di questa scissione – racconta Pete – Ho dato a Charlotte tutti i soldi che avevo e le ho detto: se non fossi tornato, me ne sarei andato e sarei tornato a Kansas City».

Quando Pete arrivò all’ufficio del partito ad Algeri, ufficialmente chiamato Ambasciata delle Forze Rivoluzionarie Afroamericane del Nord America, si presentò a Cleaver. «Mi squadrò da capo a piedi – ricorda Pete – Poi disse: ‘Dove diavolo sei stato? Ti abbiamo aspettato per mesi’». Pete scoprì in seguito che sua madre aveva inviato una ventina di lettere all’ufficio, sapendo che sarebbe arrivato. «Erano felici ed emozionati – racconta Pete – Era puro amore e spirito di gruppo: mi sentivo come se fossi finalmente tornato a casa».

L’ufficio delle Pantere nere ad Algeri non era solo un’ambasciata: era uno spazio vitale in cui i membri si riunivano, socializzavano e si collegavano con rivoluzionari provenienti da tutto il mondo, dai comunisti vietnamiti ai combattenti antisionisti palestinesi.

Ma i rapporti tra il Bpp e il governo algerino si incrinarono nel 1972, dopo che due aerei dirottati atterrarono ad Algeri, portando con sé il denaro del riscatto destinato alle Pantere. Le autorità algerine sequestrarono i fondi e li restituirono agli Stati uniti, lasciando le Pantere a corto di denaro. In risposta, le Pantere denunciarono il governo, che reagì interrompendo le loro linee di comunicazione e ponendole agli arresti domiciliari per sei giorni. Queste tensioni, unite al rafforzamento dei rapporti tra l’Algeria e Washington, segnarono il declino della sezione internazionale delle Pantere nere.

Palo per palo

Centinaia di afroamericani, tra cui ex Pantere nere di Kansas City, vivevano già in Tanzania a quel tempo, attratti dal suo primo presidente, Julius Nyerere, icona del panafricanismo militante, e dalla sua filosofia del socialismo africano, l’ujamaa.

Pete, tuttavia, non aveva alcun desiderio di stabilirsi in Tanzania. «Quando la situazione in Algeria ha iniziato ad andare a rotoli, volevo tornare in Svezia – racconta – Altri si nascondevano o cercavano di tornare negli Stati uniti, ma tutti i compagni che ci riuscivano finivano per trascorrere decenni in prigione». Fu Charlotte a convincerlo a provare la Tanzania. «Ha insistito molto – racconta Pete – Ho seguito il suo consiglio, ed è stato il migliore che abbia mai ricevuto».

Il loro viaggio in Tanzania nel 1972 fu difficile: furono trattenuti in Egitto perché sprovvisti del certificato di vaccinazione contro il colera. Ma Charlotte riuscì a modificare il loro certificato di vaccinazione contro la febbre gialla, inserendo la dicitura «colera», ottenendo così il loro rilascio. Poi trascorsero una «luna di miele in un hotel davvero carino vicino al Nilo» prima di ottenere i visti, racconta Pete.

Il governo tanzaniano li accolse come «combattenti per la libertà e rifugiati politici», racconta Charlotte. All’arrivo, lei era «al settimo cielo per la bellezza», ma Pete, che aveva sempre vissuto in città, fece fatica ad adattarsi. «Lentamente mi ci sono abituato – dice Pete – Ora non potresti più trascinarmi via: sarò sepolto qui».

Vissero nella città costiera di Dar es Salaam per un anno, finché il caldo e l’umidità non iniziarono a nuocere alla salute di Pete, spingendolo a trasferirsi nell’entroterra, nella più fresca regione di Arusha. Lì impararono a coltivare e a diventare autosufficienti. Alla fine riuscirono ad assicurarsi quattro acri di terra a Imbaseni, un tranquillo villaggio rurale, dove vivono ancora oggi.

All’epoca, la zona era «solo boscaglia», senza elettricità né acqua corrente, e per raccogliere l’acqua nei secchi dovevano percorrere otto chilometri a piedi. Charlotte racconta che iniziarono a costruire «palo per palo» senza soldi, spesso fabbricando i propri mattoni e trovando costantemente modi creativi per costruire e sopravvivere.

Riciclavano tutto e Pete imparò persino a costruire mulini a vento per generare elettricità. Allevavano polli, mungevano mucche, andavano a caccia e coltivavano fagioli, producendo infine salsicce che vendettero in tutta la Tanzania per quindici anni.

L’idea di un centro comunitario nacque più tardi. Gli anziani del posto, colpiti dal loro lavoro, donarono loro un appezzamento di terreno vicino a casa. Dopo aver costruito un palco per lezioni e attività, il centro divenne molto popolare e gli spostamenti divennero un problema. Decisero di costruire il centro a casa loro. La prima aula fu dedicata ai computer, seguita da un edificio per le lezioni di inglese.

Nel 1991 fondarono ufficialmente lo United African Alliance Community Center (Uaacc). Offre ai giovani tanzaniani corsi gratuiti di arte, cucito, yoga, hip-hop, musica e produzione video. «In ogni cosa che facciamo, insistiamo affinché i giovani intraprendano un lavoro che dimostri amore per se stessi e per la comunità in generale», afferma Charlotte. Sebbene Pete non sia mai più potuto tornare, Charlotte raccoglie fondi per il centro organizzando tour annuali di conferenze negli Stati uniti.

Anche Geronimo Ji-Jaga, che fu preso di mira da Cointelpro e trascorse ventisette anni in prigione prima che la sua condanna per omicidio venisse annullata, visse in Tanzania per dieci anni prima di morire nel 2011. Geronimo ottenne un risarcimento di 4,5 milioni di dollari dall’Fbi e dal dipartimento di polizia di Los Angeles quando fu scoperto che i pubblici ministeri avevano nascosto prove che dimostravano la sua innocenza. Diede a Pete e Charlotte 10.000 dollari per migliorare l’accesso all’acqua del villaggio.

Nel 1991 fondarono ufficialmente il Centro Comunitario dell’Alleanza Africana Unita, che offre ai giovani tanzaniani corsi gratuiti di arte, cucito, yoga, hip-hop, musica e produzione video.

Dopo aver trovato l’acqua, installarono un rubinetto pubblico che risparmiò la lunga camminata quotidiana e in seguito contribuirono a erigere trentasei pali della luce, dando alla comunità accesso a entrambi. Anche altri ex membri delle Pantere hanno sostenuto il centro, tra cui Emory Douglas, che ha tenuto corsi d’arte per gli studenti.

Nel 2008 hanno fondato la Leaders of Tomorrow Children’s Home, che offre a ventotto bambini svantaggiati un alloggio presso la casa della coppia, istruzione e assistenza sanitaria, rendendoli parte integrante della famiglia O’Neal.

Un’eredità duratura

Sposati solo da un anno prima di fuggire dagli Stati Uniti, l’amore tra Charlotte e Pete sbocciò in esilio. Insieme crebbero due figli, Malcolm e Ann Wood. E nonostante tutte le difficoltà, non hanno mai litigato. «È l’unica con cui riesco ad arrabbiarmi davvero, ma tutto quello che posso fare è chiudere la bocca e stare zitto – dice Pete – Se è arrabbiata con me, il massimo che dirà è ‘Va bene’. Questo è stato il limite dei nostri disaccordi per cinquantasei anni: arrabbiarci e non parlare».

Pete, che inizialmente non credeva nell’amore romantico, dice che Charlotte ha cambiato idea. Decenni dopo il loro primo incontro tutt’altro che ideale alla sezione di Kansas City del Bpp, Charlotte è diventata quella energica, impegnata a realizzare video, film e musica con i ragazzi, mentre Pete si è adattato a un atteggiamento più casalingo. «Ero più grande», ricorda Pete.

Ho viaggiato molto e ho studiato l’università della vita. Le ho persino fatto fare il suo primo viaggio in aereo: era una bambina in confronto a me. Ma ora sembra che i ruoli si siano invertiti. Resto a casa e mi prendo cura dei bambini. Non avrei mai pensato di avere un nonno in corpo, ma ora passano tutto il giorno con me. La sera, ho venti bambini stipati nella mia camera da letto e venti genitori in infradito che mi aspettano fuori dalla porta.

Sorride. «E mi piace. Ecco cosa è diventato il mio esilio».

Più di mezzo secolo dopo, Pete continua a portare con sé il trauma della brutalità della polizia negli Stati uniti. Spesso si sente a disagio nell’incontrare la polizia locale tanzaniana, che lo chiama affettuosamente Mzee , o anziano, e gli fa segno di fermarsi per strada. «Mi conoscono tutti e vogliono solo salutarmi – dice – Ma non riesco ancora a fare a meno di irrigidirmi».

Il Black Panther Party si sciolse definitivamente negli anni Ottanta. Huey Newton, a lungo braccato dalle autorità locali e dall’Fbi, e dopo aver trascorso anni in prigione per una dubbia accusa di omicidio, gran parte dei quali in isolamento, divenne sempre più paranoico e sospettoso nei confronti dei suoi stessi membri. Si diffuse un clima autoritario, aggravato dalle accuse di corruzione e dall’uso di droghe da parte di Newton.

Nel 1989, Newton, ancora considerato una delle figure più brillanti del movimento Black Power, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco all’angolo di una strada di West Oakland che un tempo aveva cercato di sovvertire.

Charlotte e Pete affermano di essersi impegnati a portare avanti l’eredità del Black Panther Party nel loro lavoro in Tanzania. «Sono una persona profondamente imperfetta – dice Pete, sdraiato sul letto a casa, mentre i bambini entrano ed escono timidamente per fargli domande – Lo ero allora, e lo sono ancora oggi. Ma il mio obiettivo è sempre quello di essere un po’ migliore di ieri. Non sempre ci riesco, ricado, ma mi aggrappo alla filosofia di liberazione che ho scoperto nel 1968. Questa è la mia salvezza. Non sono religioso, ma se il paradiso esiste, credo che ci entrerò».

Per Pete, il lavoro in Tanzania è inscindibile dalla visione del partito: «Vediamo un problema e lo affrontiamo. Non mi limito a nutrire i miei figli, nutro ogni bambino. Sono orgoglioso di ciò che abbiamo costruito qui. Questa è la cosa migliore che abbia mai fatto nella mia vita, anche più che nel Black Panther Party».

Quando gli viene chiesto se vorrebbe mai tornare negli Stati uniti, Pete risponde subito: «Assolutamente no!».

*Jaclynn Ashly, autrice anche delle foto che compongono questo racconto, è una giornalista indipendente, attualmente vive negli Stati uniti. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazion

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