No tav e mondi nuovi

dal blog https://comune-info.net

Gianluca Carmosino 18 Ottobre 2025

Dicembre 2023, marcia da Susa a Venaus. Foto Luca Perino

In queste settimane la Val Susa celebra con tante iniziative i vent’anni dalla liberazione di Venaus, quando il mondo scoprì questa valle, che culmineranno nella manifestazione dell’8 dicembre. Molti si chiedono a che punto sono i lavori dell’alta velocità e cosa accade nel movimento: alcuni cantieri sono aperti e sono una ferita per il territorio, tuttavia di fatto del grande tunnel di base non c’è ancora traccia. La Torino-Lione sembra la nuova Salerno-Reggio Calabria. Intanto impressiona come il movimento sia in grado di accogliere sempre più giovani, che vent’anni fa avevano pochissimi anni o non erano nati, e come il popolo No Tav si riconosca nella lotta palestinese. In questo articolo – che appare su Comune e (in spagnolo) sulla rivista curata dal collettivo Comunizar – si ragiona di come il cambiamento sociale in profondità riguardi prima di tutto la vita di ogni giorno delle persone comuni e strade assai lontane da Stati e partiti, partendo proprio dalla straordinaria lotta No tav.

Dentro la stanca Europa paralizzata dall’incapacità di fare i conti con il colonialismo e ossessionata dalla corsa al riarmo esistono pezzi di società che esplorano di fatto l’idea che il cambiamento sociale in profondità riguardi prima di tutto la vita di ogni giorno delle persone comuni e strade assai lontane da Stati e partiti. Due esempi possono aiutare ad aprire il concetto di lotta di classe (sulle lotte che nel mondo, da trent’anni a questa parte, si focalizzano sul come e non tanto “contro chi” e lasciano da parte il concetto di lotta di classe, leggi anche questo articolo di John Holloway: Lotta di classe identitaria e non identitaria).

Il primo esempio arriva da uno dei più importanti movimenti territoriali emerso in Europa negli ultimi quarant’anni, il movimento No Tav. In Val Susa, tra Torino e il confine con la Francia, per opporsi al passaggio del treno ad alta velocità – grande opera ritenuta costosa, inutile e devastante dal punto di vista ambientale – gruppi di persone con età e sensibilità culturali diverse hanno cominciato a prendere parola, studiare, confrontarsi, promuovere azioni di protesta, momenti di convivialità e grandi manifestazioni, hanno soprattutto imparato a ricomporre le relazioni sociali. Non sappiamo se un giorno il tragitto dell’alta velocità, così come pensato, riuscirà a bucare completamente le montagne della Val Susa, al momento resta un obiettivo non scontato per coloro che sono in alto, in ogni caso il movimento No Tav ha per molti aspetti già cambiato in profondità il territorio. Racconta Chiara Sasso che fa parte del movimento e che lo ha spesso raccontato con grande umiltà e lucidità: “Oggi quando in uno dei paesi della Valle vai a fare la spesa impieghi molto più tempo rispetto a qualche tempo fa, perché ti fermi a chiacchierare con tante persone di quello che accade in valle e della vita di ogni giorno. Tanti anni di movimento hanno ricostruito il tessuto di relazioni sociali ma hanno intanto dimostrato che è possibile avere uno sguardo diverso sul mondo”.

Grandi imprese e istituzioni non immaginavano che una resistenza promossa da persone comuni senza alcun sostegno da partiti e grandi media, malgrado una crescente repressione giudiziale e la militarizzazione del territorio, potesse durare così a lungo. Negli ultimi anni, centinaia di ventenni e anche adolescenti, dopo aver imparato a stare insieme e a organizzarsi nei campeggi del fantastico Festival estivo dell’Alta Felicità e nelle proteste per il clima, sono oggi i protagonisti dell’infinita rinascita del movimento: una nuova generazione produce così interessanti risonanze con lotte di tutto il mondo.

Del resto questa valle alpina aveva conosciuto una grande partecipazione popolare già durante la Resistenza contro il fascismo e il nazismo. Nell’autunno del 1970 è stata anche il teatro del primo caso clamoroso in Europa di obiezione professionale alla produzione bellica, iniziativa nata dagli operai delle Officine Moncenisio (azienda che fabbricava vagoni ferroviari ma anche proiettili, bombe e armi subacquee per la Marina Militare) che suscitò la solidarietà da parte di persone e movimenti in varie parti del mondo e stimolò altri lavoratori ad affrontare la questione della produzione di armi e della riconversione dell’industria bellica.

Tuttavia, ciò che rende questo movimento di grande interesse non è soltanto l’abilità di svelare cos’è l’estrattivismo, come accumulazione di capitale che avviene attraverso l’espropriazione delle risorse naturali comuni. Né tanto meno la creatività con cui ripensa le forme di lotta. Ma è la capacità di non rinchiudersi in un localismo. In Val Susa lo sanno: perfino l’esigenza di creare comunità, dunque di ricomporre legami sociali nei territori attraverso principi e pratiche di solidarietà e mutualismo, può scivolare nella costruzione di identità rigide e chiusa. Ma nelle parole e nelle scelte del movimento in questi anni non è mai comparsa l’equazione terra-sangue. Come dire «valsusini si diventa», è un’adesione a un’idea fatta di molte idee. Ogni identità o appartenenza deve essere frutto di scelte e non dipendere dal luogo di nascita, come vorrebbe far credere chi sbandiera l’idea delle «radici». Anche per queste ragioni la Valle da tempo supporta in molti modi diversi i tanti migranti che attraversano la rotta balcanica o il Mediterraneo per raggiungere la Francia e il Nord Europa passando per i sentieri alpini. La Casa cantoniera occupata, autogestita e più volte sgomberata Chez JesOulx insieme al rifugio Fraternità Massi-Talita Kum, solo negli ultimi anni riconosciuto a livello istituzionale, sono due luoghi che ogni giorno accolgono donne e uomini, a volte anche bambini, invisibili. Intorno a questi luoghi tantissime persone formano reti altrettanto invisibili per accompagnarli in alcuni tratti di strada, in inverno in mezzo alla neve, offrendo informazioni, una doccia, abiti, scarpe e qualche pasto caldo.

Il secondo esempio, a proposito di identità e di lotta, non arriva da un altro movimento territoriale, ma dai migranti. «Forse dovremmo tutti ispirarci ai sogni assurdi dei migranti», ha scritto John Holloway (Plática sin nombre, Comunizar 2019). Così come loro, per inseguirli, attraversano mari, deserti, montagne e scavalcano barriere alte cinque metri, così noi dovremmo imparare a ribellarci a tutto ciò che condanna ogni speranza a diventare illusione. I migranti, in modi limitati e contraddittori, possono aiutarci a riconoscere e a superare le frontiere che esistono tra l’ordine delle cose dal mondo che desideriamo. Non si tratta di indicare la resistenza e la tenacia dei migranti come un modello per tutte le lotte ma di riconoscere l’affermazione della loro soggettività in un cambiamento complessivo delle relazioni sociali. Si tratta ad esempio di mettersi alla ricerca di tracce di resistenza e ribellione nella memoria legata alla libertà di movimento: da un qui a un possibile altrove, da una terra all’altra. È la stessa memoria di cui parla Carolina Meloni González, filosofa, costretta a lasciare l’Argentina dei militari golpisti all’età di cinque anni. Nel suo racconto, «Transterradas», sono protagoniste tre donne costrette all’esilio in Spagna dalla dittatura argentina, salita al potere nel 1976. Quello proposto da Meloni non è un percorso di ricerca terapeutico introspettivo ma un lavoro politico per trasformare il presente, rivolto anche, o soprattutto, ai protagonisti delle molte storie di questo tipo che oggi avvengono in tante e diverse zone del mondo.

D’altronde, chi sta in alto lo ripete da tempo: sempre più persone non servono, sono di troppo. Nel gennaio 2024, in una discussione interna al Fondo monetario internazionale si è spiegato che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale renderà superflua la metà dei posti di lavoro esistenti. Altre analisi la giudicano una stima contenuta. Dal punto di vista del sistema di relazioni sociali che domina il pianeta, quello che misura ogni passo sulla possibilità di accumulare denaro, c’è dunque una gran parte dell’umanità, oceani di persone, che non è necessaria, anzi è di troppo. Sarebbe opportuno sbarazzarsene. La guerra ai migranti si alimenterà presto di altri immensi esodi: è una delle facce più atroci di quella che nel 1999 gli zapatisti hanno chiamato Quarta guerra mondiale.

Proteggere la libertà di movimenti delle persone e i sogni dei migranti resta per altro fondamentale per opporsi alla violenza dei sovranismi, il tentativo di restituire agli Stati i poteri ceduti al mercato e alla finanza internazionale, insomma la versione moderna dei nazionalismi. Per capire la crescita di xenofobia e razzismo, in Europa come negli Stati Uniti, bisogna partire da qui, da questa consapevolezza: sebbene il capitale sia globale, non ha mai smesso di cercare il sostegno degli Stati.

Imparare a guardare i processi migratori non solo come flussi di persone in cerca di fortuna ma come gruppi di donne e uomini che, con i loro corpi, costruiscono orizzonti politici diversi e nutrono la possibilità di cambiare l’ordine delle cose è quindi sempre più essenziale.

Uno dei luoghi nei quali a volte tutto questo emerge sono spesso le scuole per adulti nelle quali si impara la lingua dei paesi di accoglienza. Non in tutte le scuole, ma in quelle dove la lingua viene concepita come un ponte per creare legami e non solo come un materia di apprendimento.

Dove i corsi di alfabetizzazione sono proposti da persone che mettono a disposizione tempo e saperi, fuori dal dominio del denaro.

Dove si apprende con didattiche attive e cooperative, dove il corpo, la voce, la narrazione autobiografica e perfino la creatività manuale diventano strumenti per imparare insieme.

Dove la conoscenza di una lingua nuova restituisce dignità alle lingue madri senza cadere nell’esotismo e nel paternalismo.

Dove la cultura è pensata come un concetto dinamico in perenne trasformazione.

E dove l’apprendimento è accompagnato da servizi di orientamento che cercano di favorire l’autonomia delle persone. La lingua infatti non è solo strumento di comunicazione ma creazione di mondi.

C’è una lezione che lega movimenti come i No tav e le scuole di alfabetizzazione per i migranti? Forse sì. Per dirla con Raúl Zibechi: «Serve uno sguardo capace di posarsi sulle piccole azioni con lo stesso rigore e interesse che esigono le azioni più visibili e notevoli, quelle che solitamente “fanno storia”…».

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.