L’orbanizzazione dell’università

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Lorenzo Zamponi 20 Ottobre 2025

Il modello ungherese del controllo degli atenei avanza insieme a precarizzazione e privatizzazione: la destra, anche in Italia, vuole un’università più piccola, meno costosa, più politicamente allineata 

L’escalation delle ultime due settimane è evidente. Il 30 settembre inizia la discussione, nella 1a Commissione della Camera, del Ddl Gasparri che, con il pretesto del «contrasto all’antisemitismo», persegue la critica a Israele con conseguenze disciplinari e penali per chi la esercita nella scuola e nell’università. Il 3 ottobre la neoeletta presidente della Conferenze dei rettori delle università italiane manda una lettera ai colleghi in cui li invita a dare visibilità a due ministri del governo nelle iniziative di accoglienza degli studenti palestinesi in arrivo in Italia con le borse Iupals. Il 6 ottobre viene diffuso il nuovo regolamento dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e di ricerca), che la mette sotto diretto controllo governativo, ampliandone allo stesso tempo il raggio d’azione. Il 10 ottobre il potente segretario generale del ministero Marco Mancini scrive ai rettori (è un governo epistolare, quello di Giorgia Meloni) invitandoli, sostanzialmente, a reprimere con maggiore durezza le proteste in solidarietà con la Palestina, e in particolare le occupazioni studentesche. L’11 ottobre la ministra della famiglia e delle pari opportunità Eugenia Roccella rincara la dose, affermando pubblicamente che le università, sulla questione palestinese, «sono state fra i peggiori luoghi di non-riflessione».

Si tratterà sicuramente di una coincidenza, ma è difficile scacciare l’impressione che si tratti di un attacco coordinato. Un anno fa avevamo fatto notare i primi segnali dello sbarco in Italia di un fenomeno già molto rilevante negli Usa, e cioè l’inserimento dell’università, insieme a femminismo, ambientalismo, omosessualità e così via, tra gli obiettivi della guerra culturale scatenata dalla destra. Oggi la guerra culturale all’università è un fatto anche in Italia. È in questo contesto che leggiamo di nuove proposte governative che rafforzerebbero il ruolo diretto dell’esecutivo nella governance degli atenei, nell’ottica di un allineamento politico tra università e partito di governo che ricorda in maniera non proprio rassicurante il modello sperimentato da Viktor Orbán in Ungheria. Nel frattempo, mentre migliaia di contratti precari scadono ogni mese senza che all’orizzonte appaiano le risorse per rinnovarli, cresce il ruolo delle università telematiche private for profit: una privatizzazione strisciante del sistema pubblico della conoscenza. E di tutto questo, dentro gli atenei, si parla davvero troppo poco.

Libertà accademica e destre globali

Un anno fa ricordavamo il nixoniano «The professors are the enemy» citato da JD Vance pochi mesi prima di diventare il vicepresidente degli Stati uniti. In un’intervista, nel maggio 2024, Vance citava proprio l’Ungheria di Orbán come modello per la sua capacità di far rendere conto all’università nei confronti dei contribuenti. E la leva economica si sta dimostrando tremendamente efficace, negli Stati uniti, sia da parte del governo sia da parte dei privati, per disciplinare le governance degli atenei e convincerle a reprimere chi, al loro interno, non è allineato con la visione governativa.

In Italia la situazione è ben lontana da questi scenari, non si vedono ancora rettori consegnare al governo liste di docenti e studenti non allineati da perseguire, ma è innegabile che nelle ultime settimane si sia vista un’accelerazione.

Il fatto che ciò sia avvenuto proprio sulla questione palestinese non è un caso: le università sono state il luogo in cui per due anni si è sviluppato il movimento, pur dimensionalmente molto limitato, prima dell’esplosione di massa tra settembre e ottobre. E il movimento ha messo fin dall’inizio al centro il tema del ruolo sociale dell’università: cosa si studia e si ricerca, per conto di chi, e al servizio di quale progetto di società. Questa vicenda rivela perfettamente la tensione in cui si trova il sistema universitario: contemporaneamente un ingranaggio del progetto sociale dominante e uno spazio di resistenza a esso. L’università è allo stesso tempo lo spazio di socializzazione e pensiero critico e la fabbrica della precarietà. Ha un compito conservatore, di riproduzione dell’élite, e ne ha uno progressista, di messa in discussione di quell’élite. È uno spazio in cui gli incentivi al conformismo e all’allineamento con il potere sono forti, come gli interessi materiali, e in cui allo stesso tempo è più facile esprimere un punto di vista alternativo a quello dominante che in quasi qualsiasi altro contesto. 

Da un anno sono insediati al Ministero dell’università e della ricerca guidato da Anna Maria Bernini due gruppi di lavoro: uno guidato da Ernesto Galli della Loggia (docente universitario in pensione ed editorialista conservatore sulle pagine del Corriere della Sera), con una logica più di impostazione culturale, e uno coordinato da Marco Mancini (linguista della Sapienza, e da poche settimane segretario generale del ministero) e Giorgio Zauli (ex rettore dell’Università di Ferrara), più tecnico. Entrambi i gruppi lavorano in forma assolutamente riservata e alla comunità universitaria non è dato conoscere le loro produzioni. Qualche giorno fa, però, la Rete 29 Aprile (coordinamento di ricercatori nato nel 2010 in opposizione alla riforma Gelmini), ha diffuso i contenuti di alcune bozze prodotte dal gruppo Galli della Loggia. Secondo quanto riportato, la governance degli atenei verrebbe maggiormente accentrata, sia all’interno delle università, con un peso maggiore di rettori e direttori di dipartimento, eletti in blocco, sia all’esterno, con la nomina di un rappresentante del governo e di rappresentanti degli enti locali all’interno dei consigli di amministrazione delle università. 

Si tratta di indiscrezioni e di bozze preliminari, chiaramente. Ma se circolano nelle stesse settimane in cui ministri attaccano pubblicamente le università per l’eccessiva libertà di discussione, dirigenti ministeriali diffondono circolari che invitano alla repressione, ai rettori viene ricordato di ringraziare più spesso i ministri nei loro discorsi e la maggioranza parlamentare discute di come sanzionare chi si esprime sulle vicende mediorientali, è difficile non preoccuparsi. 

Le condizioni materiali della libertà

Sarebbe sbagliato analizzare questi processi descrivendo la battaglia tra un governo autoritario che vuole mettere le mani sui liberi saperi e una comunità accademica compattamente schierata a difesa della propria autonomia. Non è proprio così: come si è detto, una parte rilevante del mondo universitario è pesantemente coinvolta nella commistione tra ricerca e industria della difesa, ad esempio, e del resto i due gruppi di lavoro citati sono composti quasi esclusivamente da docenti universitari. L’autonomia universitaria, come ha ben spiegato su queste pagine Tomaso Montanari qualche mese fa, è un valore quando si tratta di difendere la libertà di insegnamento e ricerca, mentre diventa una trappola quando è un meccanismo di competizione al ribasso per le risorse.

È importante analizzare i processi in atto come scambi e negoziati. Abbiamo ipotizzato più volte, nel corso dell’ultimo anno, che sulla precarietà così come sui meccanismi concorsuali fosse in atto un negoziato tra governance degli atenei e governo. Il governo taglia i finanziamenti e le università chiedono e ottengono che, per poter mantenere inalterati i livelli di produttività con risorse inferiori, si peggiorino le condizioni di lavoro di precari e precarie, e che, per mantenere il pieno controllo sulle poche assunzioni rimaste, i meccanismi concorsuali diventino più discrezionali. Il primo scambio si è concretizzato con l’approvazione dell’emendamento Occhiuto-Galliani, il 3 giugno, che al contratto di ricerca introdotto nel 2022 aggiunge due nuove figure («incarico postdoc» e «incarico di ricerca») meno tutelate e retribuite. Il secondo sta andando in scena in queste settimane, con la discussione parlamentare sul nuovo Ddl sui concorsi. 

Quello sul controllo governativo sugli atenei è un ulteriore negoziato: la leva delle risorse governative, da cui dipende la stragrande maggioranza del bilancio di ogni ateneo pubblico italiano, è estremamente efficace, se c’è da convincere qualcuno a essere più duro con le occupazioni studentesche, o a garantire un maggiore allineamento al governo. Il tema quindi non è tanto l’offensiva autoritaria da parte del governo, ma quanta disponibilità ci sia, all’interno dell’università, ad allinearsi più o meno entusiasticamente. 

Lo vedremo nei prossimi mesi, sapendo che nel frattempo la libertà di ricerca e insegnamento è minata alla base da una precarizzazione sempre più spinta: solo tra settembre e ottobre 1.900 assegnisti e assegniste di ricerca hanno perso il posto di lavoro, e non si vedono all’orizzonte le risorse necessarie a farle rientrare né tanto meno la volontà di procedere alla necessaria stabilizzazione. Sullo sfondo, continua la crescita fuori controllo delle università telematiche private for profit, come ha recentemente denunciatoun nuovo rapporto sul tema: una distorsione che rischia di trascinare con sé, nel tempo, l’intero sistema universitario pubblico.

Orbanizzazione, precarizzazione e privatizzazione sembrano andare di pari passo: un’università più piccola, meno costosa, più politicamente allineata, in grado di assolvere i suoi compiti di valutazione, selezione e certificazione senza alcuna ambizione di innalzamento massiccio del livello d’istruzione, coerentemente con le linee di politica economica dominanti, mentre il privato cresce e fa profitti a prescindere da qualsiasi obiettivo scientifico o didattico. Sarebbe ora che il dibattito su questi temi uscisse dalle stanze chiuse dei gruppi di lavoro ministeriali e investisse le comunità universitarie nel loro complesso.

*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).

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