«Liberare la Palestina per liberare Israele»

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Dora Mengüç Ofer Cassif 21 Ottobre 2025

Intervista al deputato israeliano Ofer Cassif, cacciato dalla Knesset durante il discorso di Trump, perché ha esposto il cartello: «Riconoscere la Palestina»

Ofer Cassif è ormai quasi totalmente isolato dentro la Knesset israeliana. Unico parlamentare apertamente antisionista, è stato sospeso più volte per il suo dissenso, tra cui una sospensione di sei mesi all’inizio di quest’anno per aver sostenuto la causa di genocidio del Sudafrica contro Israele all’Aja. Cassif, docente di filosofia diventato parlamentare, è ormai una rara voce morale in un panorama politico dominato dal militarismo e dalla paura.

Durante il discorso di Donald Trump alla Knesset dopo i colloqui per il cessate il fuoco a Gaza, Cassif ha esposto un cartello con la scritta «Riconoscere la Palestina». Nel giro di pochi secondi, le guardie di sicurezza lo hanno scortato fuori dall’aula. Per molti, è stato un atto simbolico di coscienza, un gesto di sfida tra gli applausi scroscianti per Trump e Netanyahu.

In questa intervista con Jacobin, rilasciata poco dopo l’atto di protesta, Cassif parla con insolita franchezza del «culto del potere» che unisce Trump e Netanyahu, della manipolazione del trauma dopo il 7 ottobre e di quella che lui definisce «l’egemonia del discorso sul genocidio» all’interno della società israeliana. Abbiamo parlato con lui per discutere non solo del collasso politico ma anche morale della leadership israeliana, e della convinzione di Cassif che la liberazione per palestinesi e israeliani sia inseparabile.

Durante il discorso di Donald Trump alla Knesset, lei ha esposto un cartello con la scritta «Riconoscere la Palestina» ed è stato allontanato dall’aula. Si è trattato di un gesto personale e morale o di una deliberata ribellione al silenzio che domina la politica israeliana?

Innanzitutto, lo striscione che io e il mio amico Ayman Odeh tenevamo in mano chiedeva il riconoscimento della Palestina. Non c’era nient’altro: non abbiamo nominato il «genocidio», nient’altro. Non abbiamo parlato, non abbiamo urlato, non abbiamo interrotto, non abbiamo pronunciato altri slogan, solo «Riconosciamo la Palestina». Si è trattato di una protesta non solo contro il silenzio dell’amministrazione statunitense – sia quella di Joe Biden che quella di Trump – ma anche contro il suo coinvolgimento attivo nella continuazione del genocidio e nel sacrificio degli ostaggi israeliani. Trump non è un salvatore.

Vuol dire che le azioni di Trump hanno prolungato la guerra?

Esatto. Ha sostenuto Israele quando Netanyahu ha consapevolmente violato l’accordo di cessate il fuoco. Ha posto il veto alla decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite che chiedeva un cessate il fuoco. Quindi, definire Trump un uomo di pace non è solo assurdo, ma anche distorto. È direttamente responsabile della continuazione del massacro, del genocidio e del sacrificio di soldati e ostaggi israeliani.

Trump, durante quel discorso, ha chiesto al presidente israeliano Isaac Herzog di graziare Netanyahu. Cosa dice questo sulla natura politica del cosiddetto «tour di pace» di Trump?

Ciò a cui abbiamo assistito quel giorno alla Knesset è stata una disgustosa dimostrazione di adulazione e culto della personalità da parte di due megalomani assetati di potere e sangue: Trump e Netanyahu. La richiesta di grazia a Netanyahu da parte di Trump è stata scortese, un atto illegittimo di ingerenza. Una sorta di clientelismo imperiale che si sposa perfettamente con la mentalità dell’egemonia nordamericana. E sfortunatamente la maggior parte della Knesset ha applaudito e applaudito.

Lei è stato sospeso più volte dalla Knesset per le sue critiche alla politica del governo. Alcuni sostengono che mettere a tacere i politici possa essere ancora compatibile con la democrazia. Come risponde?

Questa non è una difesa della democrazia, è una guerra contro la democrazia. Negli ultimi due anni, sono stato sospeso complessivamente per quasi un anno, principalmente per cose che ho detto contro il genocidio. L’uso stesso del termine «genocidio» ha portato il Comitato Etico – che si è trasformato in un comitato di censura – a sospendermi. Il fatto che i membri di un parlamento possano mettere sotto accusa un altro membro è di per sé antidemocratico. È la tirannia della maggioranza, un meccanismo per opprimere le voci dissenzienti.

Ha descritto la società israeliana come vittima di un «discorso egemonico sul genocidio». Cosa intende con questo?

Per quanto riguarda il concetto giuridico, la maggior parte degli esperti di tutto il mondo, compresi gli studiosi ebrei del genocidio e degli studi sull’Olocausto, hanno già affermato che ciò che sta accadendo a Gaza costituisce un genocidio. Ma il problema va oltre la definizione giuridica. Sociologicamente parlando, oltre il 70% dell’opinione pubblica israeliana ha sostenuto l’una o l’altra forma di politica genocida a Gaza. Quindi sì, la società israeliana ha sofferto dell’egemonia di un discorso sul genocidio. Non sto dicendo che tutti gli israeliani siano genocidi, assolutamente no, ma lo spazio pubblico è stato dominato da questo tipo di pensiero.

Descriverebbe l’alleanza tra Trump e Netanyahu come un semplice coordinamento politico o come qualcosa di più profondo, un’ideologia o un rapporto condiviso?

L’autoritarismo di Netanyahu è inseparabile dalla sua megalomania e dalla sua psicopatia. Si comporta come uno psicopatico a cui non importa di nessuno. Lo si può vedere nel bilancio delle vittime a Gaza e nel modo in cui ha sacrificato i soldati israeliani per la propria sopravvivenza. Il culto della personalità che circonda lui – e Trump – è qualcosa che entrambi incoraggiano e apprezzano. Fa parte della loro visione. Credono davvero che il loro interesse personale sia pari a quello della loro nazione, il che è folle.

Dopo il 7 ottobre, la società israeliana ha attraversato un profondo trauma. Lei ha affermato che il governo ha strumentalizzato quel trauma.

Sì. Il massacro commesso da Hamas è stato orribile, lo abbiamo condannato tutti. Ma il governo ha usato la paura, il dolore e la rabbia per manipolare le persone e giustificare una guerra genocida. L’attacco a Gaza non aveva nulla a che fare con il benessere degli israeliani, nemmeno con la vendetta. Si trattava di realizzare un piano preesistente: l’annessione dei territori palestinesi occupati senza garantire i diritti fondamentali e l’espulsione dei palestinesi che oppongono resistenza.

Da politico israeliano, come immagina il futuro di Gaza e di Hamas?

L’unica soluzione è quella dei due Stati. Gaza deve essere liberata, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, deve essere liberata. Il popolo palestinese deve essere liberato – il che, a mio avviso, significa anche la liberazione del popolo israeliano. Perché, naturalmente, i palestinesi sono le principali vittime dell’occupazione e dell’apartheid – ma anche noi israeliani siamo ostaggi del fanatismo che sostiene questo sistema. La liberazione del popolo palestinese è anche la liberazione del popolo israeliano. Questa è l’unica soluzione realistica e giusta per entrambe le nazioni.

*Dora Mengüç è giornalista e direttrice di Sözcü TV, dove si occupa di politica, relazioni internazionali e questioni sociali. Lavora anche come freelance per Deutsche Welle e Le Parisien Matin. Questo articolo è stat pubblicato su Jacobin Mag, la traduzione è a cura della redazione.

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