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Giulia Giraudo 24 Ottobre 2025
Il corteo è un luogo in cui costruire relazioni e convergenza, per immaginare e dare forma alla società che desideriamo. Come nel caso della giornata per la Gkn
Nella giornata del 18 ottobre, il Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn ha organizzato una manifestazione per riportare l’attenzione sulla fabbrica chiusa dal 2021, ponendo al centro della mobilitazione la domanda: «Quando riapre la fabbrica?». Una domanda rivolta al mondo delle istituzioni a cui si chiede di avviare i lavori del Consorzio regionale pubblico che dovrebbe prendere possesso dell’area della fabbrica in cui ospitare il progetto ecologico di reindustrializzazione proposto dagli operai, ma che – pur essendo stato costituito lo scorso agosto – a oggi non è ancora operativo.
Intorno a questa domanda si è costruita una mobilitazione che ha tenuto insieme diversi singoli e organizzazioni che hanno trovato spazio e cura all’interno di un progetto che mette al centro una diversa idea di vita e di lavoro. In questo spazio delimitato del corteo, che si è riempito di soggetti che aderiscono alla domanda «quando riapre la fabbrica?», sono nate alleanze e relazioni che hanno preso forma e vita grazie a singoli e collettivi che si sono confrontati e hanno immaginato, a partire dalle proprie pratiche e specificità, un modo di stare insieme in questa mobilitazione. Nelle strade del quartiere di Novoli si sono intrecciati striscioni e slogan che esprimevano la rabbia per la condizione degli operai da più di quattro anni, il bisogno di insorgere, il desiderio di organizzare l’impossibile, così come le bandiere di diverse sigle sindacali e le magliette di varie organizzazioni giovanili di partito.
Queste diverse soggettività hanno cantato e ballato insieme, all’interno di uno spazio comune in cui cantare e ballare, camminare insieme, darsi il cambio per tenere gli striscioni, definire i turni e dividersi le responsabilità, rappresenta una forma di organizzazione temporanea che mette al lavoro competenze e abilità individuali e collettive. Abilità, saperi e competenze che a volte fanno parte del bagaglio dei soggetti, costruito attraverso anni di militanza, ma spesso sono parte di un apprendimento che si verifica dentro e fuori i luoghi di lavoro e di studio che si frequentano e che, messe in comune, diventano parte attiva della costruzione del corteo stesso. Nei momenti di tensione che ci sono stati il 18 ottobre, la capacità di connettersi che hanno avuto queste soggettività così diverse, di ascoltarsi, riconoscersi e anche decidere senza inseguire posizioni che avrebbero potuto frammentare il corteo, sono il segno di una potenza che può diventare collettiva nel momento in cui produce azioni e discorsi che tengono conto dei desideri e dei bisogni, e che indicano gli obiettivi e le strategie per raggiungerli.
Con la capacità anche di gestire l’imprevisto, elemento che è parte di ogni quotidiano e che nel corteo, sebbene «previsto», si traduce in forme mai prevedibili, quindi in situazioni da valutare e analizzare tenendo conto delle esperienze passate e in alcuni casi immaginando delle soluzioni da discutere e poi attuare. È avvenuto, ad esempio, nel caso di chi è rimasto bloccato in uno spezzone del corteo in cui i carri, prima mezzi di musica e gioia, sono a un certo punto diventati i mezzi da difendere e al contempo un limite al movimento dei partecipanti che si sono trovati a dover decidere in poco tempo cosa fare. La conoscenza reciproca e la condivisione dei punti di vista hanno portato a scelte che hanno favorito la tenuta dello spezzone che si è poi riconnesso con la testa che nel frattempo aveva fatto un’azione diretta altrove.
Il corteo dunque è stato spazio di scomposizione e ricomposizione, dove organizzarsi ha significato immaginare di volta in volta soluzioni, a partire da una configurazione decisa collettivamente che ha subito più riconfigurazioni dovute a dinamiche di diversa natura. Possiamo intendere insomma in generale i cortei come un punto di osservazione privilegiato per analizzare le novità del tempo che viviamo e le battaglie intorno a cui le soggettività si aggregano e si mobilitano. Per lasciarsi ispirare dalla possibilità concreta di realizzare una realtà diversa che nel corteo trova lo spazio per rappresentarsi e costruirsi, con le soggettività che si muovono e si riprendono gli spazi, si danno regole di base, definiscono limiti e possibilità di oltrepassarli.
Il corteo del 18 ottobre rappresenta uno specifico momento nella storia della lotta degli operai dell’ex Gkn, un evento che si inserisce all’interno di una sequenza di discorsi e pratiche che hanno caratterizzato la lotta operaia e che hanno portato alla centralità di questa storia di resistenza che continua a stupire, nonostante i tentativi di depotenziarla. Il tempo è un fattore chiave: i tempi che si allungano esauriscono le energie di chi lotta ogni giorno, ma al contempo la durata della resistenza operaia è espressione della sua forza. Questa forza, strettamente legata alla resistenza, è conseguenza della capacità di costruire alleanze, o meglio, come evidenzia Valerio Renzi nella recensione al libro di Né verticale né orizzontale di Rodrigo Nunes, «nella creatività organizzativa, di tattiche e di strategie in grado di farci accumulare la forza necessaria per imprimere un’altra direzione al mondo».
Il corteo del 18 ottobre ha rappresentato una plastica e concreta rappresentazione della convergenza di cui da tanto parla il Collettivo di fabbrica. Chi ha attraversato quel corteo dalla testa alla coda ha potuto osservare diverse soggettività che, esprimendo la propria specificità e il proprio modo di stare nelle lotte, hanno dato voce e forza alla battaglia per la riapertura della fabbrica. Una lotta che a sua volta sta all’interno della proposta di costruzione di una realtà che mette al centro la vita delle persone, il tempo libero e il lavoro, la cura, la tutela dell’ecosistema, la fine delle guerre e dello sfruttamento dell’uomo e di ogni essere vivente. Parole d’ordine diventate parte del comune sentire, che si intrecciano con forza con la questione palestinese e il genocidio vissuto dal suo popolo: la lotta per la difesa degli oppressi, per l’emancipazione degli oppressi.
Questi obiettivi non sono sconnessi ma fanno parte di un discorso più ampio, e vengono declinati a livello locale con le battaglie intrecciate delle diverse realtà che si sono incontrate in questa mobilitazione. Attraverso lo slogan «Siamo tutte Gkn» si istituisce un soggetto collettivo e politico che nasce dalla consapevolezza della propria condizione nel sistema capitalista e dalla possibilità di riconoscersi e di lottare collettivamente per difendere i bisogni dei singoli e i desideri che emergono nella lotta. Non si tratta di un processo naturale ma politico. Richiede la presenza delle persone, la scrittura, le assemblee e il confronto, il contarsi. Tanti momenti diversi di organizzazione più o meno formali, con rotture e ricuciture, momenti belli e faticosi, che contribuiscono alla costruzione di un progetto in cui riconoscersi.
Possiamo pensare al corteo quindi non solo come singolo momento vissuto insieme, ma come momento centrale per riconoscersi tutte e tutti, condividere la gioia e anche le paure che nascono in un clima di repressione. Il corteo come spazio in cui immaginare e mettere in pratica forme creative di auto-rappresentazione, in cui mostrarsi a partire da ciò che si indossa, dagli slogan cantati, dalla musica che si ascolta insieme e dagli striscioni che si portano.
La forza di un corteo si può misurare attraverso diversi indicatori: il numero dei partecipanti, la molteplicità dei soggetti realmente coinvolti nella sua costruzione, la creatività nell’uso di strumenti e linguaggi per comunicare le proprie istanze, la capacità di auto-rappresentarsi e di raccontarsi. I giornali molto spesso provano a costruirne un racconto diverso, come vediamo nei titoli sulla «caccia ai responsabili» dell’occupazione collettiva dell’aereoporto di Firenze avvenuta il 18 ottobre. Ma la forza di un corteo si misura proprio dalla sua capacità di creare imbarazzo in chi non sa come raccontarne la storia, l’evoluzione, le azioni e le parole.
Il corteo del 18 ottobre, nonostante si sia svolto in una fase difficile nella lotta degli operai della Gkn, ha rappresentato uno spazio di convergenza, organizzazione, relazione e riconoscimento per le lotte del territorio. Questa convergenza è il prodotto di anni di lavoro, di collaborazione e costruzione di relazioni che rappresentano il «capitale dei movimenti» da difendere, raccontare e conservare con cura in vista delle nuove sfide che ci si presentano di fronte.
*Giulia Giraudo, dottoranda in mutamento sociale e politico, si è occupata di precarietà, con un focus sul collettivo San Precario.