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Marc Kagan 24 Ottobre 2025
Alla grande manifestazione anti-Trump di New York il sindacato cittadino era debole e confuso. Ma sarà difficile fermare il tycoon senza la partecipazione del mondo del lavoro
Mentre decine di migliaia di newyorkesi scendevano in strada sulla Settima Avenue da Times Square verso la Quattordicesima, punto di ritrovo della protesta cittadina «No Kings» di sabato 18 ottobre, un corteo separato di circa cinquemila persone attendeva incerto a un isolato di distanza. In testa alla marcia, i leader del corteo cantavano: «Di chi sono le strade? Sono nostre!», inconsapevoli dell’ironia provocata dal Dipartimento di Polizia di New York (Nypd) che in quel momento non permetteva di marciare verso nord e ovest per unirsi alla ben più numerosa protesta. Dietro di loro, i manifestanti, in piedi, per lo più silenziosi, erano incerti: qual era il piano? Perché si stava aspettando? Poi, finalmente è filtrato l’ordine: disperdersi e camminare verso est sul marciapiede fino a Union Square, dove ai manifestanti è stato detto, erroneamente, che si sarebbero incontrati con il corteo principale.
La marcia sindacale di sabato offre la metafora perfetta per descrivere la salute del «movimento» sindacale di New York City: incapace o riluttante a mobilitare i suoi 750.000 iscritti in numeri consistenti, indeciso e poco chiaro sui suoi piani, con i propri iscritti tenuti all’oscuro, timoroso o riluttante a sfidare gli ordini del Nypd. E invece di impegnarsi a fornire organizzazione e leadership a centinaia di migliaia di newyorkesi comuni che protestavano contro Trump, il movimento sindacale ha dimostrato di volersi tenere intenzionalmente in disparte.
Sebbene la marcia fosse stata indetta dal Consiglio Centrale del Lavoro di New York (Clc), ampie fasce della manodopera newyorkese si sono ritrovate disperse al punto di partenza. Praticamente tutti i lavoratori edili – forse favorevoli alle politiche di Trump, o semplicemente timorosi per i propri iscritti, nonostante Trump stia bloccando enormi progetti di costruzione finanziati dal governo per i trasporti, l’energia eolica e solare –; i lavoratori dei servizi in uniforme – non solo polizia e agenti penitenziari, ma anche servizi igienico-sanitari e antincendio –; ogni sezione locale dei Teamsters, incluso il 237, il secondo sindacato municipale più grande; i lavoratori dei trasporti; l’Hotel and Gaming Trades Council; tutti i principali sindacati dei lavoratori culturali, che hanno senza dubbio deciso (correttamente) che i loro iscritti sarebbero stati più incoraggiati a unirsi alla marcia principale piuttosto che isolarsi con i loro colleghi sindacali.
E i sindacati che si sono presentati? I lavoratori ospedalieri del 1199 Seiu, che negli ultimi tempi ha radunato quaranta o cinquantamila lavoratori per le manifestazioni contrattuali, sono stati i più presenti: forse (generosamente) erano mille. Il cugino del Seiu, il 32BJ, i cui lavoratori dei servizi immobiliari sono minacciati dall’Immigration and Customs Enforcement, ne ha portato un piccolo numero. I Communications Workers of America (Cwa), che rappresentano 70.000 lavoratori del settore pubblico e privato, hanno schierato un contingente di cinquanta persone con cartelli che ostentavano «forza Cwa», anziché un qualsiasi altro messaggio politico. Il più grande sindacato dei lavoratori comunali, l’American Federation of State, County and Municpal Employees (Afscme) District Council 37, con centomila iscritti, ne ha radunati duecento.
Ma è stata pur sempre maggiore dell’affluenza della United Federation of Teachers (Uft), che vanta 150.000 iscritti – nonostante il Guardian affermi che la sua affiliata nazionale, l’American Federation of Teachers (Aft), fosse (forse fuori New York?) «organizzatrice di eventi». Essendo io stesso membro dell’Uft, so che non c’è stata nemmeno un’email ai membri che chiedesse loro di mobilitarsi. Troppo piccoli e disorganizzati per formare un proprio contingente, i membri dell’Uft sembravano per lo più marciare con i loro colleghi dell’Aft, il Professional Staff Congress (che rappresenta docenti e personale della Cuny), che a parità di voti è risultato il vincitore della giornata, mobilitando poco più di cinquecento dei suoi 20.000 iscritti. Il suo presidente, James Davis, sembrava essere l’unico importante leader sindacale che si fosse preso la briga di marciare con i suoi iscritti.
Forse più significativo delle ridotte dimensioni del corteo sindacale è stato il suo evidente disordine. Perché non c’era un impianto audio a bordo di un pick-up che accompagnasse i manifestanti? Perché c’era apparente confusione sul punto di arrivo del corteo e sul suo obiettivo? Se per qualche motivo si riteneva necessario iniziare separatamente, per differenziare i sindacati dalla manifestazione più ampia, perché non si è fatto alcuno sforzo per unirsi al corteo principale? (Secondo un rapporto di un leader sindacale, questo era il piano iniziale, ma la polizia di New York lo ha proibito.)
La marginalità del lavoro organizzato nella protesta «No Kings» di New York non è necessariamente rappresentativa delle manifestazioni svolte altrove. A Chicago, ad esempio, il Chicago Teachers Union (Ctu) è stato fortemente coinvolto, e ha avuto una presenza di spicco nelle proteste contro gli attacchi autoritari di Trump alla città, inclusa la protesta «No Kings» della scorsa settimana. E la United Teachers Los Angeles (Utla) è stata una forza anti-Trump di spicco. Eppure, la performance piuttosto deludente dei sindacati di New York di sabato è indicativa dell’approccio anemico dei sindacati nel contrastare Trump in generale. Nonostante i feroci attacchi dell’amministrazione ai diritti di contrattazione collettiva e alle libertà civili, i sindacati hanno per lo più risposto (nella migliore delle ipotesi) rilasciando dichiarazioni dure o intraprendendo azioni legali.
Ma il coinvolgimento serio e militante dei sindacati nel movimento anti-Trump è invece cruciale per resistere efficacemente all’autoritarismo del presidente e agli attacchi ai lavoratori e lavoratrici. Le marce dei «No Kings», che hanno dimostrato un’opposizione popolare su una scala inedita, sono necessarie. Ma come possiamo vedere dalle politiche attuate a Washington Dc, e dagli schieramenti militari e paramilitari dell’Ice nelle strade – a Chicago, Portland, Los Angeles e Memphis – sono tutt’altro che sufficienti. Aspettare e sperare in una svolta con le elezioni del Congresso, a più di un anno di distanza, è un’impresa vana. Proprio questa settimana, la Corte Suprema ha dichiarato che abrogherà di fatto il Voting Rights Act, consentendo lo smantellamento di praticamente tutti i pochi distretti elettorali a maggioranza democratica rimasti nel Sud. L’azienda di apparecchiature per il voto Dominion Voting Systems è appena stata acquistata da un sostenitore del Maga. Quindi possiamo ragionevolmente prevedere vere e proprie frodi sulle macchine per il voto nel 2026 – solo i piccoli aggiustamenti qua e là necessari per ribaltare i distretti elettorali incerti.
Un giorno, non lontano, dovremo andare oltre le semplici marce e puntare sulla rottura totale – dell’economia e nelle strade. Per decenni, sono rimasto frustrato da un coro dirompente: «Se non lo conquistiamo, chiudiamolo!». Abbiamo davvero bisogno della capacità di farlo accadere, ma questa capacità non emerge spontaneamente, anche se un evento particolare crea le basi per una rivolta di massa. Le reti che hanno dato vita alle proteste di No Kings e May Day Strong devono essere integrate da reti in grado di bloccare almeno segmenti significativi dei sistemi di trasporto aereo, ferroviario e stradale, della produzione manifatturiera e energetica su larga scala e delle vaste industrie culturali e sanitarie.
Il lavoro organizzato, debole, ambivalente e disorganizzato come spesso appare, è l’unica rete esistente di lavoratori in quanto lavoratori, capace di azione collettiva nei luoghi di produzione. È difficile immaginare una significativa capacità dirompente senza la sua partecipazione attiva – il tipo di capacità dirompente di cui l’opposizione anti-Trump ha bisogno per vincere.
*Marc Kagan è l’autore del libro di prossima uscita The Fall and Rise and Fall of NYC’s TWU Local 100, 1975–2009. Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è a cura della redazione.