Difendere la libertà dell’università

Dal blog https://jacobinitalia.it

Tomaso Montanari 27 Ottobre 2025

Molti segnali indicano che la Conferenza dei rettori non intende opporsi all’attacco del governo agli atenei. Invece è ora di mobilitarsi contro la riforma autoritaria

Nell’ultima assemblea Crui, avvenuta per via telematica per poco più di un’ora lo scorso venerdì 24 ottobre, si è parlato della «riforma» della legge 240/2010, ossia la riforma universitaria dell’allora ministra Mariastella Gelmini. Lo si è fatto in modo, in verità, surreale: la presidenza ha chiesto ai rettori e alle rettrici cosa avrebbero voluto cambiare o non cambiare di quella legge. Posta la questione in simili termini, il risultato finale non può che essere quello di una lista di richieste che avrà l’unico effetto di legittimare una «riforma» che non nasce dall’università, ma da una esplicita volontà del governo, che fin dal giugno 2024 ha chiesto al Parlamento un’amplissima delega per la riscrittura dell’intero sistema universitario italiano. 

Intendiamoci: ci sarebbe moltissimo da cambiare nella cosiddetta legge Gelmini, ma il punto è che le intenzioni del governo non vanno certo verso una riforma di quella pessima legge nel senso di un’attuazione della Costituzione (cioè, in sintesi estrema, di un’università al servizio del «pieno sviluppo della persona umana»), ma invece vanno in direzione opposta, quella di uno smontaggio dell’articolo 33 della medesima carta costituzionale, e cioè in un sabotaggio di fatto dell’autonomia costituzionale dell’università. 

Ora, se la Crui, senza aver avuto nessuna bozza di articolato, chiede ai suoi membri di esprimere una lista di desiderata, il risultato finale non può che rafforzare l’azione del governo: che ovviamente, a quel punto, dirà che «sono i rettori a chiedere una riforma». La Crui, cioè, si sta sedendo a un pranzo in cui non è un’invitata, ma una portata. 

Se forse la Crui non lo capisce, coloro che hanno favorito l’elezione della sua presidenza (salutata con inedito entusiasmo da Fratelli d’Italia, su testate come La voce del patriota) lo capiscono invece perfettamente: anzi, lo auspicano. Perché la ragione di questa riforma non sta affatto nell’invecchiamento della legge 240 (come invece la presidente Laura Ramacciotti ha sostenuto in assemblea, rispondendo a un collega che chiedeva di porsi il problema del movente politico), quanto nel disegno politico di un controllo del potere esecutivo sull’università. Un disegno che da una parte associa la destra al governo in Italia alle altre destre a essa strettamente collegata (da Trump e Vance negli Stati uniti a Orbán in Ungheria: il cui asservimento totale dell’università al governo è il modello dischiarato per l’amministrazione Trump e quello non dichiarato della componente fascista del nostro governo), e che dall’altra va letto nel perseguimento di quel totalitarismo dell’esecutivo che il governo Meloni attua attraverso la riforma della magistratura, la limitazione della libertà di stampa, i provvedimenti punitivi inflitti ai docenti della scuola non obbedienti, il disciplinamento della pubblica opinione attraverso il decreto sicurezza, e in molti altri modi. 

La componente di Forza Italia (che sostiene di avere una visione «liberale» della democrazia) non è perfettamente allineata a questo progetto: la commissione per la riforma della 240 nominata dalla ministra Anna Maria Bernini è di fatto una sede alternativa al tavolo per la riforma dell’autonomia presieduto da Ernesto Galli Della Loggia, e sostanzialmente imposto direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Alcuni recenti atti di Bernini, tra cui la nomina del navigatissimo Marco Mancini al Segretariato generale del Mur, parlano di un confronto interno alle forze del governo: un confronto nel quale l’elezione di questa presidenza Crui segna un punto a favore di Fratelli d’Italia. La recente «circolare» di Marco Mancini in cui si invitano rettori e rettrici a reprimere le manifestazioni contro il genocidio a Gaza va letta probabilmente come un messaggio compiacente a Meloni, in una partita che mette in conto una perdita di autonomia in cambio di contropartite che riguardano la totale autonomia locale del reclutamento, alcuni piani straordinari e la proroga dei rettori attuali che traghetti il mandato rettorale verso un regime di replicabilità (passando dai 6 anni di oggi a un modello 4 + 4, cioè cambiando in peggio una delle pochissime cose decenti della Legge Gelmini). 

È in questo edificante contesto che vanno lette alcune decisioni non rassicuranti dell’attuale presidenza Crui: dall’esortazione ai rettori a riconoscere i meriti financo personali dei ministri nell’arrivo delle studentesse e studenti da Gaza (di fatto prestandosi al peacewashing di un governo complice del genocidio, e che nel progetto Iupals non ha nessun ruolo sostanziale) alla decisione stupefacente di chiudere la chat whatsapp rettorale pochi secondi dopo che il sottoscritto e altre colleghe e colleghi abbiamo chiesto spiegazioni sulla singolare decisione di designare all’audizione parlamentare sulla riforma che porrebbe l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sinsitama universitario e della ricerca) sotto il controllo del governo un rettore (il direttore della Scuola Normale) che il governo stesso ha nominato tra i membri della commissione per la riforma della legge 240. 

Questo, e moltissimi altri espliciti segnali, mostrano che la Crui non intende opporsi in alcun modo alle decisioni del governo sull’università. Decisioni anticipate in alcune bozze del tavolo Galli della Loggia che circolano sulle chat universitarie (e che sono state commentate sul Manifesto, su Roars e qui su Jacobin) e che prevedono che il governo possa nominare un membro (o addirittura il presidente) dei consigli di amministrazione degli atenei: un provvedimento che sarebbe in flagrante contrasto con l’articolo 33 della Costituzione, ma che non per questo pare inverosimile, anzi. 

Ciò che non è chiaro è se il governo riuscirà a ottenere la pressoché contemporanea approvazione della legge delega e della riforma stessa, cosa che potrebbe avvenire in un collegato alla legge di stabilità. 

In ogni caso, accogliendo la richiesta della presidenza Crui, personalmente ho proposto che la Conferenza si rivolga al governo con un documento che affermi la profonda contrarietà a qualunque intervento che determini un’ingerenza del potere esecutivo nell’autonomia universitaria costituzionalmente garantita (citando, come esempi, il collocamento dell’Anvur sotto il controllo del Mur, e la possibilità, ventilata da organi di stampa, della presenza di membri di nomina governativa nei consigli d’amministrazione degli atenei); la contrarietà alla modifica dell’unicità del mandato rettorale sancita dalla legge 240/2010, e dunque la contrarietà alla rieleggibilità e soprattutto alla proroga degli attuali rettori e delle attuali rettrici; la richiesta di poter conoscere e discutere il testo che sarà licenziato dalla commissione ministeriale sulla riforma della legge 240/2010, prima che quel testo approdi al dibattito parlamentare.

Qualunque sarà la posizione della Crui, è del tutto evidente che è necessaria una forte e chiara mobilitazione della docenza strutturata e precaria, delle studentesse e degli studenti contro una «riforma» regressiva e autoritaria, che ha l’obiettivo di fare all’università ciò che questo governo sta facendo alla magistratura, alla stampa, alla libertà di espressione. 

È il momento di prendere la parola: perché l’università o è libera, o non è. 

*Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena.

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