Gli eredi di Bernie Sanders

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Elisabetta Raimondi 30 Ottobre 2025

Il 4 novembre si vota per il sindaco di New York: Zhoran Mamdani è il candidato favorito. Giovane, musulmano e soprattutto socialista, ha tenuto l’iniziativa elettorale centrale riconoscendo l’importanza della battaglia del senatore del Vermont

Per favore facciamo un po’ di baccano per il senatore Bernie Sanders. Questa notte sono qui davanti a voi soltanto perché il senatore ha avuto il coraggio di resistere da solo per tanto tempo. Parlo la lingua del socialismo democratico soltanto perché è stato lui a parlarla per primo. E quando sei anni fa più o meno in questi giorni ho lanciato la mia corsa per la carica di deputato dello Stato, è stato al rally di Bernie nel Queensbridge Park che ho lanciato l’inizio della nostra campagna, chiedendo alle persone di iscriversi alla nostra mailing list, chiedendo loro 5 o 10 dollari e incoraggiandole a credere che la politica del Not Me. Us.’ [motto di Bernie Sanders, Ndr] valeva per il governo statale quanto per quello nazionale. E quando vinceremo il 4 novembre e governeremo la città dal City Hall mettendo la dignità alla base della nostra politica, sarà soltanto grazie al movimento che Bernie ha costruito. 
Zohran Mamdani all’evento New York Is Not For Sale, Forest Hills Stadium, New York, 26 ottobre 2025

Lunedì 27 ottobre, a otto giorni dalla giornata elettorale che martedì 4 novembre sceglierà il nuovo sindaco di New York City, quanto sta accadendo nella competizione che vede Zohran Mamdani in netto vantaggio sull’indipendente Andrew Cuomo, e sul repubblicano Curtis Sliwa continua ad avere dello stupefacente. Uno «stupefacente» che è culminato nella manifestazione New York Is Not For Sale svoltasi  tra il pomeriggio e la serata del 26 nel tempio del tennis americano, il Forest Hills Stadium nel Queens, di fronte a una platea di oltre 13.000 persone. Un pubblico osannante per quello che si può definire non solo un evento altamente simbolico per i significati che ha portato con sé, ma anche una delle esperienze più emozionanti per coloro che  da  dieci anni seguono, in un alternarsi di speranza e delusione, entusiasmo e frustrazione,  ma soprattutto con passione costante, la  Political Revolution avviata da Bernie Sanders nella campagna presidenziale del 2015-16. 

Gli endorsement e gli attacchi 

Prima di entrare nel vivo di questo evento davvero epocale, val la pena soffermarsi brevemente su  alcuni avvenimenti che hanno avuto luogo tra  giovedì e venerdì 23 e 24 ottobre, per i quali abbiamo raccolto le opinioni del giornalista e scrittore Ross Barkan, autore del libro The Prince sulle machiavelliche malefatte di Andrew Cuomo. 

La giornata di giovedì ha registrato sia l’endorsement a Cuomo dell’attuale sindaco di New York Eric Adams, ritiratosi dalla corsa il 28 settembre scorso, sia un’intervista radiofonica in cui Cuomo e il suo interlocutore, il conduttore di area conservatrice Sid Rosenberg, si sono esibiti in alcuni scambi definiti «ignobili» dallo stesso Zohran Mamdani. Venerdì 24 è stata poi la volta dell’endorsement ricevuto da Mamdani da parte del leader Democratico alla Camera dei Deputati del Congresso Hakeem Jeffries, al quale è convenuto cedere prima che fosse troppo tardi per rimediare a un errore probabilmente imperdonabile per la sua futura carriera. 

Quanto all’endorsement di Adams a Cuomo, Ross Barkan ha affermato «di essere rimasto sorpreso, perché solo poche settimane fa Adams ha definito Cuomo ‘un serpente e un bugiardo’. I due sono arrivati a un accordo perché Mamdani è un socialista e anche ‘un comunista’, come  ha sostenuto Adams riprendendo il linguaggio di Trump, e deve quindi essere sconfitto a tutti i costi. Tuttavia  questa mossa non avrà un grande impatto sulla corsa di Cuomo, se non un eventuale rilancio solo momentaneo. Eric Adams è davvero molto impopolare per le accuse di corruzione, i suoi sondaggi sono bassissimi e Cuomo non solo è indietro di percentuali a due cifre, ma ha meno soldi e meno sostegno. Direi che la sua strada verso la vittoria è strettissima, sempre che ce ne sia una. Così anche avere Eric Adams al suo fianco non farà gran differenza». 

«Il sostegno di Jeffries a Mamdani – aggiunge ancora Barkan – è arrivato quasi fuori tempo massimo, ma va ricordato che tutto l’establishment Democratico si è fatto sentire con ritardo, compresa la governatrice Kathy Hochul, una corporate-democrat di solida area centrista, che ha aspettato quasi due mesi prima di appoggiarlo. Comunque ora Zohran ha il sostegno di un certo numero di personaggi di quell’area che saranno importanti per la realizzazione dei suoi punti chiave, come il congelamento degli affitti, gli autobus gratuiti, il childcare universale e altri importanti obiettivi. Ai fini della vittoria però quegli endorsement non significano tanto quanto il voto che Mamdani ha ricevuto alle primarie dai cittadini come candidato Democratico, qualifica che a New York lo rende il favorito. Inoltre è giovane, carismatico e abilissimo nel comunicare e nel raccogliere fondi. Ha saputo sfruttare il momentum della vittoria alle primarie continuando ad accrescere il suo sostegno e mi aspetto non solo che vinca ma che vinca in maniera consistente, cosa che gli darà molta autorevolezza e aumenterà il suo potere. Alle primarie tanti Democratici hanno votato per Cuomo perché non conoscevano Zohran o lo conoscevano solo superficialmente, ma dopo avergli dato una seconda occhiata non hanno dubbi nel sostenerlo. Quanto a Jeffreys il suo endorsement in extremis è emblematico del fatto che Zohran vincerà e concordo con te sul fatto che sia una scelta di convenienza personale per non mettersi definitivamente dalla parte perdente. Oltretutto Jeffries deve tener conto della minaccia incombente di una sfida alle primarie dell’anno prossimo, prima delle elezioni di medio termine, per cui non gli conviene inimicarsi troppo la sinistra del suo distretto di Brooklyn. È chiaro comunque che non voleva sostenere Mamdani e che ha aspettato più che poteva nella speranza che Cuomo si riprendesse. Ma non è successo, e questa è l’unica ragione del suo endorsement».

Bernie, Alexandria, Zohran 

Se dei circa 35 minuti del discorso che Zohran Mamdani ha tenuto alla manifestazione New York Is Not For Sale abbiamo scelto il passaggio su Bernie Sanders per la citazione d’apertura, non è solo per sottolineare il riconoscimento di Sanders come padre di quella Political Revolution di cui il trentaquattrenne candidato sindaco, così come Alexandria Ocasio Cortez, è figlio. Quella scelta risiede soprattutto nel riferimento di Zohran al rally di Bernie al Queensbridge Park di sei anni fa, un evento che quanto a importanza e coinvolgimento emotivo è sullo stesso piano di quello del  Forest Hills Stadium, in quanto segnava il rientro pubblico del senatore dopo l’infarto che lo aveva colto qualche settimana prima durante un comizio a Las Vegas. Fu anche il giorno del tanto atteso e toccante endorsement di Alexandria Ocasio Cortez (Aoc) a Bernie, e di quello più ironico e divertente, nonché alquanto provocatorio verso l’establishment, di Michael Moore, e dell’altrettanto provocatorio intervento di Nina Turner, inimitabile co-chair della campagna di Sanders. Ma soprattutto fu il giorno della fine della paura di milioni di persone affezionatesi a Bernie come fosse un parente stretto. E anche allora, esattamente come ieri, a chiamarlo e ad accoglierlo sul palco c’era Alexandria. Ma se allora nel discorso di Aoc erano stati i toni sentimentali a prevalere su quelli politici, domenica la  conclamata erede femminile di Sanders ha entusiasmato la platea con un discorso caratterizzato da ritmo e accenti impetuosi e travolgenti sul fatto che New York non è in vendita e che gli interessi privati e speculativi devono smettere di impossessarsi di ciò che è pubblico, come hanno fatto per anni erodendo istituzioni, servizi e beni pubblici a vantaggio, ad esempio, di una gentrificazione che ha tolto a molti newyorkesi la possibilità di essere liberi di decidere del proprio futuro.

Al termine dell’intervento di Aoc è stata la volta di  Bernie Sanders, ultimo oratore prima di Mamdani dopo una nutrita serie di ospiti tra cui la governatrice Kathy Hochul, alle cui insistenti parole sulla necessità di opporsi a Donald Trump il pubblico del Forest Hills Stadium, molto più esigente nella concretezza delle richieste dei manifestanti del No Kings Day, si è ripetutamente sovrapposto ripetendo in coro lo slogan «Tax the rich». L’insistenza dei canti è stata tale che a un certo punto Hochul non si è potuta esimere da una pur vaga risposta: «Vi sento», ha detto all’ennesima intonazione, «amo vedere tutta questa energia e passione». Ciò non toglie che già in alcune interviste successive abbia ribadito la sua contrarietà alla proposta di Mamdani di aumentare del  2% la tassazione di coloro che hanno un reddito superiore a un milione di dollari. 

Bernie Sanders, con la consueta serissima veemenza e l’immancabile movimento dell’indice della mano destra, ha ribadito il repertorio delle disfunzioni e diseguaglianze sociali di un sistema che, gestito da una spietata oligarchia bipartisan nel paese più ricco del mondo, dovrebbe fare inorridire per le carenze che affliggono milioni e milioni di abitanti. A proposito dell’attuale elezione di New YorK, ne  ha  sottolineato l’importanza e l’eccezionalità: «Il motivo per cui questa campagna ha generato così tanto interesse ed eccitazione in tutto il mondo è il fatto che la gente vuole conoscere la risposta a questa semplice domanda: nel 2025, quando le persone al comando non hanno mai avuto così tanto potere economico e politico, è possibile per la gente comune appartenente alla classe lavoratrice unirsi e sconfiggere quegli oligarchi? Avete dannatamente ragione, possiamo farcela» ha detto Sanders chiamando direttamente in causa la platea, e ha aggiunto:  «La vittoria a New York darà speranza e ispirazione non solo a tutto il nostro paese, ma al mondo intero. Ecco cosa c’è in ballo qui».

All’abituale austerità dei suoi interventi, Bernie ha questa volta aggiunto tocchi ironici, ad esempio quando ha paragonato le difficoltà incontrate nei suoi otto anni come sindaco di Burlington, «una città solo un tantino più piccola di New York» a quelle che Zohran dovrà affrontare come sindaco della Grande Mela. O come quando ha fatto l’elenco delle colpe immancabilmente attribuite al sindaco per qualsiasi cosa non vada per il verso giusto nella sua comunità. Ecco perché è importante che Mamdani non venga lasciato solo, ma che i suoi sostenitori continuino a essere attivi per poterlo aiutare: «Quando Zohran sarà eletto il vostro lavoro non sarà terminato. Zohran avrà bisogno del vostro aiuto ogni singolo giorno». E in conclusione, usando di nuovo un tono tra il serio e il faceto, «in qualità di uno che nel 1981 ha vinto l’elezione per 10 voti dopo un riconteggio», ha esortato ogni singolo individuo della platea a fare tutto quanto in può, nei giorni che mancano alle elezioni, comportandosi come se Zohran invece di essere saldamente al comando fosse «sotto di cinque punti», perché «i nostri avversari non vanno sottostimati. Hanno una quantità enorme di denaro e lo stanno spendendo proprio adesso». 

Ha quindi chiamato sul palco Zohran Mamdani, star non solo della serata ma stella polare di quello che tanti auspicano possa diventare il Partito democratico. 

Zohran si è presentato, come sempre, col sorriso aperto sul volto sereno, indice della consapevolezza, mai vanitosamente ostentata ma genuinamente naturale, del fascino che la sua persona e il suo modo di parlare e di porsi attraggono quasi magneticamente. Tanto il suo intervento, quanto gli spezzoni del montaggio dei video realizzati durante la sua campagna e  proiettati a tappe sui megaschermi ai lati del palco, hanno permesso di osservare  ancora una volta sia la capillarità di una campagna magistralmente organizzata dal suo staff e coadiuvata da circa 90.000 volontari, sia l’ecletticità di un personaggio che ha la vena artistica nel sangue. Proprio come sua madre, la talentuosa e versatile regista cinematografica Mira Nair, senza nulla togliere a suo padre di cui sappiamo molto meno.

Nel ripercorrere le tappe che in «un anno e tre giorni» lo hanno portato dal lancio della sua campagna – avvenuto nell’anonimato totale, senza telecamere a riprendere l’annuncio, con un indice di gradimento che dopo quattro mesi era ancora inchiodato all’uno per cento – al trovarsi davanti a quella incredibile pubblico del Forest Hills Stadium con la quasi sicura prospettiva di diventare il nuovo sindaco di New York, Zohran ha alternato e mescolato, senza enfasi né retorica, temi e toni politici, personali e spesso poetici.  

«Credo che questa città sia come l’universo, in continua espansione. Ci meritiamo un’amministrazione cittadina ambiziosa quanto i lavoratori newyorkesi che rendono questa città  la più grandiosa del mondo. Non possiamo aspettare che lo faccia qualcun altro. Non possiamo permetterci quel lusso perché aspettare troppo spesso significa continuare a dare fiducia a coloro che ci hanno portato fino al punto disastroso in cui siamo. Il 4 novembre riporteremo la nostra città sulla traiettoria che le appartiene. E così facendo risponderemo a una domanda che tormenta la nostra nazione fin dagli albori della sua fondazione. A chi è consentito essere libero? Alcuni conoscono la risposta senza esitazione: sono gli oligarchi che hanno accumulato enormi ricchezze sfruttando le persone che cominciano a lavorare prima che le luci dell’alba rompano l’orizzonte, e finiscono ore dopo che il colore si è ritirato dal cielo. Sono i robber barons d’America, convinti che i loro soldi diano loro il diritto di contare molto di più del resto di noi. Non parlo solo dei Bill Ackman e Ken Langone del mondo. Parlo di persone i cui nomi non ci sono familiari,  ma che non si fanno scrupolo di versare ai super Pac [le organizzazioni cui è consentito raccogliere fondi illimitati per la campagna elettorale, ndr] più soldi di quanti ne dovrebbero mai pagare in tasse, persone che esultano quando quei comitati inondano le nostre tv di spot con la scritta ‘jihad globale’ impastata sulla mia faccia».

E ancora: «Amici miei. il mondo sta cambiando. Non è questione del ‘se’ questo cambiamento arriverà. È questione di ‘chi’ lo attuerà. Abbiamo davanti a noi un’opportunità che pochi hanno avuto e che ancora meno hanno colto. È l’opportunità di mostrare al mondo che cosa significa vincere la libertà. È l’occasione per essere all’altezza dell’eredità lasciata da chi ci ha preceduto. Non possiamo decidere la portata di una crisi. La nostra scelta riguarda come reagiamo. Andiamo a vincere un City Hall che lavori per coloro che fanno fatica a comprare da mangiare, non per coloro che fanno di tutto per  comprare la nostra democrazia. E aspettiamo con entusiasmo il 1° gennaio, quando il duro lavoro di governare avrà inizio».

Chiudiamo con una breve frase un po’ magica pronunciata più o meno all’inizio del suo intervento, poiché ci pare racchiuda il senso dei dieci anni della Political Revolution di Bernie Sanders e il significato simbolico di una serata conclusasi con Bernie e i suoi due giovani eredi Alexandria e Zohran che, tenendosi per mano a braccia alzate,  hanno salutato il pubblico con una nuova speranza per il futuro in un’atmosfera davvero magica.

Rivolgendo il mio sguardo ai più di 13.000 di voi qui al Forest Hills Stadium, viene la tentazione di credere che questo momento sia stato da sempre scritto nel destino.

*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola media secondaria pubblica per oltre quarant’anni. Attiva in ambito artistico e teatrale, ha cominciato a seguire la Political Revolution di Bernie Sanders nel 2016 per la rivista Vorrei.org. Collabora con Fata Morgana Web e con Libertà e Giustizia.

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