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di Andrea Pincin8 Settembre 2025
Dagli Usa all’Europa, la terra è stata relegata ai margini. Ma chi controlla il cibo, controlla autonomia, stabilità e potere.
«Il Quarto Stato» dipinto da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1901. Wikimedia Commons. Public Domain.
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Un tempo fondamento della Comunità economica europea, oggi il settore primario è relegato ai margini delle politiche Ue. Dal Trattato di Roma alla progressiva marginalizzazione della Pac, l’Europa ha dimenticato l’agricoltura, riducendo risorse e visione strategica. Mentre Russia, Brasile e i Paesi emergenti trasformano il cibo in arma di potere, Bruxelles espone i cittadini alla volatilità dei mercati e perde centralità. Eppure le attività agricole e pastorali restano alla base della demografia globale. E, in un contesto di tensioni geopolitiche, garanzia primaria di autonomia e sicurezza alimentare.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Nel 1979, in un discorso intitolato «La civiltà dipenderà più dai raccolti fiorenti che dalla retorica fiorita», il premio Nobel per la pace Norman Borlaug ha delineato il nuovo rapporto che andava consolidandosi tra politica e agricoltura. L’agronomo considerato il padre della rivoluzione verde denunciava che «i leader politici prestano sempre meno attenzione all’agricoltura». Nel discorso, collezionato presso la prestigiosa Landon Lecture Series della Kansas State University, Borlaugosservava che «anche se il passaggio a uno stile di vita urbano […] è stato reso possibile, in parte, dal successo dell’agricoltura […], oggi la stragrande maggioranza […delle persone] è ignorante riguardo a ciò che comporta produrre […] le principali materie prime agricole. Questa ignoranza ha influenzato negativamente le politiche pubbliche e la legislazione legate all’agricoltura, e mette a rischio la futura disponibilità di cibo […] nel mondo».
A 46 anni di distanza, la crescente marginalizzazione politica e culturale del ruolo dell’agricoltura è parte di un definito processo storico caratterizzato dal generale ottimismo neoliberale promosso a partire da quella che il politologo Francis Fukuyama ha definito «la fine della storia». In questo periodo, l’umanità ha visto affermarsi due grandi processi tra loro interconnessi. Da un lato, una globalizzazione a matrice occidentale, liberale e individualista, dall’altro una crescente tendenza all’urbanizzazione. Questi due processi hanno portato molte classi dirigenti e popolazioni a dimenticare che la demografia dipende in larga misura dalla capacità di nutrimento della popolazione. Questa svista, d’altronde, è normale in una società in cui il cibo è percepito quale un prodotto qualsiasi che si trova ad libitum negli scaffali dei supermercati, alla pari degli smartphone nei negozi di elettronica o dei vestiti nei grandi centri commerciali.
Gli alimenti hanno visto ridotto il loro significato biologico e perso il loro legame strutturale con l’insieme delle attività primarie, agricole, zootecnico-pastorali e ittico-faunistiche (che chiameremo agricole per semplicità) da cui derivano. Si è persa la consapevolezza culturale che il binomio agricoltura-alimentazione è il fondamento primario della demografia nella sua dimensione geografica, sociale ed economica. Eppure, questo binomio non era sostanziale solo nell’antichità, ma continua ad esserlo soprattutto oggigiorno, in un mondo che si avvicina ai 10 miliardi di abitanti.
La globalizzazione a matrice neoliberale e l’urbanizzazione hanno inoltre disabituato le popolazioni e le classi dirigenti al pensiero strategico, nella convinzione che l’economia di libero mercato avrebbe garantito tutto in ogni area del mondo. In questo contesto culturale, non ha senso chiedersi da dove provengano le merci e come esse siano prodotte, in quanto la soddisfazione dei bisogni è considerato uno dei fini dell’economia. Figuriamoci poi se in questo quadro ha senso preoccuparsi dei bisogni primari quali l’alimentazione, tra l’altro inscritta nella Dichiarazione universale dei diritti umani della Nazioni Unite del 1948. D’altronde, le lacerazioni ontologiche tra uso e scambio sono state oggetto di molte riflessioni filosofiche, in particolare a partire dal pensiero marxista.
Sulla base di queste assunzioni, le società moderne hanno relegato il ruolo del settore agricolo ai margini dell’economia, della geografia, degli studi, delle professioni, della ricerca, della politica. D’altronde, che importanza può essere attribuita a un settore che incide meno del 5% sul Pil globale, meno del 2% nell’Unione europea e meno dell’1% negli Stati uniti d’America?

Ma un’analisi storiografica attenta dimostra che in un passato anche molto prossimo questa visione del mondo a matrice neoliberale, globalizzata e urbano-centrica non è stata il fattore trainante delle politiche degli Stati. Tutt’altro. Il nesso strutturale tra agricoltura, alimentazione e demografia era ben noto alle popolazioni e alle classi dirigenti del passato. Un esempio tra tutti è il Trattato istitutivo della Comunità economica europea del 1957 (Trattato di Roma). Tra i quattro punti fondamentali della Comunità – assieme alla libera circolazione delle merci, delle persone, dei capitali, e i trasporti – vi è proprio l’agricoltura.
Nel Trattato non si parla di tecnologia, di armamenti, di terre rare, di energia, di politiche green, ma di agricoltura quale garanzia primaria per la sicurezza degli approvvigionamenti e assicurazione di prezzi ragionevoli per i consumatori. La considerazione e l’attenzione della Cee nei confronti dell’agricoltura era così alta che il Trattato ha istituito la politica agricola comune. Negli anni Sessanta del secolo scorso, la cosiddetta Pac assorbiva da sola circa il 70% dell’intero bilancio della Comunità.
Oggigiorno però, la crescente tensione nelle relazioni tra gli Stati ha rimesso il rapporto tra agricoltura e disponibilità alimentare nuovamente sotto i riflettori. L’umanità ha scoperto, ad esempio, che il conflitto tra Ucraina e Federazione russa riduce in maniera molto significativa la disponibilità di alcune derrate agricole sui mercati internazionali. Ne sono un esempio l’olio di girasole, che è sparito per un certo periodo dagli scaffali dei supermercati, o la granella di mais a fini zootecnici, il cui prezzo è più che raddoppiato.
Nello stesso contesto bellico, gli sforzi internazionali nell’ambito dell’Iniziativa del mar Nero hanno dimostrato che vi sono Paesi che sono grandi esportatori di cereali, derrate alimentari e altri prodotti per l’agricoltura (quali Ucraina e Russia) e altri Paesi che dipendono fortemente da queste esportazioni. Una dipendenza che espone le nazioni ai mercati internazionali, i quali non danno nessun tipo di garanzia sulle forniture e sui prezzi. Una dipendenza in un comparto che rappresenta sì una piccola percentuale del Pil degli Stati, ma che è il settore chiave per la stabilità biologica dei Paesi.
In questo ambito è di interesse uno sguardo sul mercato internazionale delle derrate agricole, in particolare in relazione ai cereali (frumento duro, frumento tenero, mais, riso…). I cereali sono importanti poiché sono la principale fonte alimentare mondiale, fornendo quasi il 60% dell’energia alimentare. Nell’ultimo quinquennio, i principali Paesi esportatori a livello mondiale sono gli Stati uniti d’America (16-18% del mercato mondiale), la Federazione russa (8-13%), il Brasile (9-11%), l’Argentina (7-8%), il Canada e l’Australia (entrambi 5,5-7%).
È significativo notare come due Paesi parte dei Brics (Russia e Brasile) detengano oltre un quinto del mercato dell’export cerealicolo internazionale. Questa posizione conferisce loro una significativa capacità di influenzare i mercati internazionali e di allocare derrate agricole centrali per l’alimentazione globale. Inoltre, l’analisi delle principali aree di destinazione del prodotto cerealicolo evidenzia un dato ancora più interessante: la Russia è il principale esportatore di cereali in Africa e nel Medio Oriente, mentre il Brasile è tra i principali esportatori di cereali nel Sud-Est asiatico e nella Repubblica popolare cinese.

In pratica, le forniture alimentari dei principali Paesi del cosiddetto Sud globale dipendono in maniera significativa dalle esportazioni di cereali da Russia e Brasile, due nazioni che hanno fondato i Brics assieme all’India, alla Repubblica del Sudafrica e alla Cina. Quel Sud globale che è anche l’area del mondo che sta registrando un notevole sviluppo demografico ed economico, nonché ricco di risorse energetiche (Medio Oriente) e naturali (Africa in particolare).
In questo quadro è importante inoltre evidenziare che molti Paesi del sud globale hanno ancora una ricchezza pro-capite molto ridotta. Mentre, ad esempio, in Europa il raddoppio del prezzo della farina non incide in maniera molto significativa sulla capacità di spesa delle famiglie, in alcune nazioni del Sud globale un aumento significativo del prezzo delle derrate agricole può provocare delle conseguenze molto severe sulla stabilità sociale. La disponibilità di alimenti a prezzi contenuti è quindi ancora oggi un fattore di promozione della stabilità sociale e di crescita economica e demografica di alcuni Paesi. Garantire a questi Stati le forniture di derrate agricole a condizioni convenienti è un profondo segnale geopolitico.
In questo contesto, il Sud globale guarderà con favore maggiore ai Brics o all’Occidente post-coloniale? Se a questo fattore si associa inoltre l’approccio politico e diplomatico che generalmente gli Stati dei Brics adottano rapportandosi con il sud globale, la risposta è ancora più scontata. Questi interscambi tendono generalmente a essere molto più egualitari: niente paternalismi culturali di matrice post-coloniale o promozioni di indebitamento attraverso le Istituzioni degli Accordi di Bretton Woods del 1944 (Ibrd e Fmi).
I risultati delle attente politiche dei Brics verso le esigenze primarie e di rispetto politico e culturale dei paesi del sud globale sono già sotto gli occhi di tutti. Un esempio significativo è la cacciata delle truppe francesi dall’area del Sahel e dalle storiche ex colonie francesi in Africa, con l’insediamento di governi che sono più aperti al dialogo con la Russia e la Cina.
L’odierno contesto internazionale relativo al mercato delle derrate agricole non è un prodotto casuale della storia o della geografia, ma è frutto di specifiche scelte politiche. Sono gli Stati che definiscono le proprie priorità strategiche e scelgono se l’agricoltura rientra tra queste o meno. Ad esempio, la Russia aveva storicamente un grave deficit nella produzione cerealicola, ancora al tempo dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Nei primi anni Ottanta, importava dall’estero 36 milioni di tonnellate di cereali ogni anno.
Dopo il crollo dell’Urss, in Russia la produzione agricola subì una forte contrazione, tanto che nel 1998 l’Unione europea e gli Stati uniti d’America garantirono pacchetti di aiuti alimentari verso la Russia del valore di oltre 1,5 miliardi di dollari. A partire dai primi anni Duemila, sotto la presidenza di Vladimir Putin, il governo russo ha iniziato a riconsiderare il ruolo dell’agricoltura promuovendo specifiche politiche sulla proprietà fondiaria agricola e ha istituito la banca statale per l’agricoltura (la Rosselkhozbank). La produzione agricola della Russia ha quindi iniziato a crescere.
La svolta decisiva si è avuta a partire dal 2010 con l’adozione della dottrina sulla sicurezza alimentare. Questo documento di indirizzi, legato alla Strategia di sicurezza nazionale della Federazione, ha posto gli obiettivi per garantire l’indipendenza alimentare e l’accessibilità fisica ed economica dei prodotti agricoli e alimentari a favore del popolo russo. Il documento ha previsto il raggiungimento di sfidanti obiettivi di autosufficienza agricola quale garanzia di indipendenza alimentare nazionale.

La dottrina sulla sicurezza alimentare è stata rinnovata nel 2020. La nuova politica strategica ha ridefinito il concetto di autosufficienza alimentare nazionale non solo in termini produttivi, ma anche nell’ambito di un’alimentazione sana e della sicurezza alimentare. La nuova dottrina inoltre promuove l’export agricolo, in particolare nell’Unione economica euroasiatica. Queste scelte politiche molto lungimiranti hanno trasformato il Paese da un importatore netto di cereali a uno dei principali esportatori mondiali.
Anche il Brasile, storicamente un grande importatore di cereali, è diventato oggi un importante Paese esportatore di derrate alimentari, così come la Repubblica socialista del Vietnam, ora un importante esportatore soprattutto di riso (15% del mercato internazionale). Anche l’India ha ampliato la propria quota nell’export cerealicolo, diventando il principale esportatore di riso al mondo (25% del mercato internazionale), destinato in particolare al Medio Oriente.
L’odierna situazione internazionale, caratterizzata da dialettiche conflittuali e multipolarità emergente, ha rimesso in luce il ruolo cruciale dell’agricoltura quale garanzia di sovranità e autonomia di uno Stato, non in senso autarchico, ma strategico. I Paesi che hanno promosso e sostenuto con lungimiranza questo settore in passato, oggigiorno non hanno solamente una migliore garanzia di indipendenza alimentare. Sono in grado di giocare un ruolo significativo nelle relazioni internazionali, proprio perché dalla disponibilità alimentare dipende la tenuta biologica della demografia e quindi la stabilità sociale ed economica delle nazioni.
Altri Paesi sembrano essere sordi a queste lezioni della storia, anche molto attuale. Si riportano due esempi degli effetti prodotti dal disinteresse politico nei confronti dell’agricoltura. Un primo esempio è dato dagli Stati che non riconoscono la valenza strategica delle aree agricole, ritenendole un asset nazionale da destinare al libero mercato.
Sul punto è necessario evidenziare che le superfici coltivabili nel mondo sono molto ridotte (8-10% delle terre emerse) e che sono un bene non rinnovabile. Inoltre, le migliori superfici coltivabili si trovano generalmente nelle aree adatte allo sviluppo urbano, pianure e aree fluviali o costiere. Di conseguenza, sono cementificate a ritmi anche molto sostenuti: solo in Italia si perdono 2,4 metri quadrati al secondo per la cementificazione.
In un contesto di disinteresse politico, i suoli agricoli diventano un bene economico di interesse strategico a disponibilità scarsa non tutelato e non regolamentato. Una manna per le grandi organizzazioni finanziarie delle nazioni più ricche, che con investimenti minimi riescono a controllare una fetta significativa di questo patrimonio (il land grabbing).
Le produzioni agricole e la ricchezza derivata in questi Stati non sono quindi più a servizio della nazione, ma degli investitori esteri.

È significativo l’esempio dell’Ucraina, considerata il granaio d’Europa poiché possiede alcuni tra i terreni agricoli più fertili del mondo. Il think tank statunitense Oakland Institute riporta che, dei 33 milioni di ettari di superficie coltivabile, oggigiorno «più del 28% […] è controllato da oligarchi, individui corrotti e grandi industrie agroalimentari», in mano soprattutto ai grandi fondi di investimento stranieri.
Un altro esempio relativo alla marginalizzazione politica dell’agricoltura di difficile interpretazione sono le scelte di settore dell’Unione europea. Come evidenziato in precedenza, la Cee ha promosso l’agricoltura quale elemento a fondamento della Comunità. Ma, nell’ambito della politica agricola comune istituita con il Trattato di Roma, la dotazione finanziaria destinata al settore primario è andata in calando negli anni: all’inizio essa rappresentava il 70% del bilancio, nel 1980 il 65%, oggigiorno appena il 23%.
Una riduzione significativa, in parte dovuta al riorientamento di alcune priorità strategiche, ma in parte anche un segnale di perdita di interesse politico. Il dato più significativo è però quello relativo alla proposta di bilancio nel quadro della nuova programmazione finanziaria, nel quale le risorse destinata all’agricoltura sono appena il 16,5%. Se è vero che l’attuazione della politica agricola comune necessita di alcune migliorie (snellimento amministrativo, più efficace distribuzione territoriale dei fondi, miglioramento degli impatti ambientali…), una così forte contrazione delle risorse promuove solamente una marginalizzazione del settore agricolo europeo, già in difficoltà in molti ambiti.
Il risultato di queste politiche non è solo un impoverimento del settore, degli agricoltori e dei tecnici. Il vero problema è l’esposizione delle popolazioni europee alla volatilità dei mercati delle commodity agricole e alimentari e l’ancora più significativa perdita di centralità dell’Unione negli scenari di politica estera.
Purtroppo, il processo di marginalizzazione del settore agricolo europeo è in crescita da tempo. Non a caso nel 2024, quando gli agricoltori europei protestavano contro alcune politiche di settore promosse dalla Commissione, la giornalista inglese Camilla Cavendish ha scritto una potente denuncia sul Financial Times. La vincitrice dei prestigiosi premi giornalistici Harold Wincott e Paul Foot ha dichiarato che «i leader politici hanno perso il contatto con il mondo dell’agricoltura».
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Autore
Andrea PincinDottore forestale, è responsabile del Centro servizi per le foreste e le attività della montagna (CeSFAM) della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. È anche professore aggregato presso l’Università di Udine, dove insegna Gestione dei prati e dei pascoli. È autore del libro «La città rurale» edito da Asterios Editore, nonchè collaboratore della testata giornalistica «L’AltraMontagna», dove cura la rubrica «Riflessioni sul paesaggio montano, punto di incontro tra umanità e natura. Ha trasformato la passione per le aree interne in una professione, scegliendo di trasferirsi dalla città di Trieste nelle terre alte di Paluzza, quale alternativa all’urbano-centrismo culturale dominante. I contributi pubblicati sono di carattere professionale e non istituzionale.